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Chi muore per salvare vite non muore mai

28 marzo 2020

medici cubani in Italia per fronteggiare il coronavirus
(foto web)

Il 21 marzo sono sbarcati all'aereoporto di Orio al Serio nella provincia della martoriata città di Bergamo 52 tra medici ed infermieri cubani. Questa “brigada de batas blancas” (camici bianchi) è diventata operativa presso l'ospedale da campo realizzato in pochissime ore dall'esercito italiano nella città di Crema. Si tratta di un gruppo di specialisti con alle spalle già diverse missioni in luoghi remoti della terra. In particolare la loro preparazione si è rivelata in passato molto utile nell'affrontare l'emergenza ebola in molti paesi del continente africano. Attualmente si contano diverse migliaia di medici cubani impegnati in missioni internazionaliste. A Crema, dove sono stati accolti con grande emozione e gratitudine, alloggeranno presso locali messi a disposizione dalla Diocesi locale e presso un'albergo della città. Quando si è presentata la necessità di consentire lo spostamento dei medici tra gli alloggi a loro assegnati e l'ospedale di campo si è pensato immediatamente all'utilizzo di biciclette. In poche ore, grazie ad un tam tam spontaneo nato tra la popolazione di Crema e quella dei comuni limitrofi, si sono raccolte una ottantina di biciclette che sono state subito messe a disposizione degli amici cubani.

Alcune testate giornalistiche commentando la vicenda hanno riferito erroneamente dell'arrivo di medici volontari mentre altre hanno colto l'occasione per puntare il dito contro il regime cubano ritenuto colpevole di tenere in ostaggio migliaia di medici sfruttati a lor dire per favorire un business legato alla esportazione di servizi professionali.

La verità, come sempre accade, si colloca nel mezzo. Ho avuto nel tempo la fortuna di conoscere medici cubani e con alcuni di loro ho instaurato un forte legame di amicizia. La medicina a Cuba è uno dei capisaldi della rivoluzione e ne sono testimonianza le diverse università presenti sull'isola volute fortemente dallo stesso Guevara che si avvalse per la loro realizzazione del supporto e delle competenze del suo grande amico il medico argentino Alberto Granado. Dall'inizio degli anni '60 le missioni delle brigate di medici sono divenute il vero avamposto della rivoluzione cubana, il supporto scentifico per esportare l'esperienza cubana in molti paesi del terzo mondo. La novità storica di oggi consiste nel fatto che per la prima volta una brigata diventa operativa nel mondo occidentale. E' vero, i medici arrivati in Italia non sono dei volontari. I Paesi che richiedono la presenza e il supporto degli specialisti cubani devono negoziare direttamente con il Ministero della Salute. Raggiunto l'accordo circa il 40% dei compensi finisce nelle tasche dei medici mentre la percentuale restante va direttamente nelle casse dello stato. Bisogna sottolineare però che a Cuba sia l'istruzione che l'assistenza sanitaria sono totalmente gratuite ed accessibili a tutti. Un medico guadagna tra i 30 e i 60 cuc al mese (al cambio un cuc è quotato come un dollaro USA) di conseguenza una missione all'estero può realmente costituire una grossa opportunità economica. Nella mia esperienza personale però non ho mai percepito l'idea del guadagno come l'unica motivazione tra quelle che spingono ogni anno centinaia di giovani studenti ad intraprendere gli studi universitari ed in particolare quelli di medicina. Per trenta cuc al mese forse non ne varrebbe veramente la pena. C'è qualcosa di romantico che serve da molla, qualcosa che per noi occidentali è difficile da capire. C'è un amore per la professione, c'è un attaccamento alla Patria e alla bandiera, c'è un senso di appartenenza ad una esperienza rivoluzionaria che ancora oggi stimola e spinge verso scelte coraggiose. La Cuba rivoluzionaria nei sessant'anni della sua esperienza politica e sociale ha esportato nel terzo mondo soldati e medici. Molti giovani sono morti impugnando il fucile, altri indossando il camice bianco. Due aspetti probabilmente contradittori della visione utopistica di fraternità internazionale tra i paesi socialisti sognata dal Che. Una ultima considerazione: sappiamo tutti come molte nazioni si arricchiscono attraverso il mercato delle armi piuttosto che con la produzione di mine anti-uomo o il traffico di droga. Non ritengo quindi giusto porre sullo stesso piano di giudizio un business, seppur altamente redditizio, basato sulla cultura e la conoscenza scientifica.

In fine ho scelto due foto per corredare questo articolo: una è di Ruben Carballo Herrera un paramedico cubano membro della spedizione in Italia e l'altra è del medico italiano Giampiero Giron. Due nomi che senz'altro non ci dicono nulla ma che ci spiegano molto sull'importanza di vivere la propria professione come fosse la più importante tra le missioni.

Ruben, infermiere cubano in missione in Italia
(Ruben - foto web)

Ho trovato sui social la bella testimonianza di un fotografo cubano che si era recato all'aereoporto dell'Avana per immortalare e salutare la partenza della brigata medica per l'Italia. Tra le batas blancas gli parve di riconobbere un volto, forse incrociato in una delle precedenti missioni in Africa.

“Cosa fai qui?” chiese Ruben al fotografo

“E' quello che chiedo io a te amico! Vai di nuovo a sfidare la morte?”

E Ruben rispose con la serenità tipica degli eroi inconsapevoli di esserlo:

“Parto per l'Italia, ma non ti preoccupare perchè ritorneremo e continueremo a lottare per la vita”.

E mentre le note dell'inno cubano accompagnavano la marcia di quel plotone di medici Ruben si girò nuovamente verso il fotografo e gli disse:

“Ti ricordi cosa mi hai detto quella volta? Con dos cojones, Viva Cuba!”

E in un'altra intervista un medico della medesima spedizione ha cosi risposto ad una domanda sul perchè di quella partenza così rischiosa:

“Non dobbiamo dimostrare niente a nessuno però desideriamo che il mondo sappia chi siamo.

Siamo medici cubani e siamo in prima linea per combattere il COVID19. Lo facciamo per amore della professione, lo facciamo per convinzione personale, lo facciamo perchè siamo cubani, perchè amiamo la vita, lo facciamo perchè abbiamo voglia di farlo, lo facciamo perchè abbiamo le palle, lo facciamo semplicemente per questo significa affermare il concetto di Patria o Muerte, ma lo facciamo principalmente perchè tutti sappiano che alla fine Venceremos!

Complicato da intenderlo è vero? E allora vi voglio confondere ulteriormente le idee con la breve storia di Giampiero Giron (si proprio così ...come playa Giron, il luogo della disfatta dei controrivoluzionari nella battaglia fratricida del 17 aprile del 1961, la Baia dei Porci ...).

Medico italiano in pensione si rimette il camice contro il coronavirus
(Giron - foto web)

Nei giorni scorsi in piena emergenza sanitaria lo Stato italiano ha lanciato un appello per sopperire alla necessità di almeno 300 medici da inviare nei territori più colpiti dall'epidemia da coronavirus. Come sappiamo ben 8.000 persone hanno risposto generosamente a questo invito. Tra loro giovani neo laurati e medici già in pensione. Uno di loro che ha risposto presente è Giampiero, un medico di 85 anni dal volto di nonno buono.

"Mi hanno chiesto la mia disponibilità e ho detto di si. Quando ho deciso di essere medico nella mia vita l'ho scelto per sempre. Ho fatto un giuramento. Paura di ammalarmi? No. Allora era meglio se non avessi fatto il medico”.

Ruben y Gilberto, eroi comuni. Volti buoni e generosi in questa epoca di sfide.

Alla gente come voi dovremmo essere grati per sempre.

Hasta la victoria! Ce la faremo.

Il Coronavirus minaccia anche Cuba

15 marzo 2020

Cuba si prepara a fronteggiare il Coronavirus
(foto web)

Il coronavirus è stato classificato dalla OMS come pandemia. L'Italia sta pagando il prezzo più alto in termini di vite umane anche se sono stati presi dei provvedimenti molto restrittivi delle libertà personali. Provvedimenti forse tardivi ma in linea con quelli adottati dalla Cina prima di noi. Dopo una prima fase di sberleffi e critiche inaccettabili ora il mondo ci guarda con ammirazione e a catena molti Paesi stanno adottando misure simili a quelle intraprese dall'Italia per fronteggiare questa terribile epidemia. Quasi tutti in verità perchè alcune nazioni si stanno comportando ancora oggi con estrema superficialità. La globalizzazione ha annullato le distanze, il mondo è diventato più piccolo e non esiste più nulla che in un modo o nell'altro non ci riguardi direttamente. Questa maledetta epidemia dovrà aiutarci a superare gli egoismi. Niente dovrà essere più come prima. Cuba è stata per il momento solo sfiorata da questa drammatica emergenza sanitaria: alla data di oggi si registrano solo quattro casi prontamente isolati: tre turisti italiani in ferie e una cittadina peruviana residente in Lombardia che nei giorni scorsi aveva raggiunto il marito cubano a Santa Clara. Il paese caraibico si sta preparando con grande dignità nello stessa maniera con cui ha affrontato il problema dengue e le ricorrenti incursioni degli uragani. Gli aereoporti sono aperti e per il momento lo sono anche le frontiere del paese. Nel frattempo nelle scuole si educano i bambini agli attegiamenti essenziali per far fronte comune e poter arginare questo pericolo invisibile. Siamo tutti passeggeri sulla stessa nave.

Korda e il Che. La foto che creò il mito del Guerrigliero Eroico

8 Marzo 2020

Il ritratto del Che Guevara di lberto Korda
(Il Guerrigliero eroico di Korda - Foto web)

Questa è senz'altro una delle foto più emblematiche che sia mai stata realizzata.

Uno dei ritratti più efficaci e penetranti conosciuti nella storia moderna. La foto venne scattata quasi per caso dalla camera curiosa e attenta del grande fotogtafo cubano Alberto Diaz Gutierrez, noto semplicemente come Korda in omaggio al regista ungherese Alexandr Korda. Sono passati esattamente 60 anni da quello scatto che con la sua irruenza ha attraversato decenni di storia a cavallo di due millenni. Usato e abusato in ogni angolo dl mondo. Strattonato e commercializzato. Una icona fissata nel tempo come i grandi eroi della mitologia. Una sorte la sua che probabilmente lo stesso Guevara non avrebbe gradito fino in fondo.

E' il 5 di marzo del 1960. All'Avana si celebra un rito funebre in memoria delle 136 vittime dell'affondamento della Coubre, una nave francese che trasportava armi belghe verso la giovane isola rivoluzionaria e la cui esplosione fu attribuita ad un sabotaggio da parte della Cia. Mentre Fidel Castro pronunciava uno dei suoi interminabili discorsi apparve per pochi istanti sul palco il Che, con uno sguardo intenso, misto di rabbia, sopraffazione e orgoglio. Korda lo notò prima che si ritirasse nuovamente e con maestria fermò quell'attimo consegnandolo alla storia e contribuendo alla edificazione del mito “Che Guevara”.

Il fotografo cubano Korda con la foto del Che
(Alberto Korda - foto web)

La foto rimase per diverso tempo negli studi di Korda e fu solo nel 1968 all'indomani della morte del Guerrillero Heroico avvenuta in Bolivia nell'ottobre del 1967 che divenne un successo mondiale grazie all'intuito dell'editore italiano Giangiacomo Feltrinelli che la trasformò nel simbolo e bandiera delle lotte proletarie di tutto il mondo attraverso la realizzazione di un poster prima e utilizzandola poi come copertina del libro “Diario in Bolivia”, scritto dallo stesso Guevara negli ultimi giorni della sua vita.

Alberto Korda e la famosa foto di Che Guevara
(Alberto Korda - foto web)

Alberto Korda nasce all'Avana il 14 settembre del 1928 e fu fotografo di moda ai tempi del regime di Batista. Abbracciò in seguito la causa castrista collaborando con il quotidiano Revolucion e diventando il più importante fotografo della Rivoluzione cubana.

E' morto a Parigi per un attacco cardiaco nel 2001 in occasione di una sua mostra fotografica.

Alberto Korda il fotografo del Che e della rivoluzione cubana
(foto web)
Chiunque sia stato all'Avana o a Cuba inevitabilmente si è dovuto confrontare con quello sguardo. E' ovunque. Sulle magliette, sulle tazze, sulle pareti scrostate delle scuole, sui cappellini, nelle stanze dei musei e degli uffici pubblici. Dove volgi lo sguardo lo trovi. A volte lo incontri vicino al suo amico Camilo. Guevara è ancora oggi una presenza ingombrante, troppo spesso mercificata. Odiato e idolatrato, ma la sua eterna govinezza continua ad interrogarci e il suo sguardo a penetrarci e a sfidarci.

 

L'amore ai tempi del corona virus

23 febbraio 2020

corona virus
(foto web)

Ecco ci siamo. La notizia che non volevamo mai ascoltare è arrivata all'improvviso come una pugnalata allo stomaco. Ci siamo illusi che il vivere in un “paese lontano” fosse sufficiente a garantirci l'incolumità. Non è stato così: il virus è penetrato nei nostri polmoni, nelle nostre cellule e ha invaso le nostre paure. L'Italia è passata in pochi anni dall' essere tra i primi paesi al mondo più industrializzati ad essere la cenerentola di turno, umiliata, disarticolata, ingovernabile ed esposta ad ogni forma di contagio, politico e non. Scarsa prevenzione e informazione, pressapochismi imbarazzanti e laceranti, classe politica inadatta. Così è accaduto che mentre eravamo pronti a festeggiare il carnevale tra spensieratezza e goliardia tipicamente italiana siamo stati costretti a ri-assaporare il gusto amaro della paura. Non eravamo pronti e si è scatenato il panico. Scuole chiuse, manifestazioni annullate , economia e turismo paralizzati, musei chiusi (la nostra bellezza!), supermercati e farmacie prese d'assalto, stadi blindati e persino le chiese costrette all'isolamento forzato.

Psicosi collettiva, paure infondate, virus indotti e sfuggiti al controllo, fanta politica, immigrazione impazzita, business dietro alle mascherine prodotte a Wuhan dove tutto è iniziato, esperimenti militari, attacchi al gigante asiatico … il nostro lessico si è arricchito in questi giorni di termini  quasi sconosciuti. Si è detto di tutto e di più e chissà se mai sapremo la verità. Nel frattempo la morte sta facendo sentire il suo tanfo e si sta portando via i più deboli. Gli anziani, gli ammalati. Come sempre. Morti inevitabili, danni collaterali, vite sacrificate sull'altare delle macro economie che non si fermano di fronte a nulla.

Questo virus però ha in sè qualcosa di speciale, qualcosa che lo rende drammaticamente democratico. Forse si è trattato solo di fatalità e le prossime settimane serviranno a smentire questo dato di fatto, ma questo virus che ha la forma di un polline alieno sembra per il momento non volersi depositare sul terzo mondo, sui territori africani e su quelli del centro e sud America. Li si muore di morbillo, di scabbia, di diarrea, di guerre e violenze. Cose lontane che non ci riguardano. Il corona virus invece ha cambiato inaspettatamente la traettoria della storia e si è introdotto nelle nostre certezze, nei nostri ristoranti, nelle nostre case accoglienti, nei nostri supermercati ridondanti di ogni ben di Dio. Basta un colpo di tosse e siamo fottuti. Forse la paura ci renderà tutti più umili e questo ci costringerà ad un necessario cambiamento.

solitudine
(foto web)

Voglio credere che in questi momenti ciò che sta spaventando di più i potenti-manovratori non sia la morte che colpirà migliaia di persone innocenti e delle quali non gliene fregherà un bel niente ma sarà la inevitabile riscoperta del senso profondo della vita che contagerà milioni di persone. La riscoperta della VITA nella sua straordinaria semplicità e bellezza. Ho la speranza che questa ondata di paura ci aiuti in futuro a gustarci  le cose genuine della nostra quotidianità come una cena in famiglia o con gli amici, una passeggiata al parco o in riva al mare. Armi terribili di dissuasione. Perchè chi “ha creato” questo virus, e nella mia modesta percezione delle cose sono quasi convinto che sia andata proprio così, è riuscito a separarci e a privarci di cose essenziali che spesso ignoriamo o trascuriamo: il dono della salute, ma anche della  libertà di poterci muovere e di poterci prendere per mano e abbracciarci, baciarci ed amarci. Perchè questo maledetto e subdolo virus si trasmette così, con il contatto e con la saliva. Auspico che quando il panico sarà passato (forse) saremo capaci di ridare il giusto valore alle cose per poter riscoprire come sia bello poterci riavvicinare senza paura e dirci “si, io ci sono! e sono qui con te a condividere questo tratto di vita che ci è stato concesso”.

Voglio credere che alla fine andrà così.

Sono solo canzonette?

25 gennaio 2020

Gente de Zona
(Gente de Zona - foto web)

Può la musica consegnare un messaggio politico e può la politica censurare la musica?

La musica così come tutte le arti è espressione del pensiero umano e quindi dovrebbe essere lasciata libera di esprimersi come meglio crede. Certo il buon senso dovrebbe aiutare ogni singolo individuo ad autolimitare la propria libertà sopratutto quando questa può offendere od ostacolare quella altrui. Ma il buon senso come si misura, chi può stabilirne i confini e determinarne l'efficacia?

In Italia in questi giorni si è aperta una accesa polemica circa la partecipazione di un rapper al Festival della Canzone Italiana di San Remo. Per l'occasione si sono agitati giornalisti, filosofi, tv e una marea di personaggi pubblici che hanno dispensato opinioni molto contrastanti tra loro sull'opportunità di invitare alla manifestazione canora un artista i cui testi si spingono ben oltre l'accettabile; allo stesso tempo estremamente variegata è stata l'esposizione mediatica di altri artisti che hanno offerto la propria musica a sostegno di una corrente politica piuttosto che un'altra. Accade in Italia e accade in tutto il mondo. Spesso con prese di posizione fortemente manipolate e fuori luogo. Per evitare però sterili conclusioni tutto andrebbe analizzato e ricondotto a specifici contesti geografici e socio culturali.

Così è accaduto che a Miami, in Florida, in occasione del concerto di fine anno 2019 tenutosi a Bayfront Park diversi artisti cubani in esilio negli states (tra essi alcuni di fama internazionale come Willy Chirino, Arturo Sandolval e Manolin “el medico de la salsa”) abbiano minacciato di salire sullo palco qualora si fosse esibito anche il gruppo Gente de Zona. In realtà è stata tutta la comunità cubana residente in Florida sospinta da quella fetta di esuli che con il tempo ha conseguito una certa rilevanza politica ad osteggiare la presenza del gruppo e a criticare aspramente chi aveva rivolto l'invito al duo formato da Alexander Delgado e Randy Malcom. I due artisti sono stati ritenuti colpevoli di aver sostenuto più volte il regime come in occasione del recente concerto tenutosi a settembre sul Malecon habanero insieme ad altri artisti cubani (Descemer Bueno, Kelvis Ochoa e El Micha) durante il quale Alexander aveva pronunciato la frase “estoy haciendo música para el mundo y estoy defendiendo a Cuba en el mundo“.

Qualche tempo prima durante il concerto tenutosi all'Avana nel 2018 insieme alla nostra Laura Pausini il gruppo aveva ringraziato apertamente il presidente cubano Miguel Diaz Canel per aver permesso la realizzazione di quel evento attirandosi le ire dei cubani residenti a Miami.

Gente de Zona e Laura Pausini
(Laura Pausini e Gente de Zona - foto web)

La notizia del ripudio di Gente de Zona da parte dei loro connazionali risiedenti in Florida ha causato una ondata di polemiche che ha finito per trascinare con sè in un effetto domino molti altri artisti tra i quali il noto cantante Pitbull (rapper statunitense nato a Miami da genitori cubani) che dopo aver appoggiato in un primo tempo il sodalizio cubano si è visto costretto a fare dietrofront chiedendo scusa all'opinione pubblica per essersi lasciato coinvolgere in una vicenda che non lo riguardava. Durante il concerto di fine anno Pitbul aveva infatti inviato il suo saluto al duo cubano pronunciando queste parole che avevano suscitato non poco clamore tra i presenti:

No están aquí esta noche por otras cosas, pero quiero mandarle un saludo a Gente de Zona. La música es la música, la política es la política”,

Non sono qui questa notte per altri motivi, però voglio salutarli. La musica è musica, la politica è la politica”.

Forse ha ragione il buon Pitbull...

Facciamo un piccolo passo indietro. Gente de Zona nasce nel 2000 nel quartiere Alamar all'Avana e tra i suoi fondatori oltre a Delgado ci sono stati anche Jacob Forever e Nando Pro che successivamente hanno intrapreso una carriera da solisti ugualmente intensa e ricca di successi. Dal 2013 si unisce a Delgado il cantante e polistrumentista Ray Malcom già componente della Charanga Habanera uno dei gruppi storici della musica cubana. Il successo internazionale per Gente de Zona arriva solo nel 2014 con il brano Bailando scritto da Descemer Bueno e realizzato insieme a Enrique Iglesias seguito poi da altre hits e importanti collaborazioni musicali con lo stesso Descemer Bueno, Marc Anthony, Pitbull, Laura Pausini, Il Volo, Jennifer Lopez, solo per citarne alcune.

I Gente de Zona sono autori di canzoni molto oriecchiabili, ballabili e dai contenuti leggeri, apparentemente non impegnati, che però rispecchiano molto le attitudini dei cubani e che utilizzano lo slang di strada molto diffuso tra i giovani cubani.

Ma sono in realtà solo canzonette?

A proposito … i Gente de Zona saranno ospiti a San Remo, che accadrà?

Buon Natale Gesù !

25 dicembre 2019

Natale di Gesù
(foto web)

Buon Natale Gesù, buon compleanno!

Questa è la tua festa. In questi giorni siamo distratti da mille cose: dai regali, dagli addobbi, dalle vacanze, dai cenoni e dai brindisi. Ci scambiamo anche abbracci e qualche saluto rimasto chiuso per troppo tempo nei nostri egoismi, perchè in fondo ci sentiamo tutti più buoni. Ci auguriamo Buon Natale! per strada, su Facebook, su whatsapp, senza probabilmente pensare che quel "natale" che ricordiamo, quella nascita che celebriamo è la Tua. Ci si riunisce in famiglia, si festeggia, ci si scambia doni. Si pensa alla vita che rinasce, alla luce, ai folletti che popolano il bosco, ai raggi del sole che filtrano tra pietre secolari. Tutto bellissimo perchè noi umani abbiamo bisogno di questo, di credere anche solo per poche ore che la vita può essere diversa se vissuta in armonia con gli altri e con il creato. Però ci si dimentica di rivolgere lo sguardo verso quella capanna di Betlemme dove si è compiuto un fatto assolutamente normale, la nascita di un bambino tra le difficoltà del suo tempo. Un fatto assolutamento normale che se però è vero trasforma la Tua nascita e la nostra vita in un fatto assolutamente straordinario! La rivoluzione dell'Amore: Dio che si fa piccolo e nudo per venirci incontro e farsi riconoscere ed accettare. Sei stato scandalo ai tuoi tempi, lo sei ancora oggi dopo più di duemila anni. Chi teme l'Amore di un Dio Bambino, chi si scandalizza della Tua innocente presenza, chi trova offensiva la Tua fragile nudità e fastidiosi i Tuoi primi vagiti forse è gia morto dentro. Morto all'amore.

Buon compleanno Gesù, questa è la tua festa. Noi ci siamo dimenticati di te, Tu non farlo di noi.

Firulais il nostro agente all'Avana

 8 dicembre 2019

I Reali di Spagna in visita all'Avana
(I Reali di Spagna e Firulais - foto web)

Contro ogni pronostico Firulais è apparso e si è fatto una bella passeggiata tra i Reali di Spagna!

Come ho raccontato in un articolo precedente ha destato molta curiosità ed interesse la storica visita dei Reali di Spagna a Cuba. La splendida Letizia in realtà'era gia stata nel 1994 quando ancora studiava da giornalista. L'arrivo dei monarchi spagnoli nell'ultima colonia perduta d'oltreoceano ha portato con se anche non poche polemiche. Diversi cubani hanno denunciato la matanza di cani di strada, sacrificati per rendere più piulite ed accoglienti le strade dell'Avana vecchia: molti di loro si sono opposti al tragico destino di queste creature innocenti organizzandosi spontaneamente in forme di protesta "rivoluzionarie" ed  hanno avuto non solo il merito di liberare ed adottare quasi tutti gli animali catturati e destinati al sacrificio ma anche quello di richiamare l'opinione pubblica cubana sulla necessità di dar vita ad una legge a protezione degli animali ancora assente nella giurisdizione isolana (http://www.mambotango.it/index.php/blog-mambo-tango/266-ni-una-patas-meno-ogni-gesto-d-amore-e-un-atto-rivoluzionario) .

Nonostante le polemiche e la caccia Firulais è sbucato da chissà dove e ha accompagnato tranquillo ed indisturbato la passeggiata dei Reali di Spagna per le strade dell'Avana Coloniale senza creare con la sua innocente presenza nessun disturbo e diventando a sua insaputa un fenomeno virale in tutto il mondo.

Firulais è il nostro Agente all'Avana a dimostrazione che la la convivenza è possibile e passa attraverso semplici gesti di misericordia e compassione verso queste creature più deboli. Questo, si intende, vale per ogni paese del mondo a partire dalla nostra amata Italia dove la violenza sugli animali è ancora lontana dall'essere definitivamente debellata.

Ni una pata menos! Neanche una zampetta in meno!