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Cuba si prepara con le sue difese militari all'impatto con Irma

8 settembre 2017

La traettoria dell'Uragano Irma, settembre 2017
(La traettoria di Irma - foto web)
Il Ciclone "nucleare" Irma ha nelle ore appena trascorse flagellato con i suoi potenti venti molte delle isole caraibiche da Puerto Rico a Saint Martin, dalle Antigua a Barbuda (qui il 95% delle abitazioni è stato danneggiato o distrutto) alla Repubblica Dominicana e Haiti portando purtroppo dietro di se morte e distruzione. Il suo percorso nelle prossime ore toccherà anche il territorio cubano per poi schiantarsi sulla penisola dell Florida dove l'allerta è massima. Questo mostro classificato di categoria 5 la più pericolosa si è formato nell'atlantico e si muove ad una velocità di circa 30 chilometri orari con venti che raggiungono nel vortice i 295 chilometri orari mentre la distanza dal suo occhio alle parti periferiche è di poco inferiore ai 100 chilometri!
l'Uragano Irma settembre 2017
(Irma visto dallo spazio - foto web)

Le previsioni prevedono l'impatto con il territorio cubano per la sera di giovedi 7 settembre nelle provincie orientali di Guantanamo, Santiago e Granma per poi spingersi all'alba dell'8 settembre verso la regione centrale di Sancti Spiritus e Villa Clara. Le popolazioni delle zone costiere dove si prevedono onde di 5  6 metri sono già state fatte evacuare in luoghi e strutture più sicure. In queste occasioni la Defensa Civil e l'Eserjto Revolucionario gestiscono la situazione con tecniche militari come se l'Isola si dovesse preparare e difendersi da una invasione esterna. Nulla viene lasciato al caso. Le derrate alimentari vengono trasferite all'interno di grandi magazzini, si presta particolare attenzione agli ospedali, alle scuole, alla popolazione più fragile, agli animali e alle riserve d'acqua. Sono stati sfrondati molti alberi e rimosse le antenne paraboliche. Sono ore di attesa. Il campionato nazionale di beisbol è stato sospeso così come diverse manifestazioni pubbliche e alcuni collegamenti terrestri. Migliaia di turisti sono stati trasferiti dalle regioni centro orientali in altre ubicate in zone dell'isola che non dovrebbero subire la furia di Irma. Persino i festeggiamenti riservati alla Vergine del Cobre, patrona di Cuba e di tutti i cubani, compresi quelli che vivono in Florida sono stati rimandati. L'Isola cubana ha dimostrato anche in passatp di saper reggere l'urto di questi violenti cicloni. La traettoria di Irma in queste ultime ore si è leggermente modificata e probabilmente toccherà solo alcune regioni di Cuba.

Saint Martin devastata dal passaggio di Irma
(Devastazione a Saint Martin dopo il passaggio di Irma - foto web)

A vent'anni dal ritrovamento dei resti del Che in Bolivia. Il mito resiste nonostante tutto.

«…non perchè ti brucino,/ perché
ti dissimulino sotto la terra,/ perchè ti nascondano/
in cimiteri, boschi, deserti,/ riusciranno
ad impedire che ti si incontri,/ Che
Comandante, amico. /Sei in ogni parte,/
vivo come non ti volevano».   (Nicolas Guillen, poeta cubano)

9 ottobre 1967 Che Guevara viene ucciso in Bolivia
(Il corpo del Che viene esposto ai fotografi, 9 ottobre 1967 - foto web)


                                         

 Villa Clara.- « Era  stata realizzata una vera prodezza della scienza cubana, quando il 12 luglio del 1997 giunsero a Cuba i resti del "Guerillero Heroico" e di altri quattro compagni morti con lui», ha detto il dottor Jorge González Pérez, che ebbe la responsabilità di guidare i lavori di ricerca, scoperta e identificazione dei guerriglieri che combatterono insieme al Che in Bolivia.
L’opera è stata frutto di un’esemplare integrazione tra l’investigazione storica, la sociologia e altre scienze sociali, oltre all’importante contributo di altre discipline tecniche come la geologia, la geodesia, la geochimica e la cartografia, ed anche dell’informatica, botanica, edafologia, geofisica  e medicina legale, includendo le più moderne tecniche molecolari e dell’’antropologia fisica, senza le quali sarebbe stata impossibile la riuscita della missione.
Granma ha incontrato a Villa Clara i dottori  González Pérez e María del Carmen Ariet García, protagonisti eccezionali di quell’impegno, che hanno partecipato al colloquio organizzato dal Complesso monumentale Ernesto Che Guevara: Il ritorno del Che e dei suoi compagni 20 anni dopo,  per ricordare i passaggi di quell’epopea.  
Granma: Quando iniziò il processo di ricerca?

Ricerca dei resti del Che e dei suoi compagni in Bolivia. Vista generale degli scavi a Valle Grande. Foto: Archivo web

• «I primi passi di Cuba per incontrare e rimpatriare i resti del Guerrigliero Eroico cominciarono da quando giunse la notizia della sua morte», ha risposto il dottor Jorge González. Nel paese c’è il precetto inculcato da Fidel di non abbandonare mai i suoi figli. Lì c’è il caso di Roberto Roque, un ribelle della spedizione del Granma  che cadde in acqua e sino a quando non lo incontrarono non continuarono la traversata. Più recente “L’operazione Tributo”, con la quale sono stati riportati dall’Africa e da altre regioni del mondo più di 2000 combattenti cubani.
Granma: Indubbiamente il 1995 fu un anno decisivo che segnò un punto nell’evoluzione del processo. Perchè?
• «Quell’anno fu rivelata un’importante dichiarazione del generale ritirato boliviano Mario Vargas Salina – ha spiegato  María del Carmen Ariet– che aveva comandato l’imboscata di Vado del Yeso e che assicurò in un’intervista al reporter nordamericano Jon Lee Anderson, che il Che era sepolto a Vallegrande».
«In quel momento fu creata una commissione di lavoro presieduta dal Generale d’Esercito Raúl Castro, allora secondo segretario del Comitato Centrale del Partito e da un gruppo esecutivo guidato dal Comandante della Rivoluzione Ramiro Valdés, incaricato di coordinare il compito di ricerca, esumazione e identificazione. Allora la notizia pubblicata nel The New York Times da Lee Anderson fu la chiave dell’inizio della ricerca».
«Non si può togliere il merito a quel giornalista», segnala la dottoressa  Ariet García. «Il fatto che si pubblicasse in un giornale tanto importante, firmato da un professionista come lui, era decisivo. Pensa che in seguito alla notizia tre giorni e mezzo dopo, nel mezzo di una grande tumulto internazionale, il presidente boliviano Gonzalo Sánchez de Lozada firmò un decreto mediante il quale autorizzava la verifica di quell’informazione e che, se fosse stata vera, i resti sarebbero stati consegnati ai familiari. La ricerca si rese necessaria perchè il generale Vargas Salina non seppe precisare il luogo esatto del seppellimento e si realizzò alla presenza degli specialisti cubani.
«In quel modo si smentivano le tante versioni ufficiali circa il  luogo dove si potessero trovare i resti del Che. Alcune assicuravano che il cadavere era stato cremato e le ceneri lanciate da un aereo sulla selva; altre che i resti  del Comandante si trovavano nella caserma della CIA a Langley, in Virginia o in una base militare degli Stati Uniti a Panama, tra le varie menzogne».

Le aree da investigare furono la pista, i terreni vicini , la discarica e il cimitero. Foto: Archivo web

«Vale la pena chiarire che sin da subito si sapeva che il Che poteva essere stato sepolto in quel luogo e che alcuni giorni prima di conoscere l’informazione del The New York Times, anche un giornale boliviano, La Razón, aveva pubblicato la stessa versione».
Granma: Ma allora perchè la ricerca non era cominciata prima?
«Non bisogna dimenticare che si si trovava in un contesto molto differente, aggiunge la dottoressa, in presenza di governi ostili a Cuba e in una situazione internazionale molto complessa. Senza l’autorizzazione del Governo della Bolivia non si poteva fare niente. Un esempio di questo fu che il governo di Jaime Paz Zamora impedì nel 1989  che gli scienziati cubani entrassero in territorio boliviano per cercare i resti del Che».
Granma: Come vi siete uniti a quella spedizione scientifica?
« Quella mattina di novembre del 1995 io andavo a lavorare quando sentii nel programma Haciendo Radio, di Rebelde, la notizia diffusa dal The New York Times secondo la quale il Che era sepolto a Vallegrande – racconta Jorge González.
Poco dopo mi chiamarono per telefono dal Ministero di Salute Pubblica per dirmi che dovevo restare in un posto determinato perchè un dirigente della Rivoluzione voleva parlare con me. Nel tragitto feci mille congetture, perchè sospettavo che si trattasse di qualcosa relazionato al Che.
Effettivamente era Ramiro Valdés che mi affidò la nota missione e mi diede tre giorni per preparare tutto. Nel dicembre del 1995 io ero già in Bolivia».
«Io ero in Argentina, ricorda María del Carmen Ariet, e fui chiamata immediatamente perchè mi unissi al gruppo e guidassi l’investigazione storica, che rientrava tra i vari compiti che si dovevano eseguire».
Granma : Quali furono i momenti più difficili del processo che precedette il ritrovamento e l’identificazione dei resti?
«In principio fu tutto molto complicato. Le aree da investigare erano molto ampie e coprivano oltre alla pista, i terreni circostanti, la discarica, un vivaio, il cimitero ed anche la sede del vecchio reggimento Pando, l’ospedale, il Rotary Club e la gola di Arroyo.
Pensa che sino al 31 dicembre avevamo aperto più di duecento fosse, perchè ancora non c’era uno studio storico serio. Si scavava dappertutto dove la gente indicava che potesse trovarsi il Che», risponde González Pérez.
La dottoressa Ariet riferisce che: «Tra aprile e ottobre di quell’anno sviluppammo una fase di investigazioni storiche centrate nel paragonare e studiare i numerosi testimoni che esistevano sulla lotta guerirgliera. Da quando era morto il Che, a Cuba si registrarono 13 interpretazioni sulle destinazioni possibili del leader guerrigliero e in poco più di anno in Bolivia raccogliemmo più di 80 versioni diverse.
Per avere un’idea del lavoro realizzato basti dire che il gruppo di cubani aveva realizzato circa 1000 interviste, 300 delle quali furono le più importanti».
«Un altro momento importante, continúa González Pérez, è stato l’arrivo in Bolivia nel dicembre del 1996 di un gruppo multidisciplinare cubano, con il fine d’approfondire le investigazioni scientifiche, che realizzò studi geologici sino al marzo del 1997. Poi cominciò l’ultima fase della ricerca iniziata nel maggio di quell’anno, alla quale parteciparono l’archeologo Roberto Rodríguez, l’antropologo forense Héctor Soto e i geofísici Noel Pérez, José Luis Cuevas con Carlos Sacasas, tra i vari compagni che svolsero un ruolo decisivo, perché va ricordato che gli investigatori argentini si erano ritirati verso il loro paese nel mese di marzo del 1996».
Granma: È vero che l’ultima tappa fu quella di maggior tensione per il gruppo degli esperti cubani?
«Era una sorta di corsa a cronometro, ha affermato la dottoressa Maria del Carmen, perchè Hugo Banzer, il dittatore boliviano responsabile di tanti morti e scomparsi, era stato eletto presidente della Bolivia e quello significava un rischio per la ricerca, perchè data la persona che era, in qualsiasi momento poteva prendere una decisione che avrebbe pregiudicato il processo in cui eravamo impegnati.
Inoltre c’era una volontà  molto forte di disinformarci. A testimonianza di ciò fu la visita dell’agente della CIA d’origine cubana, Félix Rodríguez, che di fronte all'approssimarsi del ritrovamento dei resti apparve con un piccolo aereo a Vallegrande, per ubicare il seppellimento in un luogo opposto a dove noi eseguivamo le ricerche».
Granma: E allora cosa avete fatto?
«Abbiamo accelerato il lavori, dice il dottor Jorge González. La notte precedente il ritrovamento della fossa comune dove si trovava il Che, cioè la notte del 27 giugno, il capo della Sicurezza di Stato, venne a ricordarci che avevamo due giorni per terminare e noi interpretammo quello come un segnale positivo che ci diede più forza per concludere l’opera».
Granma: Che cosa accadde il 28 giugno del 1997?
«Quel giorno era sabato e così come già da alcuni giorni stavamo seguendo la versione fornitaci dall'uomo che con il suo trattore aveva scavato la fossa dove era stato seppellito il Che. Decidemmo di continuare i lavori ma stavolta usando una scavatrice che apparteneva ad un’impresa che costruiva le fognature di Vallegrande e questo ci permise d’arrivare ad una profondità di un metro e mezzo dei due che dovevamo scavare e da quel punto avremmo proseguito lavorando con le mani», ricorda  Ariet García.
« ... alle nove di mattina, scavando la fossa, il dente della macchina agganciò il cinturone del Che che era stato seppellito con la sua uniforme e cosi trovammo anche il suo scheletro».
Granma: Vi siete sentiti come pietrificati?
«Immagina come mi potevo sentire!, racconta il dottor González Pérez.
Riuscii solo a gridare all’operatore della scavatrice “Ferma, ferma!” e immediatamente dissi a Héctor Soto di scendere al fondo della fossa dove mi trovavo. “Guarda Soto lì, lì”,  e indicai il luogo dove avevo visto un osso. Io gli dicevo è un radio, una ulna, mentre l’antropologo dissentiva e diceva, “È un’ulna, un’ulna”,perché stava guardando un altro punto della fossa comune. Poi verificammo che quelle prime ossa appartenevano al boliviano Aniceto Reinaga».
Granma: In che momento avete sospettato d’aver incontrato il Che?
«Alla fine, perchè nel momento iniziale non si sapeva niente, continua il dottore. In totale incontrammo sette resti di scheletri e questo coincideva con la ricostruzione storica.
Quelli del Che furono i secondi resti di scheletro che incontrammo. Sospettammo dal principio che fosse lui, perche i suoi resti erano i soli coperti da una giacca verde olivo e poi scoprimmo che non aveva le mani (Gli furono amputate dopo la morte e spedite a Cuba come prova della morte di Guevara, n.d.r.)
Ricorda che noi sapevamo che l’unico corpo sepolto senza mani era quello che Che. Héctor Soto intervenne con molta attenzione perchè alcune informazioni facevano temere che nella fossa ci potessero essere degli esplosivi. Prese un bisturi e tagliò la tela della giacca per verificare se sotto c’erano delle ossa, e così trovò un cranio.
Poi continuando gli scavi introdusse la mano sotto la giacca e tastò la prominenza degli archi sopraccigliari che coincidevano con quella caratteristica della fronte del Che e l’assenza di un molare superiore sinistro, che corrispondeva ugualmente alla sua scheda dentale. Inoltre si osservò una piccola borsa con tabacco trinciato e dei residui di gesso della maschera mortuaria realizzata al Che, incollati alla giacca.  
Queste prove  sostenevano che si trattava del capo della guerriglia, Continuammo a lavorare in quel punto per disseppelire i resti dei sette con la collaborazione degli antropologi argentini ai quali  avevamo chiesto di tornare.
Furono giorni molto intensi, di grande tensione, nei quali non ci separammo un istante da quel luogo, nè dall’ospedale giapponese dove furono portati i resti dopo la loro esumazione, il 5 luglio, per la loro identificazione.
Nessuno dormiva, vegliavamo i resti in modo che non potesse accadere niente. Per riposare ci davamo dei turni di due o tre ore e tornavamo dove ancora si trovavano le ossa del Che e dei suoi compagni.

16 ottobre 1967 l'edizione straordinaria del Granma
(Il granma conferma la morte del Che, 16 ottobre 1967 - foto web)


Granma: Che cosa provò nel preciso istante del ritrovamento?
« Un grande conforto, ricorda Jorge González. Restai come annientato. Immagina, era il culmine di tanto sforzo sapere che dal punto di vista scientifico avevamo ottenuto un grande risultato associato al sentimento d’aver potuto contribuire a restituire un pezzetto dalla storia della tua Patria e del mondo… una emozione molto grande, indescrivibile!  Inoltre sapere che eravamo uomini e donne formati dalla Rivoluzione che stavamo realizzando quella prodezza ci diede molto conforto»
Granma: Cosa potete dire dei resti che non sono ancora stati trovati?
«Abbiamo trovato i resti di 31 dei 36 guerriglieri scomparsi, spiega María del Carmen Ariet. Mancano quelli di Jesús Suárez Gayol, il primo a morire. Abbiamo realizzato vari tentativi di ricerca senza riuscire sino ad ora a localizzarli. Restano da trovare quelli di Jorge Vázquez Viaña, Loro, il cui cadavere fu lanciato nella selva da un aereo; di Raúl Quispaya Choque, Raúl nella guerriglia, molto difficile da trovare perchè dove lo seppellirono hanno costruito una comunità; Benjamín Coronado Córdova e Lorgio Vaca Marchetti, morti affogati, cosa che complica l’investigazione. Comunque il processo non è concluso: questa è la nostra posizione.
Ci sono altri tre combattenti boliviani: Inti Peredo, Antonio Jiménez Tardío e David Adriazola, che per volontà dei familiari restano in questo Paese delle Ande.», ha aggiunto il dottor González Pérez.   
Il 12 luglio del 1997, Jorge González Pérez rientrò a Cuba con i resti del Che e dei suoi compagni. 

9 ottobre del 1967, l'ultima immagine di Guevara ancora vivo
(L'ultima immagine del Che prima che venisse ucciso - foto web)

 
Granma : Come ha visto l’incontro di Fidel con il suo fratello di lotta?
« Quel giorno non fu possibile parlare con Fidel per la solennità del momento, ma si sentiva il dolore per il nuovo incontro e il ricordo della perdita. Era come se lui stesse vivendo di nuovo i passaggi vissuti assieme al Che».

Adattamento testo Di Crosta Franco

 

Una notizia che non mi è piaciuta. Arrestato el grafitero Yulier Rodriguez

22 agosto 2017

Yulier P. artista callejero cubano
(Yulier P. - foto web)

In un precedente articolo datato 7 maggio 2017 e che troverete nella sezione CULTURA (link a piè pagina) vi avevo raccontato della singolare storia di due artisti cubani molto dissimili tra loro ma con in comune il gusto dell'arte e la passione di imprimere le loro pennellate sui muri dell'Avana. E' di queste ore la notizia che il giovane artista callejero Julier Rodriguez (Camaguey, 1989) è stato arrestato giovedi 17 agosto con l'accusa di "maltrado a la proprietad social". Yulier come al solito stava dipingendo una delle sue figure oniriche sulle pareti di un edificio semi distrutto in calle San Lazzaro, una importante arteria del Centro Habana, quando è stato prelevato dalla PNR, Polizia Nazionale Rivoluzionaria, che lo ha condotto in un carcere cittadino dove è stato trattenuto per una mezza giornata per poi essere rilasciato solo dopo aver sottoscritto l'impegno di cancellare tutte le sue opere dai muri dell'Avana. Yulier si è difeso dichiarando che la sua arte non maltratta la proprietà sociale sostenendo al contrario che le sue opere vengono realizzate su muri in rovina e che lo scopo della sua arte è quello di decorare spazi morti attraverso la cultura con l'obiettivo di “crear una sociedad más tolerante, más honesta, más humana y sensible”.

l'atelier del grafitero cubano Yulier P, Avana
(l'atelier di Yulier P., Paseo del Prado, Avana - foto Di Crosta Franco)

Yulier non è intenzionato a cancellare i suoi grafitti andando incontro al rischio di essere nuovamente  incarcerato. Personalmente ho avuto la possibilità di vedere i suoi graffiti un pò dappertutto per le strade dell'Avana. Il suo stile è inconfondibile così come è vero che le sue "tele" preferite sono costituite da mura malconce o edifici crollati. Si può giudicare la sua arte, spesso incomprensibile, la sua tecnica pittorica sporca e i soggetti da lui scelti che trasmettono ansia e un senso di angoscia profonda a chi li osserva. Ma non ho trovato nulla di così volgare e di politicamente scorretto da scatenare una risposta così dura da parte delle autorità di polizia. I suoi dipinti sono destinati a scomparire da soli o per il crollo delle pareti o per l'effetto degli agenti atmosferici. Ho fotografato tutti i grafitti che che ho incontrato e mi piaceva l'idea di coinvolgere altri turisti a scattare foto ai lavori di Yulier per fissarli nella memoria prima che scomparissero del tutto. Bisogna tener conto che ogni Paese stabilisce le proprie regole e che indubbiamente la mia conoscenza artistica mi impedisce di cogliere messaggi che vanno al di là del puro effetto visivo. Presto preparerò per questo blog una raccolta di alcune sue opere che come potrete vedere offrono mille interpretazioni diverse. Mi auguro comunque che Yulier continui a dipingere e a lavorare nel suo eccentrico laboratorio che si affaccia sul Paseo del Prado. Se siete da quelle parti andatelo a visitare.

http://www.mambotango.it/cultura/cultura/206-yulier-p-el-grafitero-maledetto-che-rappresenta-le-ossessioni-dei-cubani.html

L'Avana rivive gli anni ruggenti attraverso i suoi locali bohémien

12 agosto 2017

Non solo "La Bodeguita del Medio" e il "Floridita" considerati rispettivamente la culla del Mojito e del Daiquiri. L'Avana offre oggi ai turisti di tutto il mondo altri splendidi locali che dopo importanti interventi di restauro consentono di fare una capriola nel passato, tra gli anni 30 e 50 del XX° secolo quando la capitale caraibica era considerata una delle metropoli più cool del mondo. Mercanti, marinai, stars hollywoodiane, scrittori e poeti, donne di malaffare e semplici turisti affollavano questi locali resi famosi anche da films e romanzi di successo. Vi racconterò la storia dello "Sloopy Joe's Bar" e del "Dos Hermanos" mete sicuramente da non lasciarsi sfuggire se vi trovate a girovagare per la Habana. Buon divertimento allora!

 

SLOOPY JOE'S BAR

Sloopy Joe's Bar, l'Avana - Cuba
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)

Quando Josè Garcia Abeal arrivò a Cuba nel 1904 proveniente dalla Spagna portava nel cuore il sogno di molti giovani dell'epoca quello cioè di affermarsi e di realizzarsi economicamente in una terra, l'isola caraibica appunto, che in quegli anni offriva molteplici opportunità. Josè trovò il suo primo impiego in una bar situato tra l'Avenida de Italia, conosciuta anche come Galiano, e Zanja una importante arteria che delimitava ieri come oggi l'animato Barrio Chino, il quartiere cinese, all'epoca uno dei più grandi in tutta l'America latina. Qui vi lavorò per circa tre anni ma quel primo impiego non gli fruttò i guadagni desiderati, così il giovane spagnolo lasciò la più grande delle Antille per imbarcarsi alla volta degli Stati Uniti, direzione New Orleans in Louisiana. L'esperienza nella città culla del Jazz durò sei anni, un tempo sufficiente per permettere a Josè di maturare sia come uomo che come barman. I guadagni aumentarono considerevolmente ma non al punto da frenare Josè a giocarsi un'altra carta, quella di Miami. Siamo nel primo decennio del 1900 e la città della Florida pur non essendo ancora la meta turistica ammirata e desiderata che conosciamo oggi offriva già diverse opportunità a giovani in cerca di una affermazione sociale.Tuttavia, anche l'esperienza di Miami non soddisferà del tutto le ambizioni dello spagnolo. L'oramai Joe dopo altri sei anni che risulteranno fondamentali per la sua formazione professionale, decide di far ritorno a Cuba. Siamo nel 1919 e giunto all'Avana, città sempre più vivace ed indaffarata, Joe non tarderà molto a trovare un altro impiego come barista, stavolta presso il Greasy Spoon dove lavorerà per solo pochi mesi prima di decidere di rimettersi in gioco e di tentare l'avventura in solitaria. Individua un locale malconcio e polveroso che veniva utilizzato per la vendita di generi alimentari con annesso un altrettanto fatiscente magazzino. Il locale è situato in Calle Animas all'angolo con via Zulueta a pochi passi dal Paseo del Prado, dall' Hotel Sevilla e dal Parque Central proprio nel cuore del Centro Avana, zona frequentata all'epoca da balordi, marinai e prostitute.

Sloopy Joe's Bar, Avana, Cuba
(foto Di Crosta Franco)

Joe si da fare per sistemare un po' il locale quanto basta per avviare una attività dove comincerà a proporre ai suoi ospiti la specialità della casa: un ricco panino a base di ropa vieja, (vestiti vecchi, vedi la ricetta), che servirà in diverse varianti e che ben presto accrescerà la sua fama e quella del bar. Questo tipo di panino e una innata trasandatezza di Joe sembrano essere stati l'origine del nome insolito con cui il locale verrà battezzato. Sloopy in inglese vuol dire appunto trasandato, disordinato.

Sloopy Joe's Bar, Avana
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)
Sloopy Joe's Bar. Avana, Cuba
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)
Sloopy Joe's Bar all'Avana, Cuba
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)

Ben presto i balordi e le puttane lasceranno posto ad una clientela sempre più esigente. Siamo negli anni 30. Negli Stati Uniti d'America vige il proibizionismo e gli americani trovano nella vicina isola caraibica l'eldorado dove poter soddisfare le loro pulsioni più trasgressive: gioco d'azzardo, alcool e belle donne. E proprio in questo contesto lo Sloopy Joe's Bar vive il suo periodo di massimo splendore. John Wayne, Ernest Hemingway, Spencer Tracy, Clark Gable, Rock Hudson, Errol Flyn, Ava Gardner, Nat King Cole e Frank Sinatra sono solo alcune delle star internazionali che frequenteranno il bar divenuto ormai un luogo cult della capitale cubana.

Sloopy Joe's Bar all'Avana
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)
Sloopy Joe's Bar all'Avana, Cuba
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)
Sloopy Joe's Bar, Avana, Cuba,
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)

Poi il lento ed inesorabile declino. L'avvento dei rivoluzionari barbudos nel 1959 spazzò via per sempre quel clima godereccio e spregiudicato che si viveva all'Avana. Il bar venne prima nazionalizzato dal governo di Castro per poi chiudere definitivamente i battenti nel 1965. Lo Sloopy Joe's Bar rimase così addormentato per circa 40 anni intrappolato nella polvere e nel ricordo degli anni d'oro fino a quando nel 2007 su iniziativa dell'energico ed ispirato Historiador de la Ciudad, el señor Eusebio Leal, non si è deciso di dar vita ad una importante opera di restauro e recupero del locale che verrà restituito magnificamente alla città e ai turisti di tutto il mondo dopo solo pochi anni, precisamente il 12 aprile del 2013.

Lo Sloopy Joe's Bar all'Avana, Cuba
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)

Gli interni si presentano in tutta la loro bellezza originale. Manca sicuramente l'atmosfera bohemien degli anni ruggenti ma l'intervento risanativo è stato studiato per restituire agli ambienti lo stile caratteristico dell'epoca. Il pezzo forte del locale è il bancone in mogano (caoba) recuperato in gran parte dal modello originale che con i suoi 18 metri di lunghezza era considerato il più lungo di tutta l'America Latina! Le foto che ornano le pareti ci raccontano per immagini ciò che rappresentava la Sloopy Joe's Bar quando era un locale simbolo della capitale cubana. Si può mangiare e bere ottimi cocktails a prezzi assolutamente accessibili serviti da camerieri inappuntabili ed eleganti.

Sloopy Joe's Bar, Avana. Cuba
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)
Lo Sloopy Joe's Bar all'Avana
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)

Sospesi al soffitto posti alle estremità del banco bar due grandi tv trasmenttono il film in bianco e nero “Il nostro Uomo all'Avana” girato nel 1959 ed interpretato da Alec Guiness basato sul racconto “Our man in Havana” scritto nel 1958 dallo scrittore inglese Graham Green (1904-1991). Il film, interamente girato all'Avana, offre uno straordinario spaccato della società cubana metropolitana negli anni che anticiperanno l'epopea della rivoluzione castrista.

Lo Sloopy Joe's Bar all'Avana, Cuba
(Lo Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)

Se siete all'Avana non mancate di fare una visita a questo locale che il “Los Angeles Time” definì come “uno dei più famosi del mondo”. Vi regalerete un viaggio onirico nel tempo, in un'epoca sfavillante e contraddittoria in cui l'Avana era al centro del mondo.

Lo Sloopy Joe's Bar storico Bar dell'Avana
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)

 

BAR DOS HERMANOS

Il Bar “Dos Hermanos” (originariamente Two Brothers, Due Fratelli) ha in comune con lo Sloopy Joe's Bar alcuni elementi: innanzitutto l'ubicazione, l'Avana. Poi il fatto di essere stato fondato da immigrati spagnoli in cerca di fortuna e di aver ospitato al suo interno non solo marinai di passaggio, mercanti ed affaccendate signorine ma anche personaggi illustri, stars di Hollywood e artisti internazionali.Il Bar, considerato il più vecchio della capitale, è situato nel cuore dell'Avana Vecchia anche se leggermente defilato rispetto alle principali attrazioni e forse per questo ingiustamente trascurato.

Bar Dos Hermanos, Avana, Cuba
(Bar Dos Hermanos - foto Di Crosta Franco)

Il bar si trova esattamente al numero 304 della Calle San Pedro o Avenida del Puerto a pochi passi dalle splendide Plaza Vieja e Plaza San Francisco ed è incastrato tra l'eccellente Museo del Ron (Ruhm) e la Cattedrale Ortodossa Russa intitolata alla Nuestra Señora de Kazan che risplende con il suo bianco bagliore e l'oro della sue cupole. Di fronte al bar c'è il Sierra Maestra Terminal e un piccolo imbarcadero da dove partono le lance, battelli simili a grandi chiatte, che attraversando in pochi minuti la baia dell'Avana portano a Regla famosa per il suo Santuario e per i culti della Santeria e a Casablanca dove si può visitare il grande Cristo e godere di una vista privilegiata sulla capitale e il suo Malecon.

Il locale venne fondato nel 1894 da i due fratelli Gonzalez, spagnoli originari di Lion Granada. Il grande poeta spagnolo Fernando Garcia Lorca (1898-1936) anch'egli di Granada e che visse all'Avana tra marzo e luglio del 1930, fu indubbiamente tra i primi illustri ospiti del locale seguito poi da tanti altri come ricorda una placca commemorativa posta sulla facciata austera del bar. Oltre al maestro spagnolo vengono citati Alejo Carpenter, Enrique Serpa, Marlon Brando, Errol Flynn, Ernest Hemingway (sempre lui) e pur non essendo ricordato, anche il potente capo della mafia Meyer Lansky si sedette più volte ai tavoli del bar attorniato dalle sue guardaespaldas.

Bar Dos Hermanos all'Avana, Cuba
(Bar Dos Hermanos - foto web)

Molti films cubani hanno utilizzato come location il Bar Dos Hermanos e nel famoso romanzo dell'autore cubano Leonardo Padura “Fiebre de Caballos” diverse pagine sono ambientate all'interno del locale. Dopo la Rivoluzione di Castro il bar venne chiuso e poi riaperto, dopo un importante restauro eseguito dalla società statale Habaguanex, solo nel 1994. Gli interni sono comunque ancora ricchi di atmosfera con i suoi tavolini di marmo sostenuti da possenti piedi di ferro, le alti pareti, le grandi finestre e i ventilatori sospesi al soffitto. Qui si può gustare un fresco coktail appoggiando i gomiti su un bancone che profuma ancora di tabacco e di passato.

Il Bar Dos Hermanos all'Avana
(Bar Dos Hermanos - foto Di Crosta Franco)

Vengono offerti piatti della tradizione cubana come il gustoso sandwich, piuttosto che il pollo arrostito con patate conosciuto come “Pollo dos Hermanos”,  oppure l'ajaco o per i palati più raffinati l'aragosta o profumati gamberi stufati.

Bar Dos Hermanos all'Avana dal 1894
(Bar Dos Hermanos - foto Di Crosta Franco)

Si possono gustare tutti i famosi cocktails cubani e l'autentico “Dos Hermanos Cocktail” la cui ricetta troverete nell'apposita sezione dedicata ai ruhm.

Un posto assolutamente da non perdere! Scordatevi l'orologio e guardate lontano verso la baia e il Redentore ...

Bar Dos Hermanos dal 1894 all'Avana
(Bar Dos Hermanos - foto Di Crosta Franco)

Alicia Alonso, il cigno che ha danzato nell'oscurità

26 luglio 2017

(Alicia Alonso 96 anni, Ambasciatrice della Danza Unesco
(Alicia Alonso 96 anni - foto web)

 

Il 22 luglio a Segovia in Spagna, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per la Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO) ha conferito alla grande coreografa e ballerina cubana il titolo di Ambasciatrice Mondiale della Danza durante il 35° Congresso Mondiale ITI-UNESCO delle Arti Sceniche. Quest'ultimo importante riconoscimento si aggiunge a centinaia di altri ricevuti nell'arco della sua lunghissima e stellare carriera, tra cui spiccano il titolo di “Ambasciatore di buona volontà dell'Unesco” assegnatole nel 2002 per il suo contributo allo sviluppo ed alla conservazione della danza, il Dance Magazine Annual Award del 1958, il Premio Anna Pavlova dell'Università della Danza a Parigi nel 1966 e il Premio alla Carriera Positano ricevuto in Italia nel 2014. E' accreditata inoltre come “Prima ballerina assoluta” una onorificenza assegnata a poco più di 10 ballerine nella storia della danza.

La straordinaria artista cubana è considerata una delle artiste più influenti della seconda metà del XX° secolo in tutto il mondo.

(Alicia Alonso, foto giovanile dell'Ambasciatrice della danza Unesco
(Una giovanissima Alicia Alonso - foto web)

Alicia nasce all'Avana il 21 dicembre del 1921 con il nome di Alicia Ernestina de la Caridad del Cobre Martínez Hoyo. Inizia a danzare a dieci anni e non smetterà più. A quindici sposa il suo partner, il ballerino Fernando Alonso e da quel momento sceglierà il nome che la resa famosa in tutto il mondo, quello di Alicia Alonso.

Divenuta negli anni la regina incontrastata dell'arte cubana, Alicia deve paradossalmente la sua formazione artistica agli Stati Uniti d'America dove vi si recherà giovanissima. Dopo un periodo iniziale in cui interpreterà diverse commedie musicali a Brodway, l'artista entrerà nel 1939 nella prestigiosa American Caravan Ballet con la quale interpreterà i più grandi ruoli della danza classica diretta dai più grandi coreografi dell'epoca.

“L'italiano Enrico Zanfretta fu il mio maestro. Fondamentale, negli anni Quaranta, fu il mio lavoro come ballerina nell'American Ballet Theatre precursore dell'attuale New York City Ballet. E decisive furono le collaborazioni con coreografi immensi come Fokine, Massine, Balanchine, Tudor, Bronislava Nijinska... Ma francamente la personalità che più mi ha condizionata sono io stessa. Ho sempre dato ascolto soprattutto al mio sentire. A dieci anni feci la mia prima lezione di balletto e compresi che era la mia strada. Non ho mai cambiato idea. Sono nata per ballare e la danza è la mia unica fede".
A 19 anni la carriera della giovane Alicia subisce un duro colpo con il rischio concreto di dover abbandonare per sempre il sogno di una vita. L'artista soffre infatti del distacco delle retine e dovrà sottoporsi ad una delicata operazione che la costringerà all'inattività per diversi mesi. Il danno agli occhi è però grave e la patologia si aggraverà negli anni rendendola quasi cieca. Grazie però alla sua caparbietà, alla grazia innata e alla tecnica sopraffina di cui è dotata, Alicia continuerà a danzare orientandosi nella semi oscurità con una tale eleganza che in pochi si accorgeranno della sua menomazione. Le sue performance diventano famose in tutto il mondo grazie alle sue esibizioni nei più grandi teatri del mondo tra cui l'Operà di Parigi e di Vienna, il Teatro San Carlo di Napoli e la Scala di Milano dove interpreterà i grandi classici: Giselle, Coppelia, lo Schiaccianoci, la Bella Addormentata, Il Lago de Cigni. Etoile e coreografa, ha mescolato originalmente la tecnica dei grandi maestri russi e italiani con l'energia caraibica e l'esuberanza tipica cubana, dando vita ad uno stile tutto suo apprezzato a livello internazionale. Nel 1948 fonda all'Avana il Ballet Alicia Alonso sfidando i luoghi comuni che consideravano una impresa impossibile affermare la danza classica in un paese povero della zona caraibica. In seguito il corpo di ballo prenderà il nome di Ballet Nacional de Cuba, compagnia che Alicia continua a dirigere ancora oggi alla soglia dei cento anni! Ideatrice di un “rivoluzionario” festival del balletto è stata definita la “ancella artistica” di Fidel Castro per la sua grande amicizia con il lider recentemente scomparso e per aver abbracciato in toto i principi della rivoluzione castrista che l'hanno spinta a promuovere l'arte della danza anche nelle fasce più deboli della società cubana. Questa sua devozione a Fidel e alla rivoluzione l'hanno resa bersaglio di feroci critiche da parte dei dissidenti che identificano in lei l'alter ego femminile dell'odiato Castro.

(Alicia Alonso e Fidel Castro)
(Alicia Alonso l'ancella artistica di Fidel Castro - foto web)

«I problemi alla vista mi hanno accompagnato per tutta la carriera. La cecità non è mai stata totale. Ho cercato soluzioni per danzare senza che il pubblico se ne accorgesse evitando di ricorrere alla sua compassione». Ha detto Alicia in una recente intervista.

“Dalla mia prima operazione chirurgica per il distacco della retina nel 1941 a oggi, l’oftalmologia è molto progredita. Non mi lamento della mia carriera. Qualcuno sostiene che alcune virtù della mia danza si sono sviluppate per compensare i difetti di vista. Certi effetti espressivi del secondo atto della mia Giselle entusiasmarono tanto Anton Dolin che li volle insegnare alle giovani ballerine. Non ho rinunciato a nulla per la vista e ora che non sono più in scena, continuo a danzare attraverso i miei ballerini” ha detto Alicia in una recente intervista rilasciata al Corriere della Sera, e a chi le chiede cosa lascerà in eredita, risponde così:

«Il più eloquente testamento l’ho offerto ballando. Esistono la Scuola e il Ballet Nacional de Cuba. E ci sono io, finché sarò qui, come coscienza artistica».

(Alice Alonso, Etoile cubana)
(Alicia Alonso, Prima ballerina assoluta - foto web)

La dura reazione di Cuba all'intervento di Trump. Il dialogo però continua.

23 giugno 2017

Relazioni Cuba Usa in crisi dopo le dichiarazioni di Trump
(foto web)

Come era facile attendersi, immediata è arrivata la reazione di Cuba alla dura presa di posizione del presidente Usa Donald Trump e alla sua decisione di annullare in parte gli accordi sanciti solo qualche mese fa dal suo predecessore Barak Obama e dal presidente cubano Raul Castro. La replica è stata affidata al Ministro degli Esteri di Cuba Bruno Rodriguez che durante la visita ufficiale a Vienna in Austria ha rilasciato agli organi di stampa una dichiarazione fortemente polemica che lascia però trapelare la volontà del governo cubano di continuare il percorso intrapreso per migliorare le relazioni con il vicino gigante statunitense. Il capo della diplomazia cubana ha introdotto la conferenza stampa definendo l'intervento di Trump  "uno spettacolo grottesco" che ha richiamato alla memoria il triste linguaggio della guerra fredda. Rodriguez a messo in risalto come il presidente degli Stati Uniti abbia scelto non a caso per la sua performance un Teatro di Miami che porta il nome di Manuel Artime il capo civile della Brigada 2506 che orchestrò il fallito tentativo di invasione dei mercenari a Playa Giron (Baia dei Porci) nell'aprile del 1961 e come per l'occasione non abbia mancato di farsi circondare da terroristi e da noti sostenitori batistiani. Uno di questi fra l'altro è reo confesso di una serie di attentati compiuti a Cuba ai danni sei turisti nei primi anni '90 mentre tra gli altri presenti alcuni sono in stretto legame con il terrorista Luis Posada Carrilles. Inoltre Rodriguez ha voluto ricordare che il padre del violinista (fucilato dalla polizia rivoluzionaria cubana) invitato a suonare l'inno nazionale statunitense ed elogiato da Trump come simbolo e vittima della tirannia castrista, altro non era che il capo della polizia di Santiago che aveva a sua volta  fatto uccidere molti giovani rivoluzionari cubani tra cui l'indimenticabile Frank Pais Garcia.

Bruno Rodrigues Ministro delle relazioni estere di Cuba
(Bruno Rodriguez - foto web)

Dopo questa ricca premessa tenterò di riassumere alcuni passaggi importanti del suo intervento:

A) Gli Stati Uniti, ha detto Rodriguez, non possono dare a nessuno lezione di democrazia ed in tema di diritti umani. Ne è testimonianza il bloqueo che dura da più di 50 anni e che l'amministrazione Trump ha deciso di voler inasprire. A tal proposito il cancelliere cubano ha sottolineato come da recenti indagini nord americane è emerso che il 73% dei cittadini statunitensi e più del 60% dei cubani residenti in territorio Usa sia favorevole all'eliminazione dell'embargo e che persino più della metà dei sostenitori repubblicani appoggerebbe una soluzione politica che vada in questa direzione.

Bruno Rodriguez ha definito il bloqueo ingiusto, disumano, genocida e violante del Diritto Internazionale alla sovranità e all'autodeterminazione di altri paesi aggiungendo che denuncerà in tutte le sedi internazionali e all'Assemblea delle Nazioni Unite il disegno di Trump di inasprire l'embargo economico, finanziario e commerciale nei confronti di Cuba.

Il cancelliere ha ricordato come Obama avesse riconosciuto la sovranità e l'indipendenza del popolo cubano legittimandone il governo quale interlocutore con pari dignità in un processo di normalizzazione dei rapporti che avrebbe portato benefici considerevoli ad entrami i paesi ex nemici e come l'ex presidente statunitense avesse a più riprese evidenziato che il bloqueo fosse stato un pesante e controproducente errore politico e commerciale.

B) Altro tema trattato è che la nuova policy verso Cuba voluta dal presidente Trump segna un pesante passo indietro nelle relazioni bilaterali tra i due paesi e comunque  “i cambi che saranno necessari a Cuba li decideranno unicamente il popolo cubano senza chiedere perdono o permesso a nessuno”.

C) Bruno Rodriguez non ha perso l'occasione di denunciare la violazione sistematica dei diritti umani negli Stati Uniti d'America, gli assassini, la brutalità e gli abusi della polizia in particolare contro gli afroamericani e le carenze nel servizio sanitario nazionale che limita il diritto alla salute, e poi ancora le disuguaglianze salariali e sociali di cui sono vittime le donne, la mancanza dei sindacati, la repressione contro gli immigrati e rifugiati politici, la disgregazione del tessuto familiare, l'emarginazione delle minoranze etniche e la discriminazione nei confronti della cultura e della religione islamica .                                                                                                                     D) Altra nota polemica: La decisione di proibire ai cittadini americani di viaggiare come turisti limita le libertà civili dei suoi stessi cittadini.

E) Il Ministro cubano ha denunciato poi i frequenti crimini di guerra e l'uccisione di civili nelle aggressioni e negli interventi militari statunitensi e la brutale detenzione senza processi e l'uso sistematico della tortura perpretati nella base navale di Guantanamo, enclave nordamericano in territorio cubano.

F)    F) Altro punto nevralgico: Cuba non negozierà mai sotto la minaccia e non consegnerà i fuggitivi nordamericani che hanno ottenuto asilo a Cuba come nel caso di Joanne Chesimard ex Pantera Nera condannata per l'omicidio di un poliziotto avvenuto nel New Jersey nel 1973 durante una manifestazione perchè gli Stati Uniti non hanno "spessore politico, morale e legale per chiederne la restituzione".

G)   G) Ed infine la dichiarizione del Ministro che lascia aperta la porta alla speranza: Cuba è disposta al dialogo con gli USA però senza imposizioni e su una base di assoluta uguaglianza, sovranità e rispetto. Esistono margini per la convivenza civile nel rispetto delle profonde divergenze esistenti tra i due governi e " il popolo cubano ha sufficiente pazienza e resistenza per aspettare che Trump tolga l'embargo e normalizzi le relazioni con Cuba".

C'è parecchia carne al fuoco insomma. Le dichiarazioni di entrambe le amministrazioni servono per mostrare i muscoli ed evidenziano antiche ruggini e rancori difficili da cancellare in breve tempo. Il cammino intrapreso però è quello giusto. I paesi in un modo o nell'altro sono tornati a dialogare. C'è molta curiosità reciproca tra i popoli unita ad un desiderio di distensione e riappacificazione dopo più di mezzo secolo e la partita andrebbe giocata su di un territorio che evidenzi maggiormente la storia, la cultura e l'arte che accomunano i due paesi. Valori che dovrebbero aiutare a spazzare via ogni vecchio dissapore. Questo vuole la gente comune, la politica poi è altra cosa ...

Il ciclone (?) Trump si abbatte su Cuba spazzando via (?) le intese tra Obama e Raul

18 giugno 2017

Donal Trump modifica gli accordi con Cuba voluti da Obama
(Donald Trump - foto web)

Venerdi 16 giugno 2017. Manuel Artime Theater di Miami. Ore 13.50 o giù di li ...

L'arena è rovente. L'attesa per le parole che il presidente statunitense Donald Trump pronuncierà dinnanzi ad un popolo composto da esuli cubani inferociti, ex mercenari del fallito sbarco alla Baia dei Porci e da oppositori del regime della famiglia Castro si fa sempre più snervante e carica di aspettative.

Lui, Donald, è pronto e non tradirà le aspettative:

«Cancellerò tutti gli accordi firmati da Barack Obama con Cuba. L’ambasciata statunitense nell’Isola, però resterà aperta per consentire di plasmare nuove relazioni».

La folla è in delirio. L'imperatore ha girato il pollice verso il basso. Iniziano i combattimenti. Ricominciano i giochi sospesi solo per qualche stagione. Si indosserranno nuovamente le armature e scorrerà altro sangue ... sangue cubano.                                                                                       Le lancette dell'orologio sono state riportate in un attimo in dietro di 55 anni, ai brividi della guerra fredda, cancellando, apparentemente, tutto il lavoro svolto dalla presidenza Obama e da Raul Castro dopo lo storico annuncio del riavvicinamento bilaterale del 17 dicembre 2014.

La scelta dell' "arena" non è stata casuale. A Miami Donald giocava in casa. Doveva solo trovare le parole giuste per scaldare gli animi e riaccendere vecchi focolai mai sopiti. E i tanti sostenitori che con i loro voti hanno consentito a Trump di aggiudicarsi la Florida e poi la Casa Bianca non sono stati delusi:

"Con effetto immediato cancello l'accordo completamente unilaterale dell'ultima amministrazione Usa con Cuba. Le aperture ed una maggiore collaborazione dal punto di vista commerciale e del turismo volute da Obama non hanno portato vantaggi ai cubani e neanche migliorato la situazione dei diritti umani".

Con la firma sulla nuova drettiva si proibisce di fatto a turisti e imprenditori americani di effettuare transazioni con il "Grupo de Administracion Empresarial S.A.", il Gaesa, che rappresenta in sostanza il braccio commerciale del regime guidato dal generale Luis Alberto Rodriguez Lopez-Callejas, genero di Raul Castro. La Gaesa controlla il 60% dell'economia cubana e l'80% del settore turistico  attraverso l'amministrazione di gran parte degli alberghi e dei ristoranti dell'Avana e delle famose spiagge di Varadero.

L'accordo siglato dalla precedente amministrazione, secondo Trump, non ha fatto altro che "arricchire il regime Castrista". Per questo la sua presidenza "applicherà con maggior convinzione l'embargo e il divieto sul turismo".  "Venite al tavolo dei negoziati con un nuovo accordo. Sarà migliore per tutti, anche per i cubani americani". Ha tuonato Trump, concludendo con:

"Noi otterremo una Cuba libera"

Il discorso del Presidente a stelle e striscie era stato preceduto da un saluto rivoltogli dal senatore della Florida Marco Rubio, nato negli states da una famiglia di origini cubane che di seguito riporto:

"Con Trump aiuteremo il popolo cubano, non il regime. Oggi un nuovo presidente è atterrato a Miami per dare la sua mano al popolo cubano, dopo un presidente che ha dato la sua mano al regime. Il presidente ha preso una decisione molto chiara: faremo tutto il possibile per dare il potere al popolo cubano". Le decisioni di questa amministrazione servono "a punire i militari cubani". Questo cambiamento "dà potere al popolo cubano. Che servano sei mesi o sei anni, Cuba sarà libera". (fonte RaiNews).

La mia modesta opinione è che dal punto di vista politico gli accordi sono sempre migliorabili, attualizzabili e rivedibili. L'esisenza della Gaesa non è una invenzione. La libera iniziativa a Cuba è solo ai primi passi. Da decenni le attività imprenditoriali sono sotto il controllo dello Stato che esercità il suo ruolo attraverso le Forze Armate Rivoluzionarie. Nessuno può negarlo e questo aspetto fa parte della organizzazione interna di un Paese Sovrano che piaccia o no. Così come numerose testimonianze riferiscono di carceri affollate di oppositori al regime. Tutto come detto è rivedibile e migliorabile. Ciò che stona sono i toni tipici degli anni più tristi e bui della Guerra Fredda usati da Trump. Non credo che Obama abbia voluto cancellare un passato fatto di liti e incomprensioni, ne tantomeno Raul abbia voluto gettare la spugna dopo che per decenni la piccola isola caraibica ha affrontato il colosso americano a colpi di slogan antimperialisti. Semplicemente ed intelligentemente hanno tracciato una riga nella storia, un limite del "prima" e del "dopo" da cui ripartire con coraggio verso una nuova fase di rapporti basati sulla collaborazione scientifica, culturale e su un rafforzamento delle relazioni tra i due popoli.

I toni usati da Trump non lasciano invece spazio a soluzioni romantiche. Il dirimpettaio è un nemico da affossare con le buone o le cattive. Nella sostanza, a ben vedere, non cambia molto. Viene ridimensionata la possibilità dei cittadini americani di visitare liberamente l'isola. Sarà possibile farlo solo come membri di gruppi culturali, politici o sportivi e solo dopo l'ottenimento di permessi rilasciati dalle autorità migratorie statunitensi. Un vero peccato perchè c'è una grande volontà tra le persone delle due sponde di incontrarsi e conoscersi, nel rispetto delle reciproche diverità ma con grande simpatia e curiosità. Vedremo il tempo a chi darà ragione ...

Riporto un articolo del Corriere della Sera che spiega in dettaglio cosa è stato sancito a Miamii:      "Le conseguenze più immediate toccano il turismo: i cittadini Usa potranno continuare a visitare Cuba solo in gruppi organizzati. Aboliti i viaggi individuali: gli americani sono liberi di andare in qualsiasi Paese del mondo, comprese Corea del Nord o Siria. Ovunque tranne che a Cuba. Saranno vietati tutti gli accordi o le transazioni con le strutture controllate dal «Grupo de Administraciòn Empresarial», la holding dell’esercito cubano, cui fa capo quasi l’intera economia del Paese. Viene confermato l’embargo commerciale, formalizzato il 7 febbraio 1962 da John Kennedy e che Obama sperava di abolire entro il 2016. Dal punto di vista politico Trump riporta il calendario a 55 anni fa. Accusa «il comunismo» di aver distrutto ogni nazione «in cui è stato applicato». Detta le condizioni per la ripresa del dialogo con il regime di Raul Castro: «Libertà di espressione, partiti politici liberi ed elezioni. Proprio così: elezioni monitorate dagli organismi internazionali». Sono concetti e valori che Trump evoca per la prima volta sul piano internazionale. Ma ciò che pretende dal regime di Castro non è neanche sfiorato, quando si parla di alleati come Arabia Saudita o Egitto. È un approccio «selettivo»: due pesi e due misure sulla base delle priorità politiche interne ed esterne. A Miami c’è anche Wilbur Ross, il segretario al Commercio. Toccherà a lui tradurre in regolamenti la cartelletta firmata, con tanto di scrivania, da Trump. Ross dovrà resistere alle pressioni delle grandi

compagnie aeree, delle catene alberghiere. Nel 2016 circa 600 mila turisti statunitensi hanno visitato Cuba. Le società americane hanno incassato circa 6,6 miliardi di dollari, con un indotto di 12.295 posti di lavoro creati negli Usa." (Corriere della Sera)