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25 anni dopo Papa Wojtyla, Papa Francesco scrive al popolo Cubano

16 gennaio 2023

(Papa Francesco scrive al popolo cubano)
(Papa Francesco - foto web)

Il 13 di gennaio 2023  Papa Francesco ha inviato un messaggio al popolo di Cuba in occasione del 25° anniversario del Viaggio Apostolico di San Papa Giovanni Paolo II a Cuba compiuto tra il 25 e il 28 gennaio del 1998. Ancora oggi risuonano distinte le sue parole quando energicamente implorò che         " L'Isola si aprisse al mondo e il mondo a Cuba".  Papa Bergoglio riferisce che in occasione di questa commemorazione si recherà sull'isola caraibica il Cardinale Beniamino Stella che in quegli anni era Nunzio Apostolico in terra cubana.

(Papa Giovanni Paolo II a Cuba, 1998)
(Papa Giovanni Paolo II, Avana 1998 - foto web)

La visita del Papa polacco rappresentò un avvenimento di portata storica trattandosi della prima compiuta da un Pontefice della Chiesa Cattolica a Cuba, avvenimento che tracciò il solco per un nuovo cammino da intraprendere nelle relazioni tra Stato e Chiesa piuttosto compromesse dopo il successo della Rivoluzione castrista nel 1959. Come gesto riconciliatorio il governo cubano reintrodusse nel 1997 la Festività del Santo Natale, consentì la riapertura di numerose chiese e permise l'esercizio di altre manifestazioni religiose. Dopo Papa Giovanni Paolo II altri due Pontefici hanno visitato l'Isola: Papa Benedetto XVI nel marzo del 2012 e Papa Francesco a settembre del 2015.

(Papa Benedetto XVI a Cuba, 2012
(Papa Benedetto XVI, Avana 2012 - foto web)

Di seguito il testo della lettera scritta da Papa Bergoglio:

Al santo Popolo fedele di Dio che peregrina a Cuba

 
 
Cari fratelli e sorelle,
 
 
 
Sono trascorsi 25 anni dal viaggio apostolico di San Giovanni Paolo II a Cuba, un momento di grazia e di benedizione per tutti. Nel quadro di questo anniversario, i vescovi della vostra Conferenza episcopale hanno avuto la gentilezza di invitare il Cardinale Beniamino Stella, che in quegli anni, come Nunzio Apostolico, è stato un testimone privilegiato dell’evento, affinché vi renda visita, e gli ho chiesto di portarvi il mio saluto e la mia benedizione, esprimendo la vicinanza del Papa a ognuno di voi, a Sua Eminenza il Cardinale Juan de la Caridad García Rodríguez, ai vescovi, sacerdoti e seminaristi, ai religiosi e alle religiose e a tutti i fedeli laici.

Mi piacerebbe che in questo tempo rievocaste nei vostri cuori i gesti e le parole che il mio predecessore vi ha rivolto durante la sua visita, affinché risuonino con forza nel presente e conferiscano un nuovo impulso per continuare a costruire con speranza e determinazione il futuro della vostra nazione. Una delle sue esortazioni in quel momento è stata: «Affrontate con forza e temperanza, con giustizia e prudenza le grandi sfide del momento presente; tornate alle radici cubane e cristiane e fate tutto il possibile per costruire un futuro sempre più degno e sempre più libero! Non dimenticate che la responsabilità fa parte della libertà. Inoltre, la persona si definisce principalmente per le sue responsabilità nei confronti degli altri e di fronte alla storia» (Messaggio ai giovani di Cuba, 23 gennaio 1998).

Anche io vi incoraggio a tornare alle vostre radici cubane e cristiane, ossia alla vostra identità propria, che ha generato e continua a generare la vita del vostro paese. Queste radici si sono rafforzate permettendoci di vederle crescere e fiorire nella testimonianza di tanti di voi che lavorano e si sacrificano ogni giorno per gli altri, non solo per i propri familiari, ma anche per i vicini e gli amici, per tutto il popolo, e in modo particolare per i più bisognosi. Grazie per questo esempio di collaborazione e di aiuto reciproco che vi unisce e che rivela lo spirito che vi caratterizza: aperto, accogliente e solidale. Continuate a camminare insieme con speranza, sapendo che sempre, e in particolare in mezzo alle avversità e alle sofferenze, Gesù e sua Madre Santissima vi accompagnano, vi aiutano a portare la croce e vi consolano con la gioia della resurrezione.

Come segno della mia vicinanza e comunione con l’amato popolo cubano, che annovera grandi scrittori e artisti, vorrei ricordare alcune parole di padre Varela, che esprimono il bisogno di radicarsi nel bene e la fecondità di questo sforzo: «Dopo essersi radicato, l’albero ben presto allargherà i suoi rami e alla sua ombra riposerà la virtù». Questo albero pieno di vitalità può ben rappresentare l’uomo che radica la propria fiducia nel Signore, come dice il profeta Geremia: «Egli è come un albero piantato lungo l’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi; nell’anno della siccità non intristisce, non smette di produrre i suoi frutti» (Ger, 17 8). Confidando nel Dio della vita, vi invito a continuare ad andare più a fondo nelle vostre radici con coraggio e responsabilità, e a continuare a dare frutti uniti nella fede, la speranza e la carità.

Che Gesù benedica il popolo cubano e che Nostra Signora della Carità del Cobre vi custodisca e vi accompagni. Prego per voi e vi chiedo, per favore, di pregare per me.

Fraternamente,

Francesco.

(Papa Francesco a Cuba, 2015
(Papa Francesco, Avana, settembre 2015 - foto web)

Ciao Papa Benedetto XVI il grande difensore di Cristo che abbracciò Cuba

 31 dicembre 2022

Papa Benedetto XVI,  Marktl - Germania 16 aprile 1927 - Roma 31 dicembre 2022.

Papa Ratzinger visitò Cuba dal 26 al 28 marzo del 2012 in occasione dei festeggiamenti dei 400 anni del ritrovamento della statua della Madonna da allora venerata come la Virgen del Cobre.

Papa Banedetto XVI in visita a Cuba
(Papa Banedetto XVI a Cuba marzo 2012 - foto web)

Riporto alcuni passaggi significativi delle omelie tenute durante le funzioni celebrate a Santiago e all'Avana:

Cari fratelli, davanti allo sguardo della Vergine della Carità del Cobre, desidero fare un appello perché diate nuovo vigore alla vostra fede, viviate di Cristo e per Cristo, e, con le armi della pace, del perdono e della comprensione, vi impegnate a costruire una società aperta e rinnovata, una società migliore, più degna dell’uomo, che rifletta maggiormente la bontà di Dio. Amen. (Santiago, 26 marzo 2012)

Benedetto sia Dio che ci riunisce in questa piazza emblematica, affinché ci immergiamo più profondamente nella sua vita. Provo una grande gioia nell’essere oggi tra voi e presiedere questa Santa Messa nel cuore di questo Anno giubilare dedicato alla Vergine della Carità del Cobre...

Inoltre, la verità sull'uomo è un presupposto ineludibile per raggiungere la libertà, perché in essa scopriamo i fondamenti di un'etica con la quale tutti possono confrontarsi e che contiene formulazioni chiare e precise sulla vita e la morte, i doveri ed i diritti, il matrimonio, la famiglia e la società, in definitiva, sulla dignità inviolabile dell'essere umano. Questo patrimonio etico è quello che può avvicinare tutte le culture, i popoli e le religioni, le autorità e i cittadini, e i cittadini tra loro, e i credenti in Cristo con coloro che non credono in Lui...

Il Cristianesimo, ponendo in risalto i valori che sostengono l'etica, non impone, ma propone l'invito di Cristo a conoscere la verità che rende liberi. Il credente è chiamato a rivolgerlo ai suoi contemporanei, come lo fece il Signore, anche davanti all’oscuro presagio del rifiuto e della Croce. L'incontro personale con Colui che è la verità in persona ci spinge a condividere questo tesoro con gli altri, specialmente con la testimonianza...

Con la ferma convinzione che Cristo è la vera misura dell'uomo, e sapendo che in Lui si trova la forza necessaria per affrontare ogni prova, desidero annunciarvi apertamente il Signore Gesù come Via, Verità e Vita. In Lui tutti troveranno la piena libertà, la luce per capire in profondità la realtà e trasformarla con il potere rinnovatore dell'amore...

Papa Banedetto XVI all'Avana 28 marzo 2012
(Papa Banedetto XVI , Plaza de la Revolucion Avana - foto web)

La Chiesa vive per rendere partecipi gli altri dell’unica cosa che possiede, e che non è altro che Cristo stesso, speranza della gloria (cfr Col 1,27). Per poter svolgere questo compito, essa deve contare sull'essenziale libertà religiosa, che consiste nel poter proclamare e celebrare anche pubblicamente la fede, portando il messaggio di amore, di riconciliazione e di pace, che Gesù portò al mondo. E’ da riconoscere con gioia che sono stati fatti passi in Cuba affinché la Chiesa compia la sua ineludibile missione di annunciare pubblicamente ed apertamente la sua fede. Tuttavia, è necessario proseguire, e desidero incoraggiare le autorità governative della Nazione a rafforzare quanto già raggiunto ed a proseguire in questo cammino di genuino servizio al bene comune di tutta la società cubana...

Cuba ed il mondo hanno bisogno di cambiamenti, ma questi ci saranno solo se ognuno è nella condizione di interrogarsi sulla verità e si decide a intraprendere il cammino dell'amore, seminando riconciliazione e fraternità. (Avana 28 marzo 2012).

Papa Benedetto XVI e Fidel, marzo 2012
(Papa Benedetto XVI e Fidel - foto web)

 

 

Rombo di Tuono e il Che due eroi così diversi e così simili tra loro

20 novembre 2022

Cosa hanno in comune un grande sportivo del passato e un medico argentino diventato guerrigliero: niente direte, eppure, è proprio analizzando questa evidente diversità, che si resta stupiti nello scoprire cosi tante analogie che si intrecciano tra loro in un reticolato di ricordi, un puzzle di immagini e anedotti confusi nella memoria che si ricompongono in un affresco nostalgico.

Vi presento allora i nostri gemelli diversi: Gigi Riva detto “Rombo di Tuono” ed Ernesto Guevara detto “El Che”.

Due personalità che nella metà del secolo scorso, pur agendo in ambiti e in circostanze totalmente diverse tra loro, si sono abbattute sull'immaginario collettivo con la potenza delle loro imprese eroiche e impossibili. Così diversi eppure così simili tra loro, seducenti guasconi di un romanzo picaresco.

Gigi Riva
(Gigi Riva - foto web)

Gigi nasce il 7 novembre del 1944 a Leggiuno un piccolo paese nella provincia di Varese e la sua è una infanzia difficile segnata dalla morte prematura dei genitori e da un periodo oscuro trascorso in collegio.

Ernesto è più grande di Gigi di quasi venti anni essendo nato a Rosario in Argentina il 14 giugno del 1928. Anche l'infanzia di Ernesto è attraversata dalla sofferenza a causa dell'asma che lo affligge dalla nascita e che lo costringerà a continui spostamenti in cerca di un luogo con un clima adatto alle sue necessità di salute. Anche l'ambiente familiare in cui crebbe, seppur circondato dall'amore della madre e dei suoi numerosi fratelli, non gli offrirà  la serenità di cui aveva bisogno. Infatti il comportamento di un padre poco presente ed affidabile porterà alla rottura dell'unione tra i sui genitori procurando ultreriore sofferenza al giovane Ernesto.

Gigi ed Ernesto entrambi poco più che ragazzi abbandoneranno per un comune gioco del destino la terra in cui erano nati per legare indissolubilmente le loro esistenze a quelle di due isole lontane e per molti aspetti sconosciute.

Gigi giocava a calcio e già da giovanissimo aveva dimostrato di possedere un talento straordinario. Calciava con una forza terrificante come per voler sfogare tutta la sua rabbia contro una vita che sembrava avercela con lui. Poi arrivò inattesa una chiamata. Il Cagliari lo voleva. Gigi non del tutto entusiasta lasciò il Legnano per trasferirsi in Sardegna. Siamo nel 1963 ed il Cagliari disputava il torneo di serie B.

Anche il giovane Ernesto di professione girovago tuttofare con aspirazioni scientifico-rivoluzionarie, dopo aver percorso in lungo e in largo gran parte dell'America Latina approdò nell'isola di Cuba.

Gigi non conosceva la Sardegna e quel po' che sapeva lo spaventava. La immaginava come una terra lontana ed ostile abitata da predoni, banditi e pecorai. Come lui stesso ha raccontato pensava di fermarsi per un pò, maturare come atleta per poi ritornare in Lombardia. Una volta arrivato in Sardegna però se ne innamorò a tal punto da non farne più ritorno finendo con l'incarnare di quell'isola tutte le sue caratteristiche peculiari: la testardaggine, l'orgoglio, i silenzi e la forza di una natura selvaggia che in lui si sublimava.

Ernesto aveva vagato per tutta l'America Latina e quei viaggi avevano fatto maturare in lui l'esigenza di lottare per cambiare una società in cui in pochi sfruttavano una moltitudine ridotta a pura comparsa in un mondo diviso, violento e corrotto. Non sapeva però in che modo avrebbe dovuto agire fino a quando non incontrò in Messico, dove si trovavano in esilio, i fratelli Castro che lo convinsero ad affrontare con loro l'avventura militare e politica più spregiudicata ed illogica della storia moderna. Ernesto non conosceva Cuba ma finì con il diventarne il simbolo esaltandone tutto il suo indomito spirito ribelle e il suo coraggio rivoluzionario.

Gigi, a capo di una quindicina di uomini invincibili, divenne l'artefice di una impresa sportiva straordinaria: dopo aver contribuito con i suoi gol a far salire il Cagliari per la prima volta in serie A nel 1964 lo guidò alla conquista dello storico scudetto nel 1970.

Cagliari Campione d'Italia
(foto web)

Per la prima volta il campionato di calcio italiano scendeva sotto la linea di demarcazione tracciata dai poteri del nord. Una rivoluzione sportiva e sociale che mutò la percezione della Sardegna non solo a livello nazionale ma anche in campo internazionale spalancando la porta dell'isola alla sua millenaria cultura e alle sue meraviglie paesaggistiche. Come disse il grande giornalista Gianni Brera con Gigi Riva la Sardegna entrò definitivamente in Italia.

Ernesto partì da Tuxpan in Messico la notte del 25 novembre del 1956 a bordo del Granma, un vecchio yacht di fabbricazione statunitense, affrontando le onde di un mare sconosciuto e crudele. Si imbarcarono in 82. Dopo aver compiuto un viaggio terribile che li aveva stremati e debilitati non appena raggiunsero le coste cubane furono accolti da una pioggia di fuoco dall'esercito di Batista giunto sul luogo dello sbarco su indicazioni di qualche traditore. Fu una strage, di loro ne sopravvisse solo una dozzina, poco più di una squadra di calcio. Un manipolo di uomini affamati e male equipaggiati che ebbe la forza e la determinazione di riorganizzarsi sulla Sierra Maestra dando vita all'ejercito rebelde che da li a poco fu capace di sconfiggere una dittatura spietata ed armata fino ai denti.

Gigi ed Ernesto rinunciarono entrambi al facile successo, alla gloria, al denaro e alle comodità conquistate con le loro imprese. Gigi non ascoltò le sirene dei grandi club che offrendogli a più riprese contratti milionari tentarono di strapparlo alla "Sua Isola". Anche Ernesto rifiutò la protezione che gli garantiva la "Sua Isola", rinunciò alla sicurezza economica e a quello status politico consolidatosi a livello mondiale  che poteva assicurargli l'incolumità fisica tenendolo lontano da possibili pericoli. Rimase fedele alle sue idee e alla promessa fatta a Fidel, quella che, una volta liberata Cuba, avrebbe continuato a combattere in altre terre ovunque ce ne fosse stato bisogno.

 

Che Guevara a pesca con Fidel
(Ernesto Che Guevara a pesca con Fidel - foto web)

Gigi ed Ernesto, testardi e determinati. Giovani e belli, desiderati ed ammirati. Gigi con la sua testa di capelli ricci che lo rendevano simile ad un eroe della mitologia greca ed Ernesto con la sua cascata di capelli arruffati alla moda di certi divi della musica rock. La stessa espressione malinconica e fiera. Entrambi cercati dai fotografi per il loro indiscutibile fascino ed immortalati  tra nuvole di fumo: le immancabili sigarette di Gigi e i sigari di Ernesto. Entrambi sorpresi nella loro comune passione per il mare: Ernesto a pesca con Fidel nei mari caraibici e Gigi tra gli amici pescatori nel Golfo degli Angeli.

Gigi Riva e i pescatori
(foto web)

E altre immagini sembrano sovrapporsi: quella di Gigi steso nel letto di un ospedale con la gamba ingessata e quella di  Ernesto con il braccio ferito appeso al collo mentre guidava la conquista di Santa Clara. Nessuno avrebbe potuto fermarli. E poi ancora l'occhio della fotocamera capace di fissare la moltitudine di persone che accorsero da ogni angolo della Sardegna per festeggiare le imprese di Gigi, stipati nelle macchine, accalcati nelle piazze e lungo le strade, arrampicati sulle cime degli alberi per vedere anche solo da lontano il volto del loro eroe. Era il 12 aprile del 1970, il Cagliari era diventato Campione d'Italia!

Cagliari in festa per lo scudetto del 1970
(1970, Cagliari festeggia il suo scudetto - foto web)
Infortunio Gigi Riva
(Gigi infortunato - foto web)

Allo stesso modo sulla Sierra Maestra in migliaia si erano uniti a quell'esercito improvvisato guidato da quello spavaldo medico argentino che da li a poco sarebbe diventato per sempre il loro Comandante. Solo qualche anno dopo una moltitudine festante sarebbe accorsa lungo le strade di Santiago e di Santa Clara per poi accoglierlo vittorioso il 2 gennaio del 1959 nelle piazze dell'Avana, aggrappata ai suoi balconi coloniali o sugli antichi lampioni per poter vedere anche solo da lontano quel giovane straniero che si era fatto cubano nel sangue come Gigi era diventato il più sardo tra i sardi.

Che Guevara acclamato dal popolo cubano
(Guevara acclamato dal popolo - foto web)
Che Guevar ferito guida la conquista di Santa Clara
(Ernesto Guevara ferito conquista Santa Clara - foto web)

Gigi e Ernesto, stranieri in una terra lontana, erano riusciti attraverso le loro imprese a farsi amare e a condurre al riscatto sociale una intera popolazione.

Gigi lasciò il calcio giocato nel 1976 a soli 32 anni con le gambe distrutte dai colpi inflitti da avversari spietati e tradito dai troppi infortuni che non gli lasciarono scampo. Ernesto morì in Bolivia nel 1967 a soli 39 anni tradito a sua volta dalla stessa gente per le quale aveva deciso di lottare, inginocchiandosi alla morte solo dopo che pallottole nemiche gli avevano spappolato le gambe. Gigi ed Ernesto già eroi in vita diventarono miti il giorno dopo la loro “caduta”. Le loro foto custodite nei cassetti, appese ai muri e venerate come immagini di santi moderni. Gianni Brera usando una espressione spagnola che racchiudeva tutta la grandezza di  Gigi Riva lo definì l'ultimo “Hombre Vertical” mentre Ernesto Guevara, per tutti ormai semplicemente “El Che”, incarnò  il modello di “Hombre Nuevo”, il Guerrillero Heroico. Gigi ed Ernesto simboli indiscussi di una integrità morale inattacabile al di là delle passioni calcistiche o politiche che ciascuno di noi può avere.

Gigi Riva conquista lo scudetto con il Cagliari

(12 aprile 1970 Gigi conquista lo storico scudetto con il Cagliari - foto web)

Gigi ed Ernesto non si incontrarono mai e chissà se l'uno fosse a conoscenza dell'esistenza dell'altro o se provassero reciproca simpatia o ammirazione. Gigi con la sua irruenza mi ha trascinato alla passione per il calcio. Quando ero piccolo mi sforzavo di calciare con il sinistro per assomigliare a lui durante le partite a calcio tra gli amici. Sulla mia prima maglietta da gioco mi cucìì con mani incerte un numero 11 di plastica e poco importa se il suo colore fosse viola e non rossoblù come i colori del Cagliari. Grazie a Gigi ho amato il calcio e la Sardegna in tutte le sue rughe millenarie. Grazie ad Ernesto ho conosciuto Cuba, la sua storia controversa e la sua epica Revolucion. La curiosità mi ha spinto a leggere decine di libri ad appassionarmi alla musica e ad imparare persino qualche passo di salsa. Ho viaggiato spesso oltre Oceano e l'esperienza maturata mi ha ispirato nella realizzazione di un romanzo che non è solo la narrazione di un viaggio ma è l'elaborazione di un percorso ancora più complesso, quello che ciascuno di noi percorre in solitudine nel labirinto della propria anima, un cammino consumato tra gioie e dolori, tra successi e sogni sospesi o irrealizzati. Raccontare questo viaggio è stato come espormi nudo difronte ad amici o a persone del tutto sconosciute con pudore e timidezza, a volte con vergogna e fragilità ma nel rispetto della verità. Una sfida che mi ha arricchito umanamente in maniera del tutto inattesa abbattendo muri di icomunicabilità e luoghi comuni. Ho avvertito la sensazione di aver prestato in un certo senso le mie parole ad altri non capaci di raccontarsi e questo mi ha procurato un conforto assoluto. Raccontarmi è stata la miglior seduta di psicanalisi che avessi potuto desiderare!

Il popolo cubano accoglie i rivoluzionari nel 1959
(1959, Cuba festeggia la sua Revolucion - foto web)

Gigi ed Ernesto non si sono mai conosciuti ma a loro insaputa hanno percorso insieme un tratto importante nella mia vita e questo incontro ve l'ho raccontato in queste umili righe. Come avete potuto leggere tante analogie accompagnano le loro vite. La stessa grandezza e la stessa fragilità. La solitudine dei numeri uno. L'abbandono e il tradimento per l'uno, la depressione per l'altro.

Gigi Riva Rombo di Tuono

(Rombo di Tuono - foto web)

Ancora Gianni Brera così dedicò mirabili parole al campione ferito. Era il primo febbraio del 1976 l'ultima partita di Gigi con il Cagliari.

"L’uomo Riva è un serio esempio per tutti. Il giocatore chiamato Rombo di Tuono è stato rapito in cielo, come tocca agli eroi. Ne può discendere solo per prodigio: purtroppo la giovinezza, che ai prodigi dispone e prepara, ahi, giovinezza è spenta."

Gigi ed Ernesto i miei super eroi di un mondo romantico e sognatore che forse non tornerà mai più.

Le domande mai fatte a Camilo Guevara

9 ottobre 2022

Camilo Guevara, il figlio del Che è morto a 60 anni
(Camilo Guevara - foto web)

Ha scelto un addio improvviso, a riflettori spenti, lontano dalla terra che lo ha visto nascere e diventare uomo all'ombra di un padre famoso. Se ne è andato come ha vissuto: in maniera schiva e senza privilegi. Quando suo padre Ernesto morì in Bolivia nell'ottobre del 1967 Camilo aveva poco più di quattro anni e solo in sporadiche occasioni aveva potuto gioire dell'abbraccio del genitore. Forse è stata proprio la mancanza di questo legame filiare che ha spinto Camilo a dedicare tutta la sua breve esistenza nel promuovere freneticamente la conoscenza della vita e del pensiero del Guerrillero Heroico.

Camilo era nato all'Avana il 20 maggio del 1962 secondo genito dei quattro figli nati dalla unione tra Ernesto Guevara e Aleida March. Gli altri sono Aleida, Celia ed Ernesto. Camilo aveva anche un'altra sorella, Hilda Beatriz anch'essa morta prematuramente nel 1995, nata dal primo matrimonio del padre con la peruviana Hilda Gadea. Il suo nome è il sigillo del grande legame di amicizia che legava suo padre a Camilo Cienfuegos uno dei protagonisti indiscussi della rivoluzione cubana, combattente amatissimo dal popolo e scomparso in circostanze non del tutto chiare in un incidente aereo nel 1959 mentre sorvolava lo stretto della Florida.

Laureatosi in Diritto del Lavoro, Camilo era il direttore del Centro Studi Che Guevara all'Avana. Ha dedicato la sua esistenza nel ripercorrere la vicenda umana del padre impegnandosi in una ricerca spasmodica di testimonianze e scritti che ha raccolto e catalogato perchè nulla andasse perduto. Ha viaggiato in lungo e in largo con l'intento di promuovere la conoscenza del Che per mantenerne vivo il ricordo e l'opera.

Camilo Guevara è morto il 29 agosto del 2022 a Caracas, capitale del Venezuela, stroncato da un infarto causato da un embolo polmonare che non gli ha dato scampo. Come accaduto in precedenza per suo padre in tanti hanno pianto per la sua l'improvvisa scomparsa mentre altri, tra gli irriducibili anticastristi, avranno sicuramente gioito per la sua morte. La storia ci divide. Lo ha sempre fatto contrapponendo da una parte i vinti e dall'altra i vincitori. Ci divide in modo doloroso, spesso spietato, privandoci finanche di quella seppur minima fiammella di pietà umana e di obbiettività per poter giudicare con maggior serenità fatti e persone. Amore e odio si rincorrono da sempre sugli stessi binari. Sono facce contrapposte della stessa medaglia.

Camillo nei suoi numerosi viaggi si è fermato spesso anche in Italia donandosi generosamente alla curiosità e all'interesse di chi ha voluto conoscerlo. Ha portato sulle spalle il peso di un cognome ingombrante, lo ha fatto con coraggio e dedizione assoluta. Di fronte alla morte spesso basterebbe il silenzio.

Camilo Guevara uno dei figli del Che è morto a soli 60 anni
(Camilo Guevara - foto web)

Sono coetaneo di Camilo. Diversi anni fa all'Avana mi si era presentata l'opportunità di conoscerlo personalmente ma poi non se ne fece più nulla. Mi sono rimaste delle domande strozzate in gola. Domande che con il passare degli anni si sono arricchite di spunti di riflessione. La Cuba sognata da suo padre come modello di una società più giusta e libera si è forse dissolta definitivamente in una infinità di contraddizioni e disillusioni e credo che Camilo fosse abbastanza intelligente per essersene accorto da solo.

Cosa gli avrei chiesto allora?

Sicuramente gli avrei chiesto se da figlio avesse preferito al padre "eroico” uno più presente nella sua vita per poter condividere con lui l'utopia di una America Latina unita e vederlo poi invecchiare magari un po' più cicciottello e senza la folta chioma;  un padre che alternasse al suo gran senso di responsabilità l'affetto per i propri figli.

Gli avrei chiesto cosa ne pensasse realmente della morte del padre in Bolivia e di quella “misteriosa” del suo amico Camilo, se veramente anche lui credesse alla casualità dei fatti o se le circostanze che le avevano determinate fossero state in certo senso pilotate e alla fine silenziosamente gradite sia agli americani che ai russi, impegnati a gettare acqua sul fuoco in una guerra fredda che aveva corso il rischio durante la crisi dei missili di Cuba di trascinare il mondo nell'apocalisse atomica e che anche una parte della leadership cubana,  a partire da i fratelli Castro, avesse tratto beneficio dalla scomparsa di quel personaggio scomodo e irrefrenabile che poi ad arte avrebbero trasformato in un mito cementando in tutto il mondo il ruolo centrale di Cuba.

Gli avrei chiesto cosa pensasse di un mondo che aveva trasformato il padre in un gadget da bancarella dimenticandone in gran parte gli ideali e il sacrificio umano.

Gli avrei chiesto poi che opinione avesse sulle carceri cubane affollate di prigionieri politici, della crisi alimentare che sta investendo l'Isola, della potenza medica che scricchiola per la perenne carenza di medicinali. Gli avrei chiesto una riflessione sulle proteste di piazza di questi giorni e della reazione scomposta e violenta di uno stato che invece di porgere l'orecchio alle richieste di un popolo lo maltratta e bastona ad ogni circostanza. Gli avrei chiesto perchè dopo più di mezzo secolo dal successo della rivoluzione l'economia cubana ristagni ancora nelle paludi di una burocrazia asfissiante che paralizza ogni tipo di impenditoria e che espone l'Isola intera alla vergogna di dovere sempre attendere l'elemosina di paesi amici che poi alla fine proprio amici non lo sono mai stati.

Gli avrei chiesto infine cosa ne pensasse delle migliaia di cubani che ogni hanno fuggono da una terra bellissima e disperata in cerca di una vita dignitosa che la propria terra non riesce più a garantire. Chissà quali risposte mi avrebbe dat Camilo e se lo avesse fatto con la stessa risolutezza del padre o abbandonandosi a considerazioni più malinconiche ed intime. Non lo saprò mai. Oggi 9 ottobre si ricorda la morte di Ernesto Guevara detto il Che. Osservo la Cuba di oggi e la vedo così lontana dall'entusiasmo che la travolse nelle giornate eroiche di Santa Clara. Vedo gli sforzi di centinaia di ragazzi che donarono sulla Sierra Maestra la propria vita per un futuro migliore vanificati da un sistema politico che fa sempre più fatica a comprendere le istanze di un popolo stanco di troppe vessazioni. Un sistema politico che reagisce in modo isterico trascinando una isola intera verso una crisi sociale molto simile a quella che precedette la stessa Revolucion. Ho la convinzione, forse dettata da una visione romantica della storia, che se Ernesto Che Guevara e Camilo Cienfuegos fossero ancora vivi la situazione sarebbe stata molto differente. Domande e considerazioni che restano sospese. Chissà cosa mi avrebbe detto Camilo ...


Cuba vola in alto sotto bandiere diverse

3 luglio 2022

Il 18 giugno si è svolta a Parigi una tappa della Diamond League di atletica leggera una delle più importanti manifestazioni sportive del mondo. In quella occasione si è registrato un sensazionale risultato nella gara di salto triplo dove tre cubani si sono piazzati ai primi tre posti della graduatoria finale. Un risultato sportivo sorprendente ma ancora più sorprendente è il fatto che i tre atleti cubani hanno gareggiato sotto tre diverse bandiere.

Jordan Díaz (l'Avana 2001) che ha vinto la gara con la distanza di 17,66 metri ha ottenuto infatti la nazionalità spagnola a febbraio di quest'anno, gareggia per il Barcellona e detiene il record di Spagna con 17,77 m. Al secondo posto  si è piazzato con 17,64 m. il connazionale e quasi omonimo Andy Diaz (l'Avana 1995) che fa parte della squadra italiana Libertas Livorno e che dovrebbe prendere la nostra cittadinanza entro pochi mesi. Infine al terzo posto si è classificato l'altro cubano, campione olimpico di specialità a Tokio 2020, Pedro Pablo Pichardo ( nato a Santiago nel 1993 e recordman sia di Cuba che del Portogallo) che si è fermato alla distanza di 17,49 e compete per il Portogallo di cui ha già acquisito la cittadinanza nel 2017.

Diamond League a Parigi. Tre cubani sul podio del triplo sotto tre bandiere diverse
(Tre campioni cubani, Jordan, Andy e Pedro e tre bandiere diverse - foto web)

Cuba vola in alto con i suoi campioni risultato di una scuola caraibica di prima qualità. Purtroppo l'esodo di campioni dall'Isola sembra non fermarsi più. Ogni giorno si registra qualche defezione in molteplici discipline. Ricordo soltanto che molti peloteros si sono affermati negli Stati Uniti e che nella selezione spagnola di baseball ci sono ben 7 giocatori di origine cubana! Allo stesso tempo la nazionale cubana di beisbol fa fatica a consolidarsi a grandi livelli come ha sempre fatto in passato. 

(Sette cubani nella nazionale spagnola di baseball
(7 peloteros cubani nella nazionale di Spagna - foto web)

E' un fatto sociale drammatico e che deve portare chi governa il Paese a forti riflessioni. Molti di questi atleti cercano all'estero solo una opportunità per affermarsi considerando che una carriera sportiva si consuma in tempi brevi. Altri lo fanno perchè non si riconoscono più nel traballante sistema politico ed economico del proprio Paese. Io che osservo provo ammirazione per questi atleti (molti di loro sono anche in Italia) ma anche una certa sofferenza per quello che poteva essere e non sarà per Cuba: eccellere a livello mondiale nonostante le mille difficoltà. Dispiace constatare giorno dopo giorno la diaspora del popolo cubano. Un popolo che ha mostrato sempre il suo grande talento  in tante discipline (arte, musica, sport) e che dovrebbe avere la opportunità di realizzarsi a casa propria, circondato da quegli affetti in cui in molti casi dovrà rinunciare per sempre.

Cuba vola in alto ma si allontana sempre di più dalla propria gente ...

Quando la Revolucion dimentica i suoi eroi

 17 giugno 2022

Le storie che sto per raccontarvi sono quelle di due persone il cui nome non dirà niente a molti di voi ma che desidero farvi conoscere per farle riaffiorare dall'oblio della memoria. Quando una nazione si dimentica dei suoi figli che tanto hanno contribuito alla sua crescita e alla sua affermazione storica persino la loro dignità viene strappata e umiliata. Quelle di Angel e Osvaldo sono storie drammatiche di quelle che non custodiscono un lieto fine.

Angel Pacheco Soublet era un anziano di 83 anni che risiedeva con la moglie ed alcuni familiari nella popolosa Las Tunas, città che si trova nell'oriente di Cuba. Angel era un ex combattente della missione cubana in Angola. Un eroe di guerra pluridecorato.

(ex combattente cubano si suicida a 83 anni)
(Angel ex combattente cubano pluridecorato - foto web)

Si è tolto la vita pochi giorni fa per non aver retto allo sconforto e alla vergogna dopo essere stato multato di 4.000 pesos colpevole di vendere con un carretto frutta e verdura. Angel percorreva ogni giorno le strade assolate di Las Tunas per guagnare qualche pesos in più per arrotondare la sua misera pensione e mantenere la moglie ammalata e la figlia che si prendeva cura di lei. Non aveva nessuna licenza e alla impossibilità di poter pagare quel debito ha preferito togliersi la vita. I vicini descrivono Angel come una persona buona e servizievole dedito totalmente alla famiglia come in passato lo era stato per la Revolucion.

Angel fece parte della missione militare denominata: "Operazione Carlota" che ebbe inizio nel novembre del 1975 quando il regime cubano, sullo slancio dei successi ottenuti sul campo e in nome dell'internazionalismo socialista, inviò le prime truppe in Angola a sostegno del MPLA, il Movimento popolare per la liberazione dell'Angola, movimento di ispirazione comunista sostenuto dall'ex Unione Sovietica che in una violenta guerra civile si fronteggiava con la UNITA e la FNLA movimenti filo-occidentali sostenuti militarmente dall'esercito sud africano e dagli USA.

(Operazione Carlota, i cubani in Angola)
(Operacion Carlota, combattenti cubani in Angola - foto web)

Dopo quel primo invio di circa 4.000 uomini la presenza cubana si rafforzò sempre di più negli anni seguenti raggiungendo le 55 mila unità nel 1988. Si calcola che complessivamente circa 500 mila cubani combatterono in Angola e di questi 10 mila morirono o furono gravemente feriti. Nel 1988 vennero siglati poi a New York degli accordi di pace in base ai quali Cuba da una parte e Sud Africa dall'altra ritirarono progressivamente i propri eserciti dall'Angola. La Operazione Carlota terminò ufficialmente nel 1991 mentre la guerra civile angolana che scoppiò dopo che la regione africana aveva conquistato l'indipendenza dal Portogallo si protrasse fino al 2002.

(Cuba in Angola francobollo celebrativo)
(Operacion Carlota francobollo celebrativo - foto web)

L'Africa sudoccidentale ottenne l'indipendenza dal Sud Africa dando vita allo stato della Nabibia. Angel fu uno di quei combattenti che lasciarono la propria terra mossi dall'entusiasmo nel voler diffondere nel terzo mondo le istanze politico sociali della rivoluzione cubana. La stessa Revolucion che qualche decennio dopo  non ha saputo proteggerlo al tramonto della sua vita.

L'altra vicenda è quella che riguarda Osvaldo Lara nato all'Avana nel 1955 e considerato uno degli atleti più forti della storia di Cuba. Osvaldo Lara indossò la maglia della nazionale cubana da metà degli anni 70 del secolo scorso fino alla fine degli anni ottanta ottenendo risultati strepitosi in tutte le discipline che praticava: 100 metri, 200 metri e staffetta 4 x 100.

(Osvaldo Lara ex campione cubano caduto in disgrazia)
(Osvaldo Lara - foto web)

  Nel 1980 quando i giochi Olimpici si svolsero a Mosca Osvaldo raggiunse la finale sia nei 100 metri che nei 200 ottenendo lusinghieri piazzamenti, rispettivamente un quinto ed un ottavo posto. A quei giochi svolti in piena "Guerra Fredda" non vi parteciparono gli Usa che boicottarono l'evento sportivo. Quattro anni più tardi fu la volta della ex Unione Sovietica e del blocco socialista che comprendeva Cuba a boicottare i Giochi che si tennero a Los Angeles privando così Osvaldo della possibilità di partecipare alla manifestazione sportiva nel suo miglior momento di forma.

Mosca organizzò una sorta di contro olimpiade che chiamò "Giochi dell'Amicizia" ai quali partecipò anche la selezione cubana con il suo alfiere Osvaldo che in quella occasione vinse l'oro dei 100 metri piani con un tempo fantastico di 10 secondi e 17 risultato secondo solo a quello ottenuto dallo statunitense Carl Lewis, il "Figlio del Vento", medaglia d'oro a Los Angeles. Osvaldo restò con il rammarico di non aver potuto partecipare ai quei giochi dove aveva tutte le carte in regola per essere protagonista e salire sul podio. Al suo rientro in Patria il governo gli fece dono di una Lada, un mostriciattolo a quattro ruote costruito in Russia su modello della Fiat 124, che il buon Osvaldo ha mantenuto fino ai nostri giorni e che ora giace inutilizzabile consumata dal tempo e dalla salsedine. Grazie ad altre medaglie conseguite con la nazionale Osvaldo riceve un vitalizio di 700 pesos cubani che ai giorni nostri sono una autentica miseria, circa 35 euro. Il Palmares di Osvaldo parla da solo. Osvaldo Lara è stato una gloria dello sport cubano quando lo sport era il simbolo dell'affermazione della Rivoluzione castrista in campo sociale, economico e politico. Osvaldo dopo il ritiro dalle gare avvenuto nel 1986 ha fatto per alcuni anni l'allenatore poi l'insorgere di diversi gravi problemi di salute lo hanno costretto ad abbandonare ogni attività prima di raggiungere l'età pensionistica e di conseguenza non percepisce nessun tipo di pensione. Oggi vive nell'indigenza, soprafatto dalla tristezza e dagli acciacchi. In una recente intervista ha dichiarato tutto il suo sconforto nel sentirsi abbandonato dalle Istituzioni e da quel regime sotto la cui bandiera ha offerto i migliori anni della sua vita.

Angel e Osvaldo, due storie tristi. La Rivoluzione cubana si è affermata grazie all'eroismo di giovani vite, ragazzi che spesso venivano dal campo, poco istruiti, molti di loro erano analfabeti. Hanno raccolto le aspirazioni di una isola intera regalando un sogno di giustizia e libertà dopo decenni vissuti nella precarietà e sottomessi al terrore. Molti di loro si sono poi affermati in quella idea di rivoluzione sociale: chi nelle arti, chi nello sport, chi continuando a servire il proprio Paese in pericolose missioni militari.

Quando la Revolucion dimentica e tradisce i suoi eroi tradisce anche gli ideali di migliaia di giovani di allora, le cui speranze e gesta eroiche si erano spinte ben oltre i confini della Isla Grande. Qualcosa va rivista. Troppe cose non vanno. E' tempo di cambiamenti perchè chi perde la dignità perde un pò alla volta la sua stessa vita. Questo vale per Cuba, vale per l'Italia, vale per chiunque.

 

 

 


 

Uno squarcio nel cuore dell'Avana

08 maggio 2022

6 maggio 2022 una esplosione distrugge l'Hotel Saratoga all'Avana
(l'Hotel Saratoga dopo l'esplosione - foto web)

Venerdi 6 maggio 2022: sono appena trascorse le ore 11 quando un terribile boato sconquassa il centro storico dell'Avana. Una esplosione dovuta probabilmente ad una fuga di gas squarcia l'Hotel Saratoga spazzando via in pochi istanti i primi tre piani dell'edificio. Le indagini sono ancora in corso ma escluderebbero si sia trattato di un attentato. Si è trattato di un tragico incidente durante il travaso di gas liquido da un camion agli impianti della struttura alberghiera. Il bilancio ancora provvisorio parla di 32 morti tra cui 4 minorenni, una ventina dispersi ed un elevatto numero di feriti. L'albergo era chiuso da due anni a causa della pandemia da Covid 19 e avrebbe riaperto le porte ai turisti il prossimo 10 maggio. Le vittime sono quasi tutti operai ed inservienti impegnati in un restyling dell'Hotel. Sono disgrazie che si ripetono in ogni angolo del mondo si dirà. E' vero. Ma in questo blog parlo di una terra e di una citta che amo e conosco profondamente ed ogni sua ferita causa un dolore lacerante.

Ricordo la prima volta che visitai l'Avana nel 1995 in pieno periodo especial. Allora come oggi gli occhi si scontravano con situazioni surreali. Da un lato edifici maestosi e ben curati e dall'altro costruzioni fatiscenti con derrumbes che si rincorrevano pericolosamente giorno dopo giorno. Sono stato sempre attratto dagli edifici vecchi o abbandonati perchè incontrandoli ho ogni volta immaginato quale potesse essere stata la loro storia, chi li aveva vissuti e quali drammi avevano accompagnato la loro esistenza. Ho visto il Saratoga in quegli anni. Quel poco che resisteva della antica struttura. Una facciata mal ridotta, spoglia e fredda e poi il nulla al suo interno come se fosse sprofondato in una voragine assassina. Nelle vicinanze il Parco della Fraternità e poco distante l'animato Paseo del Prado e il maestoso Capitolio Nacional. Non conoscendo la sua storia mi chiedevo che senso avesse mantenere in piedi quello scheletro traballante. Poi nelle visite successive lo rividi impacchettato da tubi innocenti e poi ancora prendere nuovamente una forma che aveva qualcosa di magico. Un gigante della preistoria che rimprendeva vita come nel mondo di Jurassik Park! L'ultima volta che sono stato all'Avana, quattro o cinque anni fa, lo rividi nuovamente in piedi, con il suo colore verde smagliante e la sua maestosa eleganza. Eusebio Leal aveva compiuto l'ennesimo miracolo ridonando alla capitale uno dei suoi gioielli architettonici cosi come in precedenza aveva fatto con piazze, strade e monumenti.

Ora rivederlo devastato e ferito spezza il cuore. Ancora non si sa se potrà essere recuperato o definitivamente abbattutto. Comunque andranno le cose la morte lo ha oltraggiato.

Hotel Saratoga in una cartolina d'epoca
(Hotel Saratoga in una cartolina d'epoca - foto web)

Situato al numero 603 del Paseo del Prado fu costruito su tre piani nel 1880 dallo spagnolo Gregorio Palacios uno dei proprietari immobiliari più ricchi dell'Avana.

IL piano terreno fu destinato a magazzino di tabacco mentre il secondo piano era occupato da negozi e abitazioni. Il terzo piano era invece destinato ad un piccolo hotel con una quarantina di stanze e un grande salone per i pranzi.

Nel 1933 l'edificio di stile neoclassico fu convertito definitivamente in albergo e ben presto diventò uno dei più belli e famosi della capitale. Qui nel 1935 si esibì per la prima volta l'orchestra Anacoanas composta esclusivamente di donne.

Inaugurazione Hotel Saratoga Avana 1935
(Hotel Saratoga, Avana 1935 - foto web)

La sua stella brillò però solo per un paio di decadi e la sua luce smise di brillare, come altri edifici dell'Habana Vieja, a partire dai primi anni sessanta a seguito della difficile situazione politica ed economica in cui precipitò la Cuba di Castro. Convertito prima in edificio multifamiliare iniziò progressivamente il suo declino e abbandono. Solo a partire dalla fine degli anni 90 del secolo scorso, dopo il dissolvimento dell'Unione Sovietica grazie all'intervento di una impresa britannica e all'abnegazione di Eusebio Leal, il compianto historiador de la Ciudad, si cominciò a restaurare l'edificio che risorse dalle sue ceneri nel 2005 fino ad essere classificato come Hotel di 5 stelle con le sue 96 camere, tre bar, due ristoranti, negozi e una piscina sul tetto.

In questi anni molti artisti e personaggi famosi sono stati ospitati al Saratoga: lo scrittore Rafael Alberti, la cantante Madonna, Beyoncé e Jay Z, l'attore americano Will Smith, i mitici Rolling Stones durante il concerto evento nel 2016 e nel 2017 il re del Marocco Mohamed VI che nell'occasione prenotò l'intero albergo.

Hotel Saratoga Habana
(Hotel Saratoga - foto web)

L'Avana piange i suoi morti. Non solo il Saratoga è stato squarciato ma anche molti edifici limitrofi tra cui una scuola per l'infanzia hanno subito gravi danni. Le indagini vanno avanti cosi come la vita. L'hotel Saratoga rappresentava per molti che come me amano questa assurda capitale l'immagine tridimensionale di uno spirito e di una volontà che non vogliono arrendersi neppure difronte all'inevitabile. L'Avana si rialzerà ne sono certo. Se non nelle pareti di uno dei suoi più emblematici alberghi lo farà con il coraggio di un popolo testardo e tenace. E coraggioso. La fila di cittadini che  hanno offerto il loro sangue per i numerosi feriti ne è la prova lampante: Forza Avana! Rialzati!