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Che Guevara,

"Una notte di 12 anni" un film che squarcia il buio delle coscenze

19 gennaio 2019

Una notte di 12 anni, film 2018
(la locandina del film - foto web)

 

Ho sempre amato il cinema sin da quando ero piccolo. Quanti ricordi riaffiorano improvvisamente! Rivedo ancora quell'anziana signora con il fazzoletto sulla testa e la mani callose che vendeva ceci abbrustoliti e semi di zucca all'esterno di quella sala che presto si sarebbe riempita di fumo che pizzicava gli occhi e impuzzoliva i vestiti. E quella fila per comprare i ghiaccioli a 45 lire che sciogliendosi appiccicavano le dita ancora indecise sul da farsi in quelle ultime fine che delimitavano il confine tra la fanciullezza e la pubertà. In estate poi si aspettava il sabato sera per andare all'Arena seduti su quelle scomode sedie in legno tra zanzare e pipistrelli che svolazzavano sulla testa, l'intervallo per fare pipi e comprare le liquerizie dolci. Che nostalgia! Poi la tecnologia ha trasferito il grande schermo in casa e quella magia è svanita tra vhs, dvd e tv a pagamento. La pigrizia e il divano hanno fatto il resto. Così è trascorso un sacco di tempo dall'ultima volta in cui andai al cinema. Quel giorno vidi “La Passione di Cristo” di Mel Gibson, un film a tratti spaventoso e difficile da reggere emotivamente. Era il 2004, accidenti quindici anni fa...

Sarà stato un caso ma il mio ritorno in sala coincide con la visione di un altro film pazzesco, pietrificante, carico di dolore ma anche di speranza: “Una notte di dodici anni”.

Scorrono i minuti e il susseguirsi delle scene mi riportano in dietro mel tempo. Mi sembra di assistere al terzo tempo del film di Gibson. Rivivo nuovamente in assenza di ossigeno il dramma e la crudeltà di quella Passione che sembra non aver fine: duemila anni dopo, quindici, dodici anni … numeri in cui un tempo rarefratto ci consegna una realtà in cui nulla sembra cambiato se non la follia dell'uomo e la sua straordinaria capacità di fare a pezzi i propri simili.

In “Una notte di dodici anni” il regista uruguaiano Álvaro Brechner, che ha scritto anche la sceneggiatura, racconta l'esperienza drammatica di tre giovani leaders Tupamaros, una organizzazione clandestina che, ispirandosi al movimento rivoluzionario cubano “26 Luglio” guidato da Che Guevara e Castro, tentò di opporsi ad un terribile regime militare che si instaurò in Uruguay nei primi anni del 1970. Sconfitti, feriti e catturati i tre vennero sottoposti ad una detenzione spaventosa, fatta di torture fisiche e psicologiche, di vessazioni e umiliazioni, di isolamento, buio e fame in un continuo peregrinare tra carceri orribili, caverne e silos. Il regime decise di non eliminarli ma li mantenne sadicamente in vita incappucciati e ammanettati per mesi interi per condurli lentamente alla pazzia o per essere utilizzati come ostaggi per frenare ogni velleità di chi tentava di opporsi alla sanguinaria dittatura militare. E' un film crudele intriso di sequenze violente che si avvalgono di una fotografia strepitosa e spesso indigesta che spinge lo spettatore a desiderare che i protagonisti vengano assassinati il prima possibile per porre fine al loro insopportabile supplizio. Una moderna Via Crucis che cattura emotivamente lo spettatore e in cui la morte sembra l'unica via d'uscita da quello strazio.

Una notte di 12 anni, film 2018
(dal film, la prigionia di Pepe Mujica - foto web)

La grandezza di questo film sta però nel fatto che non si limita a spettacolizzare la crudeltà umana e la sofferenza ma nel mettere in risalto attraverso una sapiente sceneggiatura la straordinaria capacità dell'uomo di resistere a situazioni estreme afferrandosi a tutto ciò che può tenerlo in vita: i rari frammenti di umanità, i ricordi, le pagine luride di vecchi giornali, le notizie rubate dalle radio dei carcerieri. Un film in cui la speranza non viene mai sconfitta e capace di regalare persino scene comiche. Stando comodamente a sedere si desidera la luce, uno squarcio di sole, il verde di un paesaggio, un bicchere di acqua fresca.

Un supplizio durato dodici anni. Dodici anni, 4383 giorni, come si può resistere così tanto? Non è logico.

50 anni senza il "Che"

Ernesto Che Guevara
(Ernesto Che Guevara - foto web)
10 ottobre 2017

Il 9 ottobre del 1967 a la Higuera, un angolo remoto della Bolivia, si concludeva la vicenda umana di Ernesto Guevara, detto "El Che". Medico, scrittore, guerrigliero, poeta e scrittore, maestro, ministro, fotografo. Amato e idolatrato, autentica icona dell'Uomo Nuovo per diverse generazioni. Mistificato, mercanteggiato, divenuto a sua insaputa un target, un oggetto da colezione, una bandiera da sventolare negli stadi di calcio, nei cortei studenteschi, negli scioperi dei sindacati. Gli sono state dedicate decine di canzoni, centinaia di libri, films, dibattiti, murales. Considerato un santo laico da molti mentre per altri è stato solo un avventuriero, un megalomane, un assassino senza scrupoli. Il Che ha bruciato i suoi 39 anni con una smania irrefrenabile di cambiare il mondo come se sapesse da sempre che il tempo a sua disposizione sarebbe stato molto breve. Ha dato forma e sostanza ad una passione politica incarnando la forza dell'utopia socialista. Ha vissuto la gloria delle conquiste rivoluzionarie e l'amarezza di tragiche sconfitte, come la desolante esperienza del Congo e l'umiliazione umana e militare in Bolivia. E' stato padre premuroso seppur fugacemente; ha amato e sedotto e più volte ha dovuto bere il veleno del tradimento. Non era nato per appoggiare i gomiti su lucide scrivanie, ma per cambiare, sovvertire le regole, demolire le strutture.

Cosa resta del Che oggi?

La sua vita continua a diviedre, a lacerare, a creare conflitti mentre la sua immagine eternamente giovane resiste alla inclemenza del tempo e alla deriva pantanosa in cui spesso sprofonda chi detiene il potere. Ernesto non è mai morto, si è solo allontanato dal mondo reale per trasformarsi in pensiero ed ancora oggi la sua storia crea disagio, scandalo, inquietudine, turbamento. Indipendentemente  dalla chiave di lettura che si vuole dare alla sua vita la sua breve esistenza ci interroga ancora, tra nostalgie rivoluzionarie e rigurgiti reazionari.

El Che continuerà ad essere amato ed odiato come si fa con tutto ciò che ci sembra inarrivabile.

A vent'anni dal ritrovamento dei resti del Che in Bolivia. Il mito resiste nonostante tutto.

«…non perchè ti brucino,/ perché
ti dissimulino sotto la terra,/ perchè ti nascondano/
in cimiteri, boschi, deserti,/ riusciranno
ad impedire che ti si incontri,/ Che
Comandante, amico. /Sei in ogni parte,/
vivo come non ti volevano».   (Nicolas Guillen, poeta cubano)

9 ottobre 1967 Che Guevara viene ucciso in Bolivia
(Il corpo del Che viene esposto ai fotografi, 9 ottobre 1967 - foto web)


                                         

 Villa Clara.- « Era  stata realizzata una vera prodezza della scienza cubana, quando il 12 luglio del 1997 giunsero a Cuba i resti del "Guerillero Heroico" e di altri quattro compagni morti con lui», ha detto il dottor Jorge González Pérez, che ebbe la responsabilità di guidare i lavori di ricerca, scoperta e identificazione dei guerriglieri che combatterono insieme al Che in Bolivia.
L’opera è stata frutto di un’esemplare integrazione tra l’investigazione storica, la sociologia e altre scienze sociali, oltre all’importante contributo di altre discipline tecniche come la geologia, la geodesia, la geochimica e la cartografia, ed anche dell’informatica, botanica, edafologia, geofisica  e medicina legale, includendo le più moderne tecniche molecolari e dell’’antropologia fisica, senza le quali sarebbe stata impossibile la riuscita della missione.
Granma ha incontrato a Villa Clara i dottori  González Pérez e María del Carmen Ariet García, protagonisti eccezionali di quell’impegno, che hanno partecipato al colloquio organizzato dal Complesso monumentale Ernesto Che Guevara: Il ritorno del Che e dei suoi compagni 20 anni dopo,  per ricordare i passaggi di quell’epopea.  
Granma: Quando iniziò il processo di ricerca?

Ricerca dei resti del Che e dei suoi compagni in Bolivia. Vista generale degli scavi a Valle Grande. Foto:Archivo web

• «I primi passi di Cuba per incontrare e rimpatriare i resti del Guerrigliero Eroico cominciarono da quando giunse la notizia della sua morte», ha risposto il dottor Jorge González. Nel paese c’è il precetto inculcato da Fidel di non abbandonare mai i suoi figli. Lì c’è il caso di Roberto Roque, un ribelle della spedizione del Granma  che cadde in acqua e sino a quando non lo incontrarono non continuarono la traversata. Più recente “L’operazione Tributo”, con la quale sono stati riportati dall’Africa e da altre regioni del mondo più di 2000 combattenti cubani.
Granma: Indubbiamente il 1995 fu un anno decisivo che segnò un punto nell’evoluzione del processo. Perchè?
• «Quell’anno fu rivelata un’importante dichiarazione del generale ritirato boliviano Mario Vargas Salina – ha spiegato  María del Carmen Ariet– che aveva comandato l’imboscata di Vado del Yeso e che assicurò in un’intervista al reporter nordamericano Jon Lee Anderson, che il Che era sepolto a Vallegrande».
«In quel momento fu creata una commissione di lavoro presieduta dal Generale d’Esercito Raúl Castro, allora secondo segretario del Comitato Centrale del Partito e da un gruppo esecutivo guidato dal Comandante della Rivoluzione Ramiro Valdés, incaricato di coordinare il compito di ricerca, esumazione e identificazione. Allora la notizia pubblicata nel The New York Times da Lee Anderson fu la chiave dell’inizio della ricerca».
«Non si può togliere il merito a quel giornalista», segnala la dottoressa  Ariet García. «Il fatto che si pubblicasse in un giornale tanto importante, firmato da un professionista come lui, era decisivo. Pensa che in seguito alla notizia tre giorni e mezzo dopo, nel mezzo di una grande tumulto internazionale, il presidente boliviano Gonzalo Sánchez de Lozada firmò un decreto mediante il quale autorizzava la verifica di quell’informazione e che, se fosse stata vera, i resti sarebbero stati consegnati ai familiari. La ricerca si rese necessaria perchè il generale Vargas Salina non seppe precisare il luogo esatto del seppellimento e si realizzò alla presenza degli specialisti cubani.
«In quel modo si smentivano le tante versioni ufficiali circa il  luogo dove si potessero trovare i resti del Che. Alcune assicuravano che il cadavere era stato cremato e le ceneri lanciate da un aereo sulla selva; altre che i resti  del Comandante si trovavano nella caserma della CIA a Langley, in Virginia o in una base militare degli Stati Uniti a Panama, tra le varie menzogne».

Le aree da investigare furono la pista, i terreni vicini , la discarica e il cimitero. Foto: Archivo web

«Vale la pena chiarire che sin da subito si sapeva che il Che poteva essere stato sepolto in quel luogo e che alcuni giorni prima di conoscere l’informazione del The New York Times, anche un giornale boliviano, La Razón, aveva pubblicato la stessa versione».
Granma: Ma allora perchè la ricerca non era cominciata prima?
«Non bisogna dimenticare che si si trovava in un contesto molto differente, aggiunge la dottoressa, in presenza di governi ostili a Cuba e in una situazione internazionale molto complessa. Senza l’autorizzazione del Governo della Bolivia non si poteva fare niente. Un esempio di questo fu che il governo di Jaime Paz Zamora impedì nel 1989  che gli scienziati cubani entrassero in territorio boliviano per cercare i resti del Che».
Granma: Come vi siete uniti a quella spedizione scientifica?
« Quella mattina di novembre del 1995 io andavo a lavorare quando sentii nel programma Haciendo Radio, di Rebelde, la notizia diffusa dal The New York Times secondo la quale il Che era sepolto a Vallegrande – racconta Jorge González.
Poco dopo mi chiamarono per telefono dal Ministero di Salute Pubblica per dirmi che dovevo restare in un posto determinato perchè un dirigente della Rivoluzione voleva parlare con me. Nel tragitto feci mille congetture, perchè sospettavo che si trattasse di qualcosa relazionato al Che.
Effettivamente era Ramiro Valdés che mi affidò la nota missione e mi diede tre giorni per preparare tutto. Nel dicembre del 1995 io ero già in Bolivia».
«Io ero in Argentina, ricorda María del Carmen Ariet, e fui chiamata immediatamente perchè mi unissi al gruppo e guidassi l’investigazione storica, che rientrava tra i vari compiti che si dovevano eseguire».
Granma : Quali furono i momenti più difficili del processo che precedette il ritrovamento e l’identificazione dei resti?
«In principio fu tutto molto complicato. Le aree da investigare erano molto ampie e coprivano oltre alla pista, i terreni circostanti, la discarica, un vivaio, il cimitero ed anche la sede del vecchio reggimento Pando, l’ospedale, il Rotary Club e la gola di Arroyo.
Pensa che sino al 31 dicembre avevamo aperto più di duecento fosse, perchè ancora non c’era uno studio storico serio. Si scavava dappertutto dove la gente indicava che potesse trovarsi il Che», risponde González Pérez.
La dottoressa Ariet riferisce che: «Tra aprile e ottobre di quell’anno sviluppammo una fase di investigazioni storiche centrate nel paragonare e studiare i numerosi testimoni che esistevano sulla lotta guerirgliera. Da quando era morto il Che, a Cuba si registrarono 13 interpretazioni sulle destinazioni possibili del leader guerrigliero e in poco più di anno in Bolivia raccogliemmo più di 80 versioni diverse.
Per avere un’idea del lavoro realizzato basti dire che il gruppo di cubani aveva realizzato circa 1000 interviste, 300 delle quali furono le più importanti».
«Un altro momento importante, continúa González Pérez, è stato l’arrivo in Bolivia nel dicembre del 1996 di un gruppo multidisciplinare cubano, con il fine d’approfondire le investigazioni scientifiche, che realizzò studi geologici sino al marzo del 1997. Poi cominciò l’ultima fase della ricerca iniziata nel maggio di quell’anno, alla quale parteciparono l’archeologo Roberto Rodríguez, l’antropologo forense Héctor Soto e i geofísici Noel Pérez, José Luis Cuevas con Carlos Sacasas, tra i vari compagni che svolsero un ruolo decisivo, perché va ricordato che gli investigatori argentini si erano ritirati verso il loro paese nel mese di marzo del 1996».
Granma: È vero che l’ultima tappa fu quella di maggior tensione per il gruppo degli esperti cubani?
«Era una sorta di corsa a cronometro, ha affermato la dottoressa Maria del Carmen, perchè Hugo Banzer, il dittatore boliviano responsabile di tanti morti e scomparsi, era stato eletto presidente della Bolivia e quello significava un rischio per la ricerca, perchè data la persona che era, in qualsiasi momento poteva prendere una decisione che avrebbe pregiudicato il processo in cui eravamo impegnati.
Inoltre c’era una volontà  molto forte di disinformarci. A testimonianza di ciò fu la visita dell’agente della CIA d’origine cubana, Félix Rodríguez, che di fronte all'approssimarsi del ritrovamento dei resti apparve con un piccolo aereo a Vallegrande, per ubicare il seppellimento in un luogo opposto a dove noi eseguivamo le ricerche».
Granma: E allora cosa avete fatto?
«Abbiamo accelerato il lavori, dice il dottor Jorge González. La notte precedente il ritrovamento della fossa comune dove si trovava il Che, cioè la notte del 27 giugno, il capo della Sicurezza di Stato, venne a ricordarci che avevamo due giorni per terminare e noi interpretammo quello come un segnale positivo che ci diede più forza per concludere l’opera».
Granma: Che cosa accadde il 28 giugno del 1997?
«Quel giorno era sabato e così come già da alcuni giorni stavamo seguendo la versione fornitaci dall'uomo che con il suo trattore aveva scavato la fossa dove era stato seppellito il Che. Decidemmo di continuare i lavori ma stavolta usando una scavatrice che apparteneva ad un’impresa che costruiva le fognature di Vallegrande e questo ci permise d’arrivare ad una profondità di un metro e mezzo dei due che dovevamo scavare e da quel punto avremmo proseguito lavorando con le mani», ricorda  Ariet García.
«... alle nove di mattina, scavando la fossa, il dente della macchina agganciò il cinturone del Che che era stato seppellito con la sua uniforme e cosi trovammo anche il suo scheletro».
Granma: Vi siete sentiti come pietrificati?
«Immagina come mi potevo sentire!, racconta il dottor González Pérez.
Riuscii solo a gridare all’operatore della scavatrice “Ferma, ferma!” e immediatamente dissi a Héctor Soto di scendere al fondo della fossa dove mi trovavo. “Guarda Soto lì, lì”,  e indicai il luogo dove avevo visto un osso. Io gli dicevo è un radio, una ulna, mentre l’antropologo dissentiva e diceva, “È un’ulna, un’ulna”,perché stava guardando un altro punto della fossa comune. Poi verificammo che quelle prime ossa appartenevano al boliviano Aniceto Reinaga».
Granma: In che momento avete sospettato d’aver incontrato il Che?
«Alla fine, perchè nel momento iniziale non si sapeva niente, continua il dottore. In totale incontrammo sette resti di scheletri e questo coincideva con la ricostruzione storica.
Quelli del Che furono i secondi resti di scheletro che incontrammo. Sospettammo dal principio che fosse lui, perche i suoi resti erano i soli coperti da una giacca verde olivo e poi scoprimmo che non aveva le mani (Gli furono amputate dopo la morte e spedite a Cuba come prova della morte di Guevara, n.d.r.)
Ricorda che noi sapevamo che l’unico corpo sepolto senza mani era quello che Che. Héctor Soto intervenne con molta attenzione perchè alcune informazioni facevano temere che nella fossa ci potessero essere degli esplosivi. Prese un bisturi e tagliò la tela della giacca per verificare se sotto c’erano delle ossa, e così trovò un cranio.
Poi continuando gli scavi introdusse la mano sotto la giacca e tastò la prominenza degli archi sopraccigliari che coincidevano con quella caratteristica della fronte del Che e l’assenza di un molare superiore sinistro, che corrispondeva ugualmente alla sua scheda dentale. Inoltre si osservò una piccola borsa con tabacco trinciato e dei residui di gesso della maschera mortuaria realizzata al Che, incollati alla giacca.  
Queste prove  sostenevano che si trattava del capo della guerriglia, Continuammo a lavorare in quel punto per disseppelire i resti dei sette con la collaborazione degli antropologi argentini ai quali  avevamo chiesto di tornare.
Furono giorni molto intensi, di grande tensione, nei quali non ci separammo un istante da quel luogo, nè dall’ospedale giapponese dove furono portati i resti dopo la loro esumazione, il 5 luglio, per la loro identificazione.
Nessuno dormiva, vegliavamo i resti in modo che non potesse accadere niente. Per riposare ci davamo dei turni di due o tre ore e tornavamo dove ancora si trovavano le ossa del Che e dei suoi compagni.

16 ottobre 1967 l'edizione straordinaria del Granma
(Il granma conferma la morte del Che, 16 ottobre 1967 - foto web)


Granma: Che cosa provò nel preciso istante del ritrovamento?
« Un grande conforto, ricorda Jorge González. Restai come annientato. Immagina, era il culmine di tanto sforzo sapere che dal punto di vista scientifico avevamo ottenuto un grande risultato associato al sentimento d’aver potuto contribuire a restituire un pezzetto dalla storia della tua Patria e del mondo… una emozione molto grande, indescrivibile!  Inoltre sapere che eravamo uomini e donne formati dalla Rivoluzione che stavamo realizzando quella prodezza ci diede molto conforto»
Granma: Cosa potete dire dei resti che non sono ancora stati trovati?
«Abbiamo trovato i resti di 31 dei 36 guerriglieri scomparsi, spiega María del Carmen Ariet. Mancano quelli di Jesús Suárez Gayol, il primo a morire. Abbiamo realizzato vari tentativi di ricerca senza riuscire sino ad ora a localizzarli. Restano da trovare quelli di Jorge Vázquez Viaña, Loro, il cui cadavere fu lanciato nella selva da un aereo; di Raúl Quispaya Choque, Raúl nella guerriglia, molto difficile da trovare perchè dove lo seppellirono hanno costruito una comunità; Benjamín Coronado Córdova e Lorgio Vaca Marchetti, morti affogati, cosa che complica l’investigazione. Comunque il processo non è concluso: questa è la nostra posizione.
Ci sono altri tre combattenti boliviani: Inti Peredo, Antonio Jiménez Tardío e David Adriazola, che per volontà dei familiari restano in questo Paese delle Ande.», ha aggiunto il dottor González Pérez.   
Il 12 luglio del 1997, Jorge González Pérez rientrò a Cuba con i resti del Che e dei suoi compagni. 

9 ottobre del 1967, l'ultima immagine di Guevara ancora vivo
(L'ultima immagine del Che prima che venisse ucciso - foto web)

 
Granma : Come ha visto l’incontro di Fidel con il suo fratello di lotta?
« Quel giorno non fu possibile parlare con Fidel per la solennità del momento, ma si sentiva il dolore per il nuovo incontro e il ricordo della perdita. Era come se lui stesse vivendo di nuovo i passaggi vissuti assieme al Che».

Adattamento testo Di Crosta Franco

 

Chi muore per salvare vite non muore mai

28 marzo 2020

medici cubani in Italia per fronteggiare il coronavirus
(foto web)

Il 21 marzo sono sbarcati all'aereoporto di Orio al Serio nella provincia della martoriata città di Bergamo 52 tra medici ed infermieri cubani. Questa “brigada de batas blancas” (camici bianchi) è diventata operativa presso l'ospedale da campo realizzato in pochissime ore dall'esercito italiano nella città di Crema. Si tratta di un gruppo di specialisti con alle spalle già diverse missioni in luoghi remoti della terra. In particolare la loro preparazione si è rivelata in passato molto utile nell'affrontare l'emergenza ebola in molti paesi del continente africano. Attualmente si contano diverse migliaia di medici cubani impegnati in missioni internazionaliste. A Crema, dove sono stati accolti con grande emozione e gratitudine, alloggeranno in locali messi a disposizione dalla Diocesi locale e presso un'albergo della città. Quando si è manifestata la necessità di consentire lo spostamento dei medici tra gli alloggi a loro assegnati e l'ospedale di campo si è pensato immediatamente all'utilizzo di biciclette. In poche ore, grazie ad un tam tam spontaneo nato tra la popolazione di Crema e quella dei comuni limitrofi, si sono raccolte una ottantina di biciclette che sono state subito messe a disposizione degli amici cubani.

Alcune testate giornalistiche commentando la notizia hanno riferito erroneamente dell'arrivo di medici volontari mentre altre hanno colto l'occasione per puntare il dito contro il regime cubano ritenuto colpevole di tenere in ostaggio migliaia di medici sfruttati a lor dire per favorire un business legato alla esportazione di servizi professionali.

La verità, come sempre accade, si colloca nel mezzo. Ho avuto nel tempo la fortuna di conoscere medici cubani e con alcuni di loro ho instaurato un forte legame di amicizia. La medicina a Cuba è uno dei capisaldi della rivoluzione e ne sono testimonianza le diverse università sorte sull'isola e volute fortemente dallo stesso Guevara che si avvalse per la loro realizzazione del supporto e delle competenze del suo grande amico il medico argentino Alberto Granado. Dall'inizio degli anni '60 le missioni delle brigate di medici sono divenute il vero avamposto della rivoluzione cubana, il supporto scentifico per esportare l'esperienza cubana in molti paesi del terzo mondo. La novità storica di oggi consiste nel fatto che per la prima volta una brigata diventa operativa nel mondo occidentale. E' vero, i medici arrivati in Italia non sono dei volontari. I Paesi che richiedono la presenza e la collaborazione degli specialisti cubani devono negoziare direttamente con il Ministero della Salute. Raggiunto l'accordo circa il 40% dei compensi finisce nelle tasche dei medici mentre la percentuale restante va direttamente nelle casse dello stato. Bisogna sottolineare però che a Cuba sia l'istruzione che l'assistenza sanitaria sono totalmente gratuite ed accessibili a tutti. Un medico guadagna tra i 30 e i 60 cuc al mese (al cambio un cuc è quotato come un dollaro USA) di conseguenza una missione all'estero può realmente costituire una grossa opportunità economica. Nella mia esperienza personale però non ho mai percepito l'idea del guadagno come l'unica motivazione che sprona ogni anno centinaia di giovani studenti ad intraprendere gli studi universitari ed in particolare quelli di medicina. Per trenta cuc al mese forse non ne varrebbe veramente la pena. C'è qualcosa di romantico che serve da molla, qualcosa che per noi occidentali è difficile da capire. C'è un amore per la professione, c'è un attaccamento alla Patria e alla bandiera, c'è un senso di appartenenza ad una esperienza rivoluzionaria che ancora oggi stimola e incoraggia scelte coraggiose. La Cuba rivoluzionaria nei sessant'anni della sua esperienza politica e sociale ha esportato nel terzo mondo soldati e medici. Molti giovani sono morti impugnando il fucile, altri indossando il camice bianco. Due aspetti probabilmente contradittori della visione utopistica di fraternità internazionale tra i paesi socialisti sognata dal Che. Mi permetto una ultima considerazione: sappiamo tutti come molte nazioni si arricchiscono attraverso il mercato delle armi piuttosto che con la produzione di mine anti-uomo o il traffico di droga. Per questo non ritengo opportuno porre sullo loro stesso piano di giudizio un business, seppur altamente redditizio, basato sulla cultura e la conoscenza scientifica.

Infine ho scelto due foto per corredare questo articolo: una è di Ruben Carballo Herrera un paramedico cubano membro della spedizione in Italia e l'altra è del medico italiano Giampiero Giron. Due nomi che senz'altro non ci dicono nulla ma che ci spiegano molto sull'importanza di vivere la propria professione come fosse la più importante tra le missioni.

Ruben, infermiere cubano in missione in Italia
(Ruben - foto web)

Ho trovato sui social la bella testimonianza di un fotografo cubano che si era recato all'aereoporto dell'Avana per immortalare e salutare la partenza della brigata medica per l'Italia. Tra le batas blancas gli parve di riconobbere un volto, forse incrociato in una delle precedenti missioni in Africa.

“Cosa fai qui?” chiese Ruben al fotografo

“E' quello che chiedo io a te amico! Vai di nuovo a sfidare la morte?”

E Ruben rispose con la serenità tipica degli eroi inconsapevoli di esserlo:

“Parto per l'Italia, ma non ti preoccupare perchè ritorneremo e continueremo a lottare per la vita”.

E mentre le note dell'inno cubano accompagnavano la marcia di quel plotone di medici Ruben si girò nuovamente verso il fotografo e gli disse:

“Ti ricordi cosa mi hai detto quella volta? Con dos cojones, Viva Cuba!”

E in un'altra intervista un medico della medesima spedizione ha cosi risposto ad una domanda sul perchè di quella partenza così rischiosa:

“Non dobbiamo dimostrare niente a nessuno però desideriamo che il mondo sappia chi siamo.

Siamo medici cubani e siamo in prima linea per combattere il COVID19. Lo facciamo per amore della professione, lo facciamo per convinzione personale, lo facciamo perchè siamo cubani, perchè amiamo la vita, lo facciamo perchè abbiamo voglia di farlo, lo facciamo perchè abbiamo le palle, lo facciamo semplicemente per questo significa affermare il concetto di Patria o Muerte, ma lo facciamo principalmente perchè tutti sappiano che alla fine Venceremos!

Complicato da intenderlo è vero? E allora vi voglio confondere ulteriormente le idee con la breve storia di Giampiero Giron (si proprio così...come playa Giron, il luogo della disfatta dei controrivoluzionari nella battaglia fratricida del 17 aprile del 1961, la Baia dei Porci...).

Medico italiano in pensione si rimette il camice contro il coronavirus
(Giron - foto web)

Nei giorni scorsi in piena emergenza sanitaria lo Stato italiano ha lanciato un appello per sopperire alla necessità di almeno 300 medici da inviare nei territori più colpiti dall'epidemia da coronavirus. Come sappiamo ben 8.000 persone hanno risposto generosamente a questo invito. Tra loro giovani neo laurati e medici già in pensione. Uno di loro che ha risposto presente è Giampiero, un medico di 85 anni dal volto di nonno buono.

"Mi hanno chiesto la mia disponibilità e ho detto di si. Quando ho deciso di essere medico nella mia vita l'ho scelto per sempre. Ho fatto un giuramento. Paura di ammalarmi? No. Allora era meglio se non avessi fatto il medico”.

Ruben y Gilberto, eroi comuni. Volti buoni e generosi in questa epoca di sfide.

Alla gente come voi dovremmo essere grati per sempre.

Hasta la victoria! Ce la faremo.

Con Ernesto Guevara a cavallo di una Harley Davidson per le strade di Cuba

12 giugno 2017

Il suo nome è di quelli importanti, di quelli che non passano inosservati: Ernesto Guevara.

Ernesto Junior, avvocato cubano di 51 anni, è l'ultimo dei figli di “Che” Guevara l'indimenticabile leader rivoluzionario argentino morto in Bolivia nel 1967 e la cui vicenda umana è indissolubilmente legata alla storia recente di Cuba. Ma stavolta non affrontiamo teoremi politici o nostalgiche celebrazioni. Ernesto junior nato dalla seconda moglie del “Che” Aleida March, è un uomo del nostro tempo e ha dato vita ad una propria impresa la “Poderosa Tours” con lo scopo di offrire pacchetti turistici che porteranno gli appassionati di moto in giro per l'isola cubana sulle orme del famoso padre.

Ernesto Guevara Junior, con la Poderosa Tour propone un tour di Cuba con Harley Davidson
(Ernesto Guevara junior - foto web)

Proseguiamo per passi. Innanzitutto il nome "La Poderosa Tours", deriva dal soprannome proprio della Norton Model 18 500 cc del 1939 che il il padre, allora giovane studente di medicina, utilizzò nel 1952 per attraversare il Sud America, un viaggio che durò ben nove mesi, e che l'argentino ribelle raccontò in uno straordinario diario 'Latinoamericana' pubblicato solo nel 1992 da Feltrinelli e diventato poi sceneggiatura del film del 2004 'I diari della motocicletta', per la regia di Walter Salles con il ruolo del Che interpretato dal bravissimo attore messicano Gael Garcia Bernal.

"La Poderosa Tours" offre due diversi itinerari per la visita di Cuba, entrambi da svolgere a cavallo di luccicanti motociclette yankee Harley Davidson: il “Fuser 1” e il “Fuser 2” .

Perchè Fuser? Fuser, la sintesi di Furibondo de la Serna, era un soprannome giovanile che l'amico Alberto Granado (a sua volta chiamato Mial, Mio Alberto) aveva pensato per il futuro rivoluzionario ai tempi in cui si divertivano a giocare insieme a rugby. Entrambe le offerte turistiche prevedono pernottamenti in alberghi e casas particulares e visite nei luoghi culto del Che, come Santa Clara e la vecchia residenza dell'Avana, una scorribanda per le strade polverose di Cuba ed un pomeriggio dedicato ad un rigenerante bagno insieme ai delfini. I prezzi per i tours non sono proprio in linea con l'utopia socialista di papà Ernesto. Si parte infatti da circa 3.000 dollari necessari per il tour più breve di sei giorni per arrivare a poco meno di 6.000 dollari richiesti per quello più lungo di circa 9 giorni. I tours comprendono ovviamente il noleggio delle moto ma non il costo della benzina!

Tutte le informazioni con i dettagli delle spedizioni si possono trovare sia sul sito ufficiale che sulla pagina facebook della Poderosa Tours.

"Faremo del vostro viaggio un'esperienza unica, un libro di memorie indimenticabile. Noi ci prenderemo cura personalmente di ogni dettaglio durante il viaggio".
(Ernesto Guevara junior)

Un bel modo per celebrare il riavvicinamento tra i due paesi ex nemici anche se resta da sapere cosa ne pensa il vecchio Trump...

(Clikka sul titolo riporta qui sotto per accedere direttamente al sito)

La Poderosa Tours a cavallo di una Harley Davidson sulle strade di Cuba

Il tour si snoda tra l'Avana, Trinidad, Cienfuegos e Santa Clara e non ha niente a che vedere con il viaggio intrapreso da Guevara prima che fosse il “Che” con l'amico d'infanzia Alberto Granado.

La “Poderosa II” di proprietà di Granado era una vecchia Norton 500 del 1939 di fabbricazione inglese e godeva in quegli anni di una ottima reputazione.

La Poderosa, una Norton 500 protagonista con Ernesto Che Guevara dei Diari della Motocicletta
(La Poderosa, ricostruzione - foto web)

Utilizzata come veicolo militare durante la Seconda Guerra Mondiale aveva una cilindrata di 490 cm cubici e sviluppava una potenza di ben 29 CV. Poteva raggiungere una velocità massima di circa 125 km/h considerata notevole per la sua epoca. La Norton di Granado fu sottoposta però ad uno stress test al limite dell'impossibile poiché venne destinata a percorrere un percorso lungo ed insidioso con due passeggeri a bordo e con un carico tragicomico di vettovaglie, utensili, tende e indumenti. L'idea iniziale dei due giovani argentini era quella di percorrere gran parte del Continente partendo dalla natia Argentina per arrivare nei lontani Stati Uniti d'America attraversando la cordigliera delle Ande, la costa cilena, il Perù e il Venezuela per un totale di circa 12 mila chilometri!

Il viaggio iniziò il 4 gennaio del 1952 (solo sette anni più tardi Ernesto, divenuto ormai il “Che” entrava trionfante a Santa Clara sancendo così la vittoria dei rivoluzionari castristi contro l'esercito del dittatore Batista).

La Norton fu sottoposta a prove estreme e dopo il ripetersi di dolorose cadute e sistemazioni di fortuna si arrese definitivamente a Santiago del Chile. I due amici continuarono comunque il viaggio che permise loro di conoscere quella sconosciuta “Maiuscola America” e di rendersi conto delle gravi disuguaglianze sociali e l'estrema povertà di cui soffrivano le popolazioni indigene e campesine. Esperienze che forgiarono in particolare lo spirito ribelle, antiautoritaro per indole e rivoluzionario del 23enne Ernesto che da li a poco sarebbe diventato uno dei liderindiscussi della Rivoluzione cubana.

Ernesto senior aveva già qualche anno prima, nel 1950, intrapreso un viaggio in solitaria con una specie di bicicletta, che chiamò “Cucciolo”, alla quale era stato applicato a Buenos Aires un motore Garelli. Con questa bicicletta “avveniristica”, aveva percorso ben 4.500 chilometri!

Un giovane Ernesto Guevara e la sua passione per le moto
(Un giovane Ernesto Guevara - foto web)

Ernesto junior ha ereditato sicuramente dal padre la passione per le moto e per l'avventura anche se il tracciato che propone è molto meno insidioso di quello percorso dalla vecchia Norton. Al progetto “La Poderosa Tours” collabora anche Camillo figlio di un'altro guerrigliero cubano Antonio Sanchez Diaz ucciso nel 1967 in Bolivia pochi mesi prima del suo Comandante.

Cuba si apre al mondo con gli strumenti che ha combattuto per decenni. Chi l'avrebbe immaginato solo qualche tempo fa e chissà cosa ne penserebbe il ribelle Fuser...

Cuba celebra il 57° Anniversario del trionfo della Rivoluzione tra concerti e malumori

Primo Gennaio 1959. Trionfo della Rivoluzione Cubana
(foto web)

Oggi, 1° gennaio 2016, Cuba celebra con grandi manifestazioni il 57°Anniversario del trionfo della Rivoluzione. Non tutta Cuba, certo. La storia da sempre disegna sui suoi quaderni i profili dei vincitori e dei vinti. E' accaduto anche per la nostra Italia. Il primo gennaio del 1959 con la fuga improvvisa di Batista e l'entrata vittoriosa prima della colonna guidata da Ernesto Che Guevara a Santa Clara e sette giorni dopo con quella trionfale di Fidel Castro all'Avana, segna uno spartiacque profondo tra vecchie e nuove generazioni, tra rivoluzionari ed oppositori del regime. Le vicende di questi giorni con il racconto di migliaia di cubani in fuga dalla propria terra vittime di risacche politiche e commercianti di vite umane ne sono l'emblema. L'epopea rivoluzionaria non ha condizionato per sempre solo la struttura sociale della più grande delle Antille, creando di fatto una diaspora che non conosce pause, ma ha influenzato intere generazioni, scelte politiche trasversali, movimenti ideologici e di pensiero, lotte armate tragiche e sanguinarie. L'utopia della rivoluzione cubana ha contaminato i sogni di rivalsa dei paesi più poveri strangolati dal super potere delle multinazionali e sempre più isolati ed emarginati nello scacchiere politico internazionale. La Revolucion fu sostenuta da una partecipazione popolare senza precedenti che permise ad una manciata di uomini prima di organizzarsi sulla Sierra Maestra e poi di trasformarsi in un esercito invicibile e demolitore di un sistema politico concentrato sulle ricchezze di pochi, sulla corruzione e i facili affari legati al traffico della droga, la prostituzione ed il gioco d'azzardo. Erano gli anni di Fulgencio Batista posto al vertice della piramide di potere voluta dalle famiglie di mafiosi italo americane dei vari Lucky Luciano, Barletta, degli Anastasia e dei Trafficante e dallo spietato e pragmatico Meyer Lansky, un personaggio oscuro di origini polacche, il vero sovrano dell'impero che trasformò l'isola in una specie di colonia statunitense detentrice delle principali risorse economiche. In molti ancora oggi rimpiangono quegli anni in cui l'Avana risplendeva di una sua bellezza unica ed originale. Affacciata sul golfo del Messico luccicava di ricchezze, magnifici edifici, svaghi e bellissime donne. La mondaneità ne faceva una delle capitali più influenti dell'America latina e del mondo. Ma Cuba non era e non è l'Avana. Al di fuori della opulenta capitale la miseria dilagava e le popolazioni venivano sfruttate nel lavoro e imprigionate nell'ignoranza e nell'arretratezza.

57° Anniversario della Rivoluzione Cubana
(foto web)

Questo profondo disagio divenne l'humus per i rivoluzionari che conquista dopo conquista spazzarono via un esercito ben armato ma probabilmente poco motivato e preparato. In seguito, le prime decisioni prese dal governo rivoluzionario come la nazionalizzazione dei principali centri economici degli USA e la eliminazione dei latifondi, coincisero con una crescente ascesa degli interessi sovietici sull'isola finendo con l'indurre la presidenza Kennedy a sostenere una controinvasione dell'isola che si concluse in modo fallimentare nel 1961 con i fatti della Baia dei Porci. Si passò poi alla crisi dei missili che certificarono la presenza dei russi sull'isola caraibica ed alla tristemente nota storia dell'imposizione del duro embargo economico e politico da parte degli Stati Uniti d'America alla piccola isola caraibica. Vicenda questa arrivata fino ai giorni d'oggi per poi vedere dischiudersi una improvvisa finestra sulla speranza con la riapertura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi sancita poco più di un anno fa, il 17 dicembre 2014.

Rivoluzione Cubana, un modello per i paesi del terzo mondo
(foro web)

Da allora si sono compiuti notevoli passi in avanti come già ho raccontato in altre pagine di questo blog. Molto deve essere ancora fatto e la visita di Papa Francesco nel settembre scorso ha offerto un'altro importante impulso al cambiamento in atto. Le pagine dei media cubani esaltano le conquiste rivoluzionarie tra cui cito a) l'eliminazione della povertà estrema e della fame; b) il diffondere di un insegnamento di base e la sconfitta dell'analfabetismo; c) la promozione dell'uguaglianza sociale e la valutazione del ruolo della donna; d) la riduzione della mortalità infantile che si è stabilizzata a livello dei paesi del "primo mondo". Di pari passo crescono gli avversari del regime che denunciano la presenza di carceri piene di oppositori e di quelli che come già raccontato tentano di fuggire all'estero. C'è poi la realtà delle Damas de Blanco che con la loro lider Berta Soler accusano la detenzione di dissidenti politici e della blogger Yoani Sanchez che è conosciuta in tutto il mondo per il suo anti castrismo e per l'impegno a difesa dei diritti umani. Cuba è al centro del mondo, volente o nolente, e non solo per le sue bellezze paesaggistiche, le ricchezze culturali, la musica e la sua sensualità tropicana. Crocevia di sogni perduti e inseguiti ci richiama costantemente ai valori della vita, all'idea di libertà, al concetto di benessere e felicità. Con "Mambo Tango" ho voluto raccontare la mia visione, intima, distaccata da pregiudizi e giudizi. La Cuba che si vive e ascolta solo con i battiti del cuore, sempre originali e mai banali.

Usa e Cuba, mai più nemici?
                                                                        (foto web)

Cuba ricorda Fidel a un anno dalla sua "morte fisica"

26 novembre 2017

Bayamo, Cuba. Primo anniversario della morte di Fidel Castro 25.11.2017
(Cuba rende omaggio a Fidel - foto web)

Il 25 novembre del 2016 moriva a 90 anni Fidel Castro Ruz, il lider indiscusso e discusso della rivoluzione cubana.

A un anno esatto di distanza dalla sua scomparsa  l'isola caraibica ancora si interroga sul suo passato, sul suo presente e su quello che sarà il suo futuro. Cuba si prepara ad un cambiamento epocale poichè fra circa 100 giorni anche Raul abbandonerà la scena politica ed il nome dei Castro si defilerà, forse, definitivamente dopo 60 anni di presenza ininterrotta. Ci sono stati negli ultimi tempi alcuni cambiamenti significativi anche se le importanti novità introdotte dalla riapertura delle relazioni diplomatiche con gli USA volute in concerto con l'amministrazione Obama sono state parzialmente spazzate via dall'elezione alla presidenza del suo successore Donald Trump. Tuttavia, molto resta ancora da fare.

25.11.2017 Bayamo ricorda Fidel a un anno dalla sua morte
(Bayamo ricorda Fidel - foto web)

Cuba ha ricordato questo primo anniversario senza celebrazioni di massa. All'Avana è stata organizata una veglia sulla scalinata dell'Università mentre in altre parti dell'isola il lider maximo è stato ricordato con molta sobrietà attraverso concentri musicali, mostre fotografiche e tributi floreali.

Fidel ha attraversato mezzo secolo di storia moderna e la sua figura è indissolubilmente legata a quella di Cuba dove questa giornata di memoria è vissuta come il  "primo anniversario della sua morte fisica" a voler significare che le sue idee e la sua testimonianza sono ancora vive e indelebili.

Il popolo cubano, compreso tra i cittadini residenti sull'isola e i milioni che per scelte diverse hanno deciso di lasciarla,  è profondamente diviso sul significato del ruolo storico sostenuto da Fidel. Molti lo ricordano con nostalgia e giurano fedeltà ai suoi insegnamenti e ai prinicipi rivoluzionari, altri lo detestano attribugliendoli la responsabilità della diaspora del popolo cubano, l'arretratezza sociale e la mancanza di libertà.

il 25 novembre 2017 Cuba ha reso omaggio a Fidel Castro a un anno dalla sua morte
(Bayamo, Cuba. In fila per Fidel - foto web)

Cuba è una terra strana. Affascina e impaurisce nello stesso modo. Allontana e richiama in egual misura. E' come la forza dei cicloni che la tormentano. Imprevedibile, agitata, sonnacchiosa.

Un punto nell'Oceano che continua a far parlare di se nel bene e nel male. Un miraggio che catalizza desideri, sogni, pregiudizi e opinioni e che spesso ci fa dimenticare che prima di tutto Cuba è dei cubani.

Fidel Castro
(Fidel Castro Ruz - foto web)

Francisco all'Avana. Non si servono le ideologie ma le persone

20 settembre 2015. E' appena terminata la Santa Messa celebrata in Piazza della Rivoluzione all'Avana dinnanzi ad una marea di  600 mila persone.

Il Papa, la Virgen Mambisa, Josè Martì, Che Guevara e Camilo Cienfuegos, il popolo, tutta Cuba.

Quanti simboli per una terra in cammino! Il suo passato, il suo presente ed il suo futuro. Tutto ai piedi del Cristo Misericordioso.

20 settembre 2015. Il Papa all'Avana. I due rivoluzionari argentini.
(foto atlasweb.it)

Il Papa si è rivolto con parole ferme ma cariche di tenerezza, alla gente di Cuba, alle sue Istituzioni, al presidente Raul, alla Colombia e al cuore di ogni credente e non di tutto il mondo.

Ecco alcuni passaggi:

 "No se sirve a ideologías, se sirve a personas", "NON SI SERVONO IDEOLOGIE SI SERVONO PERSONE" "Quien no vive para servir, no sirve para vivir", "CHI NON VIVE PER SERVIRE, NON SERVE PER VIVERE“ Quien quiera ser grande que sirva a los demás, no que se sirva de los demás”,"CHI VUOLE ESSERE GRANDE SERVA GLI ALTRI, NON CHE SI SERVA DEGLI ALTRI".                                    

"Cuba es un pueblo que tiene heridas pero sabe estar con los brazos abiertos, con esperanza." "CUBA E' UN POPOLO CHE HA DELLE FERITE E CHE PERO' SA STARE CON LE BRACCIA APERTE, CON SPERANZA" .

...giusto qualche spunto di riflessione!

Se vuoi ascoltare l'omelia questo è il link www.youtube.com

E se vuoi leggerla qui di seguito troverai il testo completo:

Il "Che" nell'anima di Cuba. Eroe o prodotto commerciale?

Questo ho capito di te. Sei stato tutto e niente. Qualcosa di indefinibile,

Ernesto Che Guevara

di imparagonabile. Mito per molti ed incubo per altri. Un mambo-tango,

una musica ed una danza che nessuno conosceva fino ad allora, un modo

diverso di muovere i passi e di ascoltare i suoni in un mondo rigido e

indifferente. Ti avrei chiesto di insegnarmeli insieme al segreto per vincere

ogni paura e il dolore del tradimento”.

( tratto da “Mambo Tango. Nuovi ritmi del cuore sulle strade di Cuba” - foto urban.it).

 

Il 9 ottobre del 1967 moriva in Bolivia inseguendo il sogno di estendere l'esperienza rivoluzionaria cubana a tutta l'America latina Ernesto Guevara de la Serna, detto il “Che”.

Non morì in uno scontro a fuoco, in una contesa prevedibile ed anche accettata. Fu ferito, catturato e giustiziato. Senza un processo, senza un giudizio pubblico, senza che il mondo potesse osservare la fine di una delle icone del XX secolo. La guerra è spietata, non fa sconti e non si abbandona alla comprensione. Non ha regole e non ha umanità. Nel caso di Guevara c'era anche l'ingombro di un personaggio e di un processo insostenibili. Si pensò di liquidarlo con una fredda raffica di mitra, di farlo a pezzi e di bruciarne i resti. Si limitarono frettolosamente a tagliarli le mani e a conservarle a testimonianza della sua morte. Fu gettato in una fossa e restituito al popolo cubano nel 1997 dopo una lunga ricerca. Un tentativo vano di consegnarlo all'oblio. La storia ha scelto però un altro percorso. La fine del “guerrillero heroico” ha reso immortali i suoi 39 anni e trasformato il ricordo della sua vita in un esempio da imitare per molti ed in un incubo per altri.

Le strade di Cuba sono ancora attraversate dalla sua “entrañable trasparencia” (penetrante trasparenza) come cantava Carlos Puebla nella sua canzone più famosa: “Hasta siempre Comandante! ”. Una melodia che ogni turista avrà ascoltato almeno una volta nel suo vagabondare più o meno distratto sull'isola caraibica.

Che Guevara nei murales di Cuba

Ernesto Guevara è stato un personaggio controverso. Ha vissuto una vita al limite della dimensione umana dovendo combattere sin dalla nascita contro l'asma, quella terribile patologia che gli toglieva il respiro ma non la voglia di vivere e combattere. Un santo laico o un avventuriero sanguinario? Un filantropo od un assassino? Un eroe sognatore o un incubo da cui fuggire via?

Il protagonista di "Mambo Tango" incontra nel suo viaggio il mito del Che e da questo dialogo immaginario ne nasce un ritratto originale, forse non condivisibile da tutti, ma autentico e sincero. Un “Che” restituito alla sua gioventù, forse mai vissuta, a quella necessità di rincorrere il tempo sapendo di averne poco a disposizione. Ignorare la vicenda umana, storica e politica di Guevara è chiudere una porta alla comprensione delle dinamiche sociali che hanno influenzato e caratterizzato non solo la storia di Cuba e dell'America latina in generale ma anche quella di molte generazioni del Vecchio Mondo affascinate oggi come allora dall'utopia dell'Uomo Nuovo, divenuta realtà per mezzo di un giovane medico argentino.

                                                                                            (foto Di Crosta Franco)

Il Cristo dell'Avana. Un lungo viaggio iniziato in Italia

Siamo nel 1957. Cuba freme sotto la spinta generosa di giovani ribelli che tentano di demolire con la forza dell’eroismo e delle armi la dittatura di Fulgencio Batista che si era insediato al potere alcuni anni prima grazie ad un colpo di stato militare ed all’appoggio finanziario della mafia italo americana.

Il Cristo dell'Avana e Jilma Madera

Nel settembre di quell’anno alcuni giovani tenteranno di uccidere il dittatore senza però riuscirci. Verranno tutti trucidati. La moglie di Batista strinse allora un patto con Dio: se fosse stata risparmiata la vita al marito avrebbe fatto erigere, come una sorta di ex voto, una enorme statua dedicata a Gesù Cristo ed in tutto simile a quella che sorge sulla collina di Rio de Janeiro in Brasile. La signora Marta Batista darà l’incarico dell’esecuzione dell’opera alla 42enne cubana Jilma Madera, una poliedrica scultrice che già aveva realizzato un monumento a Josè Martì, il Padre della Patria. Per l’opera si volle utilizzare il bianco marmo italiano di Carrara, così venne contattato il valente artista italiano Aldo Buttini già noto per aver realizzato le statue degli Atleti al Foro Italico in Roma e che avrebbe coadiuvato la Madera nell’esecuzione dell’opera stessa.

Questa doveva essere maestosa: collocata sulla collina della Cabaña, alta 20 metri e con un basamento di ulteriori tre metri doveva essere visibile da ogni angolo dell’Avana. La Madera disegnò il volto del Cristo con lineamenti tipicamente tropicali e meticci proprio perché come ebbe lei stessa a dire “Cuba è una mescolanza di razze e di culture”. 100 milioni di lire dell’epoca fu il costo per realizzare quel colosso!
La scultrice J.Madera all'Avana nel 1958
La Madeira giunse in Italia, a Carrara, dove venne realizzata la scultura partendo dall’estrazione di ben 600 tonnellate di marmo dalle cave della Scalochiella a Colonnata, in provincia di Massa e Carrara. Uno splendido borgo toscano reso famoso oltre che dalle sue imponenti cave anche dal magnifico "lardo". Per un anno e mezzo, fino all’agosto del 1958, l’artista cubana lavorerà senza sosta alla composizione di un puzzle di blocchi che poi verranno spediti via mare a Cuba.

Nella terra caraibica intanto, l’Eserjito Rebelde di Fidel Castro e Che Guevara si è compattato sulla Sierra Maestra e da li attraverso un’offensiva inarrestabile sta conquistando il territorio metro dopo metro. In Italia in tanto la statua del Cristo viene toccata dalla tragedia. Durante gli ultimi giorni della sua lavorazione muore infatti il giovane figlio di Buttini, Paolo, ed il padre Aldo non reggendo al profondo dolore causato da quella improvvisa perdita lo seguirà solo tre mesi più tardi. Ma i lavori proseguiranno comunque frenetici e la statua, il cui peso si era ridotto a 320 tonnellate, venne imbarcata dal porto di Genova con destinazione l’Avana. Nella foto la Madera è ritratta con Ottavio dell'Amico, proprietario della cava di Carrara (foto web).

La Madera con Ottavio dell'Amico.

 

Il 3 di settembre del 1958 enormi blocchi di marmo giungono a Cuba. Inizia così la complessa opera di assemblaggio sulla collina della "Cabaña", nel pueblo di Casablanca nel municipio di Regla a più di 50 metri sul livello del mare.

La statua, benedetta in Italia da Papa Pio XII prima della sua partenza, viene inaugurata il 24 dicembre del 1958 ed il giorno dopo, alla presenza di pochi invitati, un poco convinto cardinale Arteaga fu in un certo senso costretto a benedirla da un Batista sempre più bisognoso di consensi politici. Il vento della Revolucion intanto soffiava impetuoso. Per non correre inutili rischi i tecnici italiani arrivati da Genova insieme ai blocchi di marmo partirono in tutta fretta lasciando la sola Madera nella capitale cubana. Pochi giorni dopo, siamo nella notte del 31 di dicembre, Batista fuggirà a Santo Domingo con la sua corte di fedelissimi ed un sostanziosissimo bottino in denaro.Il Cristo dell'Avana e la Revolucion L’8 gennaio del 1959 Castro entrerà trionfante all’Avana accolto dall'entusiasmo di una folla sterminata. In quelle ore frenetiche alcuni barbudos pensarono di far saltare quell’imponente statua retaggio della presenza del vecchio dittatore in fuga ma secondo la ricostruzione storica il Comandante, memore forse dei suoi trascorsi giovanili presso i gesuiti, rimase talmente ammirato da quell’opera da imporre che venisse risparmiata.

I Barbudos e il Cristo dell'Avana (foto web)

“Lui è venuto con me. Il Cristo sarà il protettore della rivoluzione e mi porterà fortuna!”  pronunciò Fidel in un impeto di orgoglio e fede rivoluzionaria.

Cristo benedicente. Avana
Avana; Il Cristo sulla Cabaña (foto web)

Da allora il Cristo benedice e protegge l’Avana. E' la seconda statua per grandezza di tutta l’America Latina dopo il Cristo di Rio de Janeiro e la più grande mai realizzata da una donna. Dalla collina della "Cabaña” il Redentore osserva tutta la baia e l’estendersi armonioso della città. Dal Castillo de la Real Fuerza a quello de la Punta, dalla città coloniale alla cupola del  Capitolio, alla maestosità dell'Oceano e a tutto il profilo del Malecon fino ai grandi alberghi del Vedado, l’Havana Libre, il Nacional, l’edificio Focsa. A poca distanza si trova  l’imponente Castillo de los tre Reyes del Morro e la Comandancia di Che Guevara. Uno spettacolo imperdibile e di una bellezza commovente! La collina è raggiungibile in pochi minuti con un taxi percorrendo il tunnel che attraversa la baia.

Vi racconto in conclusione due interessanti curiosità. La prima è di natura prettamente artistica: il volto meticcio del Cristo è privo di occhi o per meglio dire l’autrice ha intenzionalmente lasciato degli spazi vuoti come si può chiaramente osservare dalle foto a corredo. Questa scelta ha fatto si che chi lo guarda si senta osservato da ogni angolo di visione.

Erevan, Armenia. Copia delle mani del Cristo dell'Avana

La seconda è straordinaria: nel 1963 Carrara instaura un rapporto di gemellaggio con Erevan, città armena ricca di storia e cultura. Per sancire questa fratellanza, dopo un lungo viaggio in treno partito dalla toscana, giungeranno  in dono alla città amica, due grandi casse contenenti due mani scolpite in marmo bianco della misura di circa 2 metri che altro non sono che la copia delle mani del Cristo dell’Avana. (foto web)

La statua del Cristo visse anche un lungo periodo di abbandono e incuria. Fu colpita più volte dai fulmini la cui forza la ferì gravemente; nell’ottobre del 1962 osservò le navi russe cariche di missili nucleari lasciare la baia e in questi decenni non ha mai smesso di vegliare sulla sua gente. Il 5 gennaio del 2013 dopo un complesso intervento di restauro che le ha restituito la bellezza originale viene nuovamente inaugurata e benedetta dal cardinale dell'Avana Jaime Ortega che dirà che la statua, divenuta simbolo della città, è una grande novità tenendo conto “…del nuovo momento della storia del Paese, così diverso da quello nel quale venne eretta … e la novità sta nel fatto che il Paese, ha davanti a sé una strada che si rinnova ogni volta di più, non solo a livello economico, ma anche in altri ordini, tra i quali la crescente presenza della fede religiosa nella cultura, nella vita e nelle espressione del popolo cubano”, per poi concludere l'omelia con le parole di Jilma Madera secondo cui la statua fu costruita “non per venerare, ma per ricordare il Redentore”.

Sono trascorsi poco più di due anni da allora e profondi cambiamenti sono in atto nell’isola caraibica.

Il Cristo dell'Avana benedice la cittàLo sguardo misericordioso di Cristo sia di stimolo per tutto il popolo cubano, sia quello che vive nell'isola che quello che le vicende storiche hanno costretto ad allontanarsi da essa e possa guarire le ferite di questa diaspora ancora così profonde e dolorose e che tardano a rimarginarsi.

(foto web)

                                                                                                   

Il Cristo dell'Avana. Tramonto sulla baia.
         Il Cristo e il tramonto sull'Avana (foto web)

 

Korda e il Che. La foto che creò il mito del Guerrigliero Eroico

8 Marzo 2020

Il ritratto del Che Guevara di lberto Korda
(Il Guerrigliero eroico di Korda - Foto web)

Questa è senz'altro una delle foto più emblematiche che sia mai stata realizzata.

Uno dei ritratti più efficaci e penetranti conosciuti nella storia moderna. La foto venne scattata quasi per caso dalla camera curiosa e attenta del grande fotogtafo cubano Alberto Diaz Gutierrez, noto semplicemente come Korda in omaggio al regista ungherese Alexandr Korda. Sono passati esattamente 60 anni da quello scatto che con la sua irruenza ha attraversato decenni di storia a cavallo di due millenni. Usato e abusato in ogni angolo dl mondo. Strattonato e commercializzato. Una icona fissata nel tempo come i grandi eroi della mitologia. Una sorte la sua che probabilmente lo stesso Guevara non avrebbe gradito fino in fondo.

E' il 5 di marzo del 1960. All'Avana si celebra un rito funebre in memoria delle 136 vittime dell'affondamento della Coubre, una nave francese che trasportava armi belghe verso la giovane isola rivoluzionaria e la cui esplosione fu attribuita ad un sabotaggio da parte della Cia. Mentre Fidel Castro pronunciava uno dei suoi interminabili discorsi apparve per pochi istanti sul palco il Che, con uno sguardo intenso, misto di rabbia, sopraffazione e orgoglio. Korda lo notò prima che si ritirasse nuovamente e con maestria fermò quell'attimo consegnandolo alla storia e contribuendo alla edificazione del mito “Che Guevara”.

Il fotografo cubano Korda con la foto del Che
(Alberto Korda - foto web)

La foto rimase per diverso tempo negli studi di Korda e fu solo nel 1968 all'indomani della morte del Guerrillero Heroico avvenuta in Bolivia nell'ottobre del 1967 che divenne un successo mondiale grazie all'intuito dell'editore italiano Giangiacomo Feltrinelli che la trasformò nel simbolo e bandiera delle lotte proletarie di tutto il mondo attraverso la realizzazione di un poster prima e utilizzandola poi come copertina del libro “Diario in Bolivia”, scritto dallo stesso Guevara negli ultimi giorni della sua vita.

Alberto Korda e la famosa foto di Che Guevara
(Alberto Korda - foto web)

Alberto Korda nasce all'Avana il 14 settembre del 1928 e fu fotografo di moda ai tempi del regime di Batista. Abbracciò in seguito la causa castrista collaborando con il quotidiano Revolucion e diventando il più importante fotografo della Rivoluzione cubana.

E' morto a Parigi per un attacco cardiaco nel 2001 in occasione di una sua mostra fotografica.

Alberto Korda il fotografo del Che e della rivoluzione cubana
(foto web)
Chiunque sia stato all'Avana o a Cuba inevitabilmente si è dovuto confrontare con quello sguardo. E' ovunque. Sulle magliette, sulle tazze, sulle pareti scrostate delle scuole, sui cappellini, nelle stanze dei musei e degli uffici pubblici. Dove volgi lo sguardo lo trovi. A volte lo incontri vicino al suo amico Camilo. Guevara è ancora oggi una presenza ingombrante, troppo spesso mercificata. Odiato e idolatrato, ma la sua eterna govinezza continua ad interrogarci e il suo sguardo a penetrarci e a sfidarci.

 

L'impronta romagnola all'Avana

Tranquilli...non aprirò una piadineria a Cuba, anche se l'idea è solo rimandata!

Vi racconterò di quando la Corona spagnola, grazie al genio ed alla intraprendenza dell'italianissimo Cristoforo Colombo, venne a conoscenza nel 1492 dell'esistenza dell'isola di Cuba. Ben presto la monarchia ispanica realizzò che quel luogo, oltre ad offrire straordinarie bellezze paesaggistiche, doveva essere destinato a rivestire un ruolo di importanza strategica nell'affermazione delle mire espansionistiche della Spagna nel Nuovo Mondo. San Cristobal dell'Avana fu fondata nel 1519 su una baia naturale molto ampia e particolarmente adatta a fungere da porto commerciale cosicchè, sin dai primi giorni di occupazione, si manifestò la necessità di creare una potente fortificazione capace di respingere gli attacchi dei pirati francesi, olandesi ed inglesi (Francis Drake, Morgan). Filippo II affidò allora l'incarico di fortificare la baia alle fenomenali capacità intuitive di un ingegnere militare italiano, tale BATTISTA ANTONELLI, nato nel 1547 a Gatteo di Romagna in quel tempo sotto la giurisdizione dello Stato Pontificio. L'imponente opera costruita su un promontorio naturale di difficile accesso, la Punta Barlovento, venne chiamata "Castillo de los Tres Reyes Magos del Morro", poi conosciuta semplicemente come "El Morro".  Una costruzione militare ardita e resa famosa dal suo faro alto 25 metri e dal dispiegamento di una potente batteria di cannoni chiamata i "Dodici apostoli". Sul lato opposto della baia ANTONELLI realizzò un'altra opera fortificata che prese il nome di "San Salvador de la Punta" realizzando così una porta pressochè inaccessibile che resistette per circa 150 anni fino al 1762 quando cadde sotto ai colpi degli inglesi durante la guerra dei Sette anni. Alla fine di quella guerra gli inglesi cedettero nuovamente l'isola agli spagnoli in cambio della vicina e prospera Florida.

 
El Morro  
Castillo El Morro visto dal Malecon, foto rielaborata di Di Crosta Franco                                                             

 

               Castillo Los Tres Reyes Magos del Morro
                El Castillo de los Tres Reyes Magos del Morro, foto web

Le due fortezze insieme ad una terza, "El Castillo de la Real Fuerza", ed alla potenti mura che la circondavano, fecero dell'Avana il gioiello del sistema difensivo di tutti i Caraibi tanto da guadagnarsi la definizione di "Chiave del Nuovo Mondo e bastione delle Indie Occidentali".

Castillo San Salvador de la Punta
Castillo Salvador de la Punta - foto Di Crosta Franco
Castillo El Morro   Il Faro
Castillo El Morro, Il Faro - foto web                                    

 

Ad Antonelli si deve anche la costruzione dell'acquedotto di Chorrea sempre all'Avana e la fortificazione di Cartagena in Colombia ed altre importanti opere a Panama, in Florida a Gibilterra, Cadice, Catalogna, Messico  Portorico.

Insomma, come si direbbe oggi, uno vero "sborone romagnolo" !!!

Il castello del Morro è stato dichiarato patrimonio mondiale dell'Unesco. E' una meta assolutamente da non perdere! Alle 21 in punto tutte le sere c'è la cerimonia del Cañonazo, un suggestivo ricordo con costumi d'epoca di quando venivano chiuse le porte della città. All'interno della fortificazione c'è anche la Cabaña che nei giorni successivi alla conquista rivoluzionaria dei castristi ospitò il quartier generale del Comandante Che Guevara. in quelle ore le pallottole fischiarono incessantemente...e si fece giustizia più o meno sommaria dei collaboratori del dittatore Battista.

Castillo El Morro - Comando di Che Guevara                                                          

   Castillo El Morro, la Comandancia del Che - foto Di Crosta Franco

El Morro - I 12 Apostoli
Castillo El Morro, I 12 Apostoli - foto Di Crosta Franco                                 

Battista Antonelli era il quinto di cinque figli. Il più grande si chiamava Giovan Battista mentre il nostro avrebbe chiamato suo figlio Juan Bautista creando una certa confusione nell'assegnazione della paternità delle diverse opere realizzate da questa famiglia di abili ingegneri.

Un'ultima curiosità storica: alla sua morte avvenuta a Madrid nel 1616, la sua eredità fu distribuita tra i padri Carmelitani Scalzi presso cui riposano le sue spoglie, il figlio a cui lascio disegni e progetti ed i poveri dell'indimenticato paese di origine. Su sua volontà si costituì il Monte Frumanterio Antonelli in Gatteo, con lo scopo di garantire anche ai più indigenti od anziani alcune razioni di frumento. Questa istituzione durò per 271 anni fino alla fine del 1890!

Nella sezione "Galleria d'arte" sono a visibili alcuni quadri che ritraggono la fortezza.

Castillo Real Fuerza
Castillo de la Real Fuerza, foto Di Crosta Franco

 

  
El Morro in cenere di Puro
El Morro in cenere di Puro - olio su tela
                    

 

Maisel Lopez, un artista callejero che ridà vita alle strade dell'Avana

Maisel Lopez è un giovane artista cubano di 31 anni che ha ricevuto una formazione classica nella nota "Escuela de Arte San Alejandro" e che negli ultimi anni ha deciso di  trasferire le sue opere talentuose dalla tela e cavalletto alle pareti dell'Avana dando vita insieme a pochi altri artisti ad un movimento d'arte urbano che ancora è alla ricerca di una propria dimensione artistica.

Maisel ha dipinto per l'Avana circa trenta murales che lui stesso ha chiamato"Colosos" (Colossi) raffiguranti volti di bambini di età compresa fra i 2 e gli 8 anni realizzati con il suo riconoscibile stile sobrio e pulito in bianco e nero con una tecnica del genere realista che contrasta violentemente con le facciate scrostate e decadenti di vecchi edifici che decora con grande passione.

"Mi ispiro al pensiero di José Martì (l'intellettuale e politico Padre della Patria che ispirò il movimento indipendista cubano e più tardi la stessa Revolucion) secondo cui i bambini sono la speranza del mondo. Li ho chiamati Colossi non solo per le loro dimensioni ma per l'importanza che l'infanzia riveste nello sviluppo della siocietà."

Il primo Coloso è stato realizzato nel 2015 a Playa, un distretto avanero dove Maisel è nato, mentre l'ultimo è stato dipinto di recente nel popoloso barriodi Miramar all'esterno della Galleria d'Arte Wilfredo Lam che ospita al suo interno altre opere dell'artista, realizzate questa volta su tela, che rappresentano sempre volti di bambini.

Maisel prima di dipingere i suoi giganteschi "Colosos" attraversa le strade dell'Avana scattando decine di foto a bambini che gli offrono una particolare ispirazione e sempre dopo aver chiesto il permesso ai genitori. Dopodichè procede ad una selezione degli scatti migliori per poi iniziare a dipingere i suoi murales che realizza sulle facciate di casas particulares (case private) ed anche di istituzioni o luoghi pubblici come scuole, ospedali e uffici statali. Anche in questo caso Maisel chiede prima l'approvazione e il permesso di dipingere. Tutte le opere sono alte diversi metri e per terminarle l'artista impiega solitamente dai tre giorni alla settimana intera senza percepire alcun compenso e possono essere ammirate da tutti in questa sorta di grande galleria all'aperto che gli abitanti dei barrios custodiscono con una crescente simpatia e gelosia e proteggono con attenzione da possibili atti vandalici.

"Tutte le opere che non sono ne agressive ne offensive sono sempre ben accolte", ha detto Maisel che a differenza di altri artistas callejeros è ben visto dalle autorità di sicurezza che non gli negano mai il permesso di dipingere.

"L'artista urbano deve essere responsabile di quello che fa perchè con le sue opere dialoga e interagisce con un pubblico molto eterogeneo".

Maisel continua a dipingere nel suo atelier tele che possono raggiungere anche il valore di 1000, 1500 dollari.

 

Maisel Lopez, un artista callejero che ridà vita alle strade dell'Avana

Maisel Lopez è un giovane artista cubano di 31 anni che ha ricevuto una formazione classica nella nota "Escuela de Arte San Alejandro" e che negli ultimi anni ha deciso di  trasferire le sue opere talentuose dalla tela e cavalletto alle pareti dell'Avana dando vita insieme a pochi altri artisti ad un movimento d'arte urbano che ancora è alla ricerca di una propria dimensione artistica.

Maisel Lopez e i suoi
(foto web)

Maisel ha dipinto per l'Avana circa trenta murales che lui stesso ha chiamato"Colosos" (Colossi) raffiguranti volti di bambini di età compresa fra i 2 e gli 8 anni realizzati con il suo riconoscibile stile sobrio e pulito in bianco e nero con una tecnica del genere realista che contrasta violentemente con le facciate scrostate e decadenti di vecchi edifici che decora con grande passione.

Maisel Lopez dipinge i suoi
(foto web)

"Mi ispiro al pensiero di José Martì (l'intellettuale e politico Padre della Patria che ispirò il movimento indipendista cubano e più tardi la stessa Revolucion) secondo cui i bambini sono la speranza del mondo. Li ho chiamati Colossi non solo per le loro dimensioni ma per l'importanza che l'infanzia riveste nello sviluppo della siocietà."

Il primo Coloso è stato realizzato nel 2015 a Playa, un distretto avanero dove Maisel è nato, mentre l'ultimo è stato dipinto di recente nel popoloso barriodi Miramar all'esterno della Galleria d'Arte Wilfredo Lam che ospita al suo interno altre opere dell'artista, realizzate questa volta su tela, che rappresentano sempre volti di bambini.

Maisel Lopez e i suoi murales dipinti all'Avana

(foto web)

Maisel prima di dipingere i suoi giganteschi "Colosos" attraversa le strade dell'Avana scattando decine di foto a bambini che gli offrono una particolare ispirazione e sempre dopo aver chiesto il permesso ai genitori. Dopodichè procede ad una selezione degli scatti migliori per poi iniziare a dipingere i suoi murales che realizza sulle facciate di casas particulares (case private) ed anche di istituzioni o luoghi pubblici come scuole, ospedali e uffici statali. Anche in questo caso Maisel chiede prima l'approvazione e il permesso di dipingere. Tutte le opere sono alte diversi metri e per terminarle l'artista impiega solitamente dai tre giorni alla settimana intera senza percepire alcun compenso e possono essere ammirate da tutti in questa sorta di grande galleria all'aperto che gli abitanti dei barrios custodiscono con una crescente simpatia e gelosia e proteggono con attenzione da possibili atti vandalici.

I dipinti di Maisel Lopez decorano gli edifici dell'Avana
(foto web)

"Tutte le opere che non sono né agressive né offensive sono sempre ben accolte", ha detto Maisel che a differenza di altri artistas callejeros è ben visto dalle autorità di sicurezza che non gli negano mai il permesso di dipingere.

"L'artista urbano deve essere responsabile di quello che fa perchè con le sue opere dialoga e interagisce con un pubblico molto eterogeneo".

Maisel continua a dipingere nel suo atelier tele che possono raggiungere anche il valore di 1000, 1500 dollari.

Se clikki su questo link potrai ammirare altre opere di Maisel Lopez:

 http://maisel.cubava.cu/

Medici cubani nel mondo: una importante risorsa umana ed economica

15 ottobre 2017

Medici cubani nel mondo
(Medici cubani nel mondo - foto web)

Alcuni giorni fa il dottor J.Delgado uno dei massimi esponenti del MINSAP, il Ministero della Salute Pubblica di Cuba, ha dichiarato in una nota informativa che attualmente ci sono poco meno di 50 mila professionisti cubani in giro per il mondo e di questi più della metà sono medici. I loro camici bianchi si trovano in Europa (Russia e Portogallo), in circa 30 nazioni dell'Africa, nelle regioni del  Pacifico, in Medio Oriente e nell'Asia Orientale e  in più di 20 Paesi dell'America Latina e dei Caraibi.

Insieme ai medici operano infermieri, tecnici, laureati con varie specializzazioni, ingegneri e personale di supporto.

Questo autentico esercito rappresenta il fiore all'occhiello della Repubblica cubana poichè a tutti i suoi membri è stata sempre riconosciuta la professionalità, la dedizione e lo spirito di fraternità con i quali hanno sempre operato anche in zone impervie e solitamente  trascurate dalle grandi lobbies internazionali.

La presenza più grande di medici cubani è in Venezuela dove si stima che abbiano lavorato dal 2000 ad oggi più di 120 mila professionisti! Molto numerose le presenze anche in Brasile, Bolivia, Guyana e nella vicina e poverissinma Haiti.

Medici cubani in missione nel mondo
(La Brigada Medica - foto web)

Un grande sforzo questo sostenuto con impegno e caparbietà, capace di portare oltre ai riconoscimenti internazionali anche flussi di decine di milioni di dollari che rappresentano attualmente la principale voce di entrata per Cuba. I medici in mision vengono contrattualizzati con la mediazione di esponenti governativi cubani che stabiliscono la percentuale del salario da destinarsi ai professionisti e quella che invece andrà a rimpinguare le casse statali.

Molti cittadini cubani disapprovano questa forma ambiziosa di cooperazione su vasta scala internazionale lamentando allo stesso tempo croniche carenze sul territorio nazionale che colpiscono non solo il personale medico ma anche la distribuzione di medicinali e infrastrutture ospedaliere. Cuba si muove da decenni tra mille disagi, incomprensioni e contraddizioni di ogni tipo ma è indubbio che la forte impronta impressa dal governo rivoluzionario nel settore medico ha ottenuto risultati strabilianti se paragonati alle condizioni di altri Paesi che si affacciano nella stessa area geografica e alla costante carenza di risorse.

La verità non va nascosta né celebrata od osannata. Va semplicemente riconosciuta e raccontata.

 

Pepe Mujica: il coraggio della coerenza

24 Settembre 2018

(Pepe Mujica - foto Franco Di Crosta)

Ravenna 30 agosto 2018, una tipica serata di fine estate. Una di quelle giornate in cui già si cominciano a chiudere gli ombrelloni e a ripiegare i lettini e le città e i paesi si ripopolano lentamente  trovando nuovo vigore nelle tante sagre e nei festival politici dove da tempo sventolano bandiere e ideologie sempre più stanche e sbiadite. Al Pala De Andrè va di scena il Festival Nazionale dell'Unità organizzato dal PD e per l'occasione la capitale bizantina si prepara ad accogliere i suoi ospiti offrendo il meglio di sé proponendo un ricco programma di convegni, mostre fotografiche, mercatini artigianali e concerti. C'è anche un piano bar dove alcuni anziani si attardano in romantici passi di danza. Il ruolo da assoluto protagonista è rivestito però come sempre dai tanti ristoranti affollati e chiassosi  e investiti da una fiumana di indaffarati volontari in rigorosa maglietta rossa. Sul viale centrale che attraversa l'area della festa un gruppo di sgambatissime ragazzine si dimena maliziosamente mentre poco più in la una bancarella vende vecchi vinili tra bandiere americane e ricordi rockettari. Del viso malinconico del Che neanche l'ombra. Si passeggia, si ascolta, si chiacchiera avvolti da nuvole di fumo che si sprigionano dalle graticole e contaminati dal profumo inconfondibile di salsiccia e piadina fritta, assolute prelibatezze per il palato da queste parti.

Devo essere a Ravenna per le ore 19. Non voglio assolutamente arrivare in ritardo a questo incontro che attendo da tempo ma come spesso capita devo fare i conti con una di quelle giornate vissute a ritmi incalzanti che finiscono sempre con l'allontanarmi dalle cose a cui tengo maggiormente. Cerco con affano di individuare le poche indicazioni presenti e quando credo di essermi definitivamente perso nella confusione ecco che appare un gentilissimo carabiniere che mi viene in soccorso aiutandomi a trovare il grande tendone bianco posto in fondo ad un largo spiazzo. Giungo così alla sala Aldo Moro che si rileverà ben presto un luogo troppo piccolo per accogliere una folla numerosa ed eterogenea di curiosi, nostalgici delle lotte proletarie, giovani studenti e politici piuttosto distratti. L'atmosfera è vibrante e carica di aspettative. La gente è assiepata ovunque. Mi alzo in punta di piedi per tentare di vedere qualcosa. Poi ecco finalmente comparire Pepe. Lo intravedo, è il "compagno Pepe". Bastano solo poche parole pronunciate con enfasi per scaldare l'ambiente: "Buenas noches amigos y compañeros!". Il silenzio dell'attesa si trasforma in un applauso assordante che travolge l'anziano combattente e zittisce per diversi minuti le ignare orchestrine di liscio. L'ex Presidente saluta sorridente esibendo il suo caratteristico look campesino: un'ampia camicia bianca, jeans arrotolati sulle caviglie e scarpe uruguagie semplici ma che “durano molto”. E' la divisa della semplicità. Il marchio di fabbrica di Pepe Mujica.


(foto Franco Di Crosta)

Dopo una breve e prosaica introduzione fatta dal segretario PD Maurizio Martina, l'illustre ospite inizia il suo intervento. Parlerà a braccio per circa una ora interrotto sovente da ovazioni e cori da stadio. Ha la voce impastata il vecchio Pepe, una voce molto profonda e carismatica. Sembra stanco, quasi affaticato nel dover interagire con tutto quell'entusiasmo e per il gran caldo sviluppatosi all'interno del tendone. Sembra stanco ma non lo è!  Nonostante i suoi 83 anni i suoi occhi profondi e la sua mente ribelle sono capaci ancora di spingersi oltre, puntando dritto verso il futuro. “Non sono qui per convincervi di qualcosa, sono qui per aiutarvi a pensare !”dice tanto per chiarire le cose...

Guadagno delle posizione e mi avvicino al palco approfttando del fatto che qualcuno si è già allontanato per il troppo caldo o perchè persuaso maggiormente dal profumo di tagliatelle ai porcini piuttosto che dall'utopia romantica di Pepe. Le sue parole attraggono come potenti calamite e costringono ad un silenzio meditativo. La traduzione è a tratti lacunosa e questo causa la perdita di alcuni passaggi significativi. Nonostante ciò pur essendoci pochi ospiti di lingua spagnola sotto il tendone l'ex presidente viene interrotto ripetutamente da entusiastici applausi prima ancora che le sue parole vengano tradotte. E' il linguaggio semplice, diretto e coinvolgente di Pepe. Un linguaggio che arriva dritto al cuore. Il suo non è un discorso banale nè sterilmente filosofico al contrario i concetti che esprime rappresentano una autentica lezione di vita impartita da chi è stato capace di vivere con coerenza, fino alle estreme conseguenze, il proprio pensiero. Un intervento quello di Pepe che ha abbracciato molte tematiche alimentato da una energia figlia di una esperienza umana solida e drammatica. Un discorso che non è mai scivolato in inutili autocelebrazioni.

Pepe Mujica ex Presidente dell'Uruguay aRacenna il 30/08/2018
(foto Franco Di Crosta)

Ho scoperto Mujica sui social dove è possibile trovare il racconto dettagliato della sua vita insieme ad una raccolta innumerevole di pillole di saggezza diventate ormai frasi di culto. Evitando di essere ripetitivo vorrei solo ricordare alcuni dati necessari per dare una giusta collocazione storica al personaggio: Mujica nasce a Montevideo, capitale dell'Uruguay, il 20 maggio del 1935. Nelle sue vene scorre sangue basco da parte del padre Demetrio e italiano da parte della madre Lucia Cordano i cui umili genitori erano originari di Favale di Malvaro in provincia di Genova. In gioventù Pepe fu un esponente di spicco dei Tupamaros (MLN Movimiento de Liberacion Nacional) un movimento di ispirazione marxista che negli anni sessanta-settanta si oppose al duro regime militare che governava il suo Paese d'origine. Erano gli anni dell'epopea del Che e della Rivoluzione Cubana, anni in cui una ventata di novità attraversò le coscenze di intere generazioni non solo in America Latina ma in tutto il Mondo. Anni di profondi cambiamenti sociali, sogni e utopie durante i quali per molti la lotta armata fu condiderata l'unica opzione in grado di sovvertire l'ordine imposto e capace di restituire dignità al ploretariato e alle classi sociali più povere. Anche Pepe indossò la divisa del combattente pagando la sua scelta politica e la sua temporanea sconfitta con molti anni di carcere, ben 13 tra il 1972 e il 1985, di cui quasi la totalità trascorsi in isolamento, torturato nel corpo e nello spirito. Pepe sopravvisse a quell'inferno ed oggi parla della durezza di quegli anni con animo sereno avendoli accettati, come lui stesso dice, come un lungo periodo di prova e riflessione che lo hanno plasmato trasformandolo in quell'uomo saggio, concreto, umile e carismatico che noi tutti apprezziamo. Tornato in libertà con la fine della dittatura militare ricoprì diverse e importanti cariche politiche per poi essere eletto Presidente dell'Uruguay nel novembre del 2009. Verrà conosciuto internazionalmente come il “Presidente Povero” per lo stile di vita sobrio che ha caratterizzato tutta  la sua carriera politica. Pepe sarà presidente dal 2010 al 2015 e per questo incarico beneficerà di uno stipendio mensile di circa 8500 euro di cui il 90% lo donerà in beneficienza ad organizzazioni non governative o a famiglie bisognose conservando per sé soltanto 800 euro da lui ritenuti congrui per una esistenza dignitosa. Rinunciò a vivere nel Palazzo Presidenziale rimanendo nella sua piccola fattoria ubicata Rincon del Cerro nella periferia di Montevideo. Non volle nessuna scorta per i suoi spostamenti. La sua immancabile guayabera (tipica camicia cubana) e il maggiolino Volksvagen con cui si spostava divennerero con il tempo il suo distintivo.

Pepe Mujica, il Presidente Povero a Ravena 30/08/2018
(foto di Franco Di Crosta)

Sono dell'opinione che invitare oggi Mujica ad un dibattito politico sia una scelta molto rischiosa, più o meno come lanciare in aria un boomerang sapendo che prima o poi tornerà indietro per colpirti. L'avergli chiesto poi una riflessione sul tema “Etica e politica” è stato ancora più azzardato.

Il suo linguaggio e il suo pensiero sono trasversali ed affascinano chiunque lo stia ad ascoltare. Pepe che si è sempre dichiarato ateo ha finito con il maturare una visione della vita profondamente cristiana. Se non avessi saputo chi fosse, dopo averlo ascoltato lo avrei probabilmente associato a quella schiera di religiosi che nella sua America Latina ispirarono la Teologia della Liberazzione e che in alcuni casi abbracciarono drammaticamente la lotta armata. Pepe non si può imbrigliare o catalogare. Per ovvie ragioni non lo si può definire uomo di destra ma non lo si può neppure consegnare, insieme al suo pensiero genuino, in mano a certi vuoti intellettuali sinistroidi di oggi.

Pepe ha detto tante cose che provo a riassumere nei passaggi più potenti.

Pepe Mujica e la Coerenza

“Bisogna avere coerenza, chiedere con chiarezza e fermezza alla nomenclatura che ci rappresenta che si modernizzi e ci modernizzi, che viva in modo chiaro, che non faccia politica per accumulare soldi e ricchezza, ma per servire il proprio popolo”.

“Alla lunga dovremo affrontare questa sfida: fare in modo di vivere come si pensa, altrimenti finiremo per pensare a come vivremo". E rivolgendosi con intensità alla platea in ascolto ha aggiunto: " Vivere coerentemente al proprio pensiero è qualcosa che non si può chiedere alla destra, dobbiamo chiederlo a noi stessi, dobbiamo chiederlo alla sinistra”.

Pepe Mujica al Festival del PD di Ravenna 30/08/2018
(foto Franco Di Crosta)

Pepe Mujica e l'illusione del capitalismo

“Il dio mercato richiede che noi compriamo e compriamo e che accumuliamo debiti che pagheremo per tutta la vita. Ci paghiamo in anticipo anche la sepoltura! Questo è il trionfo del consumismo, dei suoi valori che entrano nelle nostre case e nelle nostre menti in maniera subdola e ci avvolgono come una ragnatela da cui è molto difficile liberarsi. Si tratta di una cultura funzionale al sistema, ma che alla fine ci inganna”.

“Quando ero giovane pensavo che la sinistra dovesse lottare per il potere. Noi abbiamo combattuto per cambiare i rapporti di forza che regolavano la produzione e la distribuzione della ricchezza. Oggi che sono vecchio penso che il ruolo di quella che chiamavamo sinistra progressista stia nella lotta per la civilizzazione umana. Non si può cambiare un sistema senza cambiare la cultura che lo sostiene”.

Pepe Mujica e l'ecologia popolare

Mujica ha affrontato questo tema con particolare vigore. Lui molto legato alla terra e alla vita nei campi ci ha invitato a riflettere sul rischio che corriamo abusando continuamente della terra e dei suoi frutti.“La natura non produce rifiuti sono gli uomini a farlo … l'idea di ecologia deve essere diffusa e popolare e non un fatto intelettuale riservato a pochi... L’albero più alto misura 115 metri, quello più vecchio ha 4700 anni, ma se si diffonde la notizia che il Pil di un Paese è in calo sembra una tragedia! La crescita infinita in natura non esiste!”

“Tutto ha un limite ed anche l’accumulo della ricchezza dell’uomo deve averlo. Oggi siamo in 7 miliardi e mezzo sul pianeta. Tra 50 anni saremo 9 miliardi. Se pensiamo che l’economia mondiale negli ultimi 50 anni è cresciuta di 50 volte, per reggere al ritmo a cui la popolazione cresce, dovrebbe crescere di oltre 200 volte nei prossimi 50 anni. È idiota ed è stupido credere di poter vivere tutti come gli americani o i tedeschi, il mondo non resisterebbe a questi ritmi. Vi stanno mentendo, giovani!”.

Pepe Mujica a Ravenna il 30/08/2018 per il Festival dell'Unità
(foto Franco Di Crosta)

Pepe Mujica e l'uomo politico

La natura dell'uomo è quella di essere un politico questo perchè l'uomo vive nella società dove c'è bisogno di tutti. Quando si vive in una società complessa si creano inevitabilmente dei contrasti. Compito del politico è mitigare questi contrasti.

Proprio su questo tema il sudamericano ha incalzato in primis i politici e i rappresentanti della sinistra: "Le repubbliche democratiche sono state un grande passo avanti per l’umanità ma i rappresentanti del popolo devono vivere come la maggioranza dei loro concittadini e non come la minoranza". Mujica ha chiesto con enfasi di vivere la politica come idea di servizio agli altri e non come strumento di arricchimento personale, ambizione questa che è alla base di tanta corruzione. Lo spirito di servizio in particolare deve essere il tratto distintivo della sinistra nata per porsi in contrasto con la destra sin dai tempi della rivoluzione francese ma che in realtà esiste da sempre. "La sinistra è vecchia come l’Homo Sapiens e io mi sento vicino a tutti coloro che hanno cercato il progresso dell’umanità, da Epaminonda ai Gracchi, all’uomo Gesù Cristo".

Pepe Mujica e la sobrietà come modello di vita.

Questo è indubbamente il tema più amato da Mujica, il suo cavallo di battaglia...

Quando noi compriamo qualcosa non la paghiamo con i soldi ma con il tempo di vita che ci è costato guadagnarli. In nessun supermercato si vende vita", ha aggiunto l'ex presidente. "Per essere felici dobbiamo dedicare tempo ai nostri affetti e non diventare macchine per pagare conti. Cari compagni, queridos compañeros, ricordiamoci che il mondo non si fa cambiare facilmente, resiste. Ma il nostro compito è quello di inculcare nella gente la speranza che un giorno non si sa quando, forse nei prossimi 50 anni, avremo una civiltà migliore, che sarà come un “pan dulce”.

"La sobrietà va perciò vissuta come una  vera rivoluzione politica, come uno strumento di forza capace di attaccare al cuore il sistema e le illusioni che lo sostengono e lo alimentano. Sobrietà che non va intesa come apologia della povertà ma come intelligenza in grado di dar valore alle cose importanti della vita e agli affetti che sono le mogli, i mariti, i figli, gli amici e i compagni. La sobrietà è la capacità di vivere con quello che è necessario senza sprechi e questo ci aiuterà ad essere solidali con le generazioni che verranno. Bisogna lottare per un mondo migliore, che dia felicità alle persone e ciò che dà felicità non sono le cose, ma il tempo libero che dedichiamo alle persone”

Pepe Mujica, Festival dell'Unità 30/08/2018 a Ravenna
(foto di Franco Di Crosta)

Pepe Mujica e le domande che non ho potuto fargli.

Hermano Presidente buenas tardes!

Lei è diventato probabilmente a sua stessa insaputa una star del web dove i video con i discorsi da lei pronunciati spopolano come i video clip delle pop star internazionali. Le sue parole sgorgano da una fonte che è stata la sua vita stessa e sono una testimonianza feconda di cui tutti noi abbiamo bisogno. Lei è stato un guerrillero, ha combattuto per le sue idee e ha pagato per la sua coerenza un prezzo molto alto. La prigione, l'isolamento, la tortura fisica e quella più subdola, la tortura psicologica. Oggi continua a combattere una guerra per un cambio di cultura, contro il consumismo e la sete di potere di cui siamo tutti ammalati e che ha contagiato in modo particolare chi è chiamato a governarci allontanando progressivamente il popolo dalla “res pubblica”. Guardo al suo Continente e a ciò che è rimasto di quei giorni di lotta e di speranza, oggi sembra tutto spazzato via.

In Nicaragua il sandinista Ortega sta massacrando la sua gente con più di 400 persone assassinate negli ultimi mesi, disperati coinvolti in una protesta che ha lasciato indifferente il mondo intero; Maduro, il chavista, sandinista, bolivariano e guevariano presidente del Venezuela ha ridotto il suo ricchissimo Paese ad un cumulo di macerie e di morti; le accuse di corruzione che hanno investito Lula, il presidente sindacalista del Brasile e la signora Cristina Fernández de Kirchner peronista ed ex Presidente dell'Argentina hanno disilluso milioni di cittadini; poi ci sono le controverse figure dei fratelli Castro che nel bene o nel male sono al potere a Cuba da 60 anni; e per ultimo la Bolivia dove il presidente indio Evo Morales ex sindacalista dei cocaleros, i contadini produttori di coca e che tanto ha fatto in passato per il suo Paese ha modificato la Costituzione ponendo le condizioni per essere rieletto a vita e recentemente ha fatto costruire un nuovo palazzo del Governo in un grattacelo di 24 piani riservandosi una suite di più di mille metri quadrati, con tanto di jacuzzi e palestra. Questo solo per citare i casi più emblematici. E come non restare disiorientati se gettiamo lo sguardo su questo splendido Paese che ora la ospita, maestro internazionale di corruzione e promesse non mantenute, dove i colori e le ideologie sono scolorite e confuse a tal punto che la destra fa più cose di sinistra della sinistra stessa troppo intenta a combattersi internamente e sempre più lontana dai sentimenti della gente.

Hermano Presidente, la sete del potere tipico della cultura capitalista ha fatto si che i RIVOLUZIONARI DI SINISTRA TRADISSERO LA RIVOLUZIONE E LA RIVOLUZIONE TRADISSE IL SUO POPOLO.

Que opinas Presidente? Cosa pensa di tutto questo?

Chissà cosa mi avrebbe risposto il vecchio Pepe che conclude il suo intervento prescrivendoci la sua ricetta per la felicità: uscire dalla ragnatela in cui questa società ci ha imprigionato per dedicare più tempo agli effetti e alla bellezza del creato. Un discorso evangelico e francescano pronunciato da un guerillero, ateo e marxista. E' forse questa la novità?

Vado via senza aver ottenuto una risposta dal vecchio Pepe. Mi guardo intorno e ciò che accade vale più di mille parole. Non appena il compagno Mujica lascia il palco sommerso di foto e di applausi per lasciare lo spazio a Paolo Gentiloni gran parte dei presenti si è già allontanato preferendo meditare più in la le parole dell'anziano guerrigliero seduti forse ad un tavolo con un bicchiere di buon sangiovese e un piatto di cappelletti, insieme “agli affetti più importanti”.

Le parole vanno sorrette dalla vita. E' questo il messaggio di Pepe.

Gracias Presidente!

Scautismo e Pioneros a Cuba: cosa è cambiato in 100 anni di storia

14 ottobre 2019

Pioneros de Cuba
(Pioneros Moncadistas de Cuba - foto web)

L'8 di ottobre in occasione del 52° anniversario della morte di Che Guevara (la Higuera, Bolivia – 9 ottobre 1967) in distinte celebrazioni tenutesi in molte località di Cuba sono stati conferiti a circa 130 mila bambini del primer grado, l'equivalente alla nostra prima classe elementare, i pañuelos azzurri dei “Pioneros”. Ma chi sono questi piccoli soldatini? Per un vecchio scout come me è facile trovare molte affinità con gli ideali propri dello scoutismo pur restando allo stesso tempo notevoli differenze. In effetti l'Organizzazione dei Pioneri nasce a Cuba nel 1960 all'indomani del trionfo della Rivoluzione castrista proprio in sostituzione di quel Movimento Scout presente sull'isola caraibica fin dal 1914 e che dal 1927 era membro a tutti gli effetti della Organizzazione Mondiale del Movimento Scout.

Organizzazione dei Pionieri di Cuba
(foto web)

La Organización de Pioneros José Martí (OPJM) è per definizione una organizzazione giovanile rivolta ai ragazzi nell'età compresa fra i 6 e i 14-15 anni e che ha come suoi intenti quello di promuovere l'interesse per lo studio, l'amore per la Patria, la fraternità internazionale, la vità all'aria aperta attraverso diverse attività sportive, ricreative e culturali, la solidarietà e la mutua assistenza tra i vari componenti, il rispetto e la protezione della natura e non da meno l'educazione ai valori morali, patriottici e ai principi del comunismo: il motto di questa organizzazione è appunto “Pioneros por el Comunismo, seremos como el Che”. Anche la conoscenza della storia del proprio paese riveste una importanza fondamentale. Infatti molte attività vengono svolte nei luoghi simbolo della storia di Cuba. Tra queste sicuramente la più importante è l'ascesa al Pico Turquino, la montagna più alta di Cuba, che si trova nella Sierra Maestra, nella parte orientale dell'isola, e che fu teatro della guerra di rivolta contro il regime di Batista. Questo percorso viene ripetuto come rituale al termine di ogni ciclo di studio. Un'altra organizzazione giovanile presente sull'isola è la Organización de Estudiantes de la Enseñanza Media y la Federación Universitaria che opera attraverso circoli culturali e con un interesse specifico verso il naturalismo, la speleologia e l'amore per la montagna.

Pioneros de Cuba: la cerimonia della pañoleta
(la cerimonia della pañoleta - foto web)

Qui di seguito ecco quelli che sono i principi fondamentali della OPJM Organizacion de Pioneros José Martì che va dal primo al nono grado (elementari e medie) della istruzione scolastica cubana.   E' evidente come si sia attinto molto dalle regole su cui si basa lo scautismo:

  • La formazione dei pioneros come futuri uomini e donne che continueranno la missione della Rivoluzione.

  • La promozione dell'interesse allo studio, al senso di responsabilità sociale e all'amore verso la Patria.

  • Lo sviluppo nei bambini dell'attitudine al lavoro.

  • Il sostegno all'amore verso i martiri e gli eroi della Patria e la conoscenza dei fatti principali della storia di Cuba.

  • La promozione di attività sportive, culturali e ricreative.

  • L'educazione ai valori e alle qualità morali nei bambini.                                                          In questo contesto grande risalto ha la:

  • La Cerimonia della Pañoleta(il fazzolettone)
    Questo pezzo di stoffa triangolare è il simbolo fondamentale dell'appartenenza dei pioneros all'organizzazione. I tre vertici significano: studio, lavoro e difesa della rivoluzione.
    I pioneros “Moncadistas”, i più piccoli, utilizzano una pañoleta azzurra che richiama al colore del cielo della Patria mentre i pioneros “José Martí” ne indossano una di colore rosso come il colore del sangue degli eroi. Il passaggio tra i due fazzolettoni avviene al raggiungimento del terzo grado di istruzione ogni 14 di giugno e si celebra con una cerimonia carica di simboli dove i bambini che passano al quarto grado ricevono la pañoleta direttamente dalle mani dei genitori, dai nonni, dai maestri o dai compagni di scuola che sono già al sesto grado. Con il passaggio del testimone si garantisce continuità ai principi dell'organizzazione.

  • I Pionero di Cuba e la cerimonia della consegna  del fazzolettone
    ( il passaggio al fazzolettone rosso- foto web)

Riassumo infine un breve tratto della storia dello scautismo a Cuba.

Scout di Cuba
(Il giglio degli Scout di Cuba - foto web)

L'Asociación de Scouts de Cuba (ASC) è stata presente sull'isola dal 1927 al 1961. Lo Scoutismo iniziò a dire il vero già nel 1914 ma solo un decennio dopo nel 1927 l'ASC fu riconosciuta internazionalmente diventando di diritto membro dell'Organizzazione Mondiale del Movimento Scout (WOSM). Alla fine degli anni 1950 l'associazione contava circa 6.500 membri.

Boy Scout en Cuba
(Effigi Scout di Cuba - foto web)
Fibia cintura Scout  di Cuba
(Fibia della cintura Scout di Cuba - foto web)

Cuba è oggi uno dei soli 5 paesi al mondo dove non è presente lo scoutismo. Gli altri sono: Città del Vaticano per le sue piccole dimensioni, Corea del Nord, Andorra, e Laos. Lo scoutismo nasce quando il generale ed eroe nazionale inglese Robert Baden Powel organizzò un campo nell'isola di Brownsea (nel porto di Poole, Dorset, sulla Manica) a cui parteciparono 21 ragazzi provenienti da diverse città e da diverse classi sociali. Il primo di agosto del 1907, data di inizio del campo, è considerata la data di origine del Movimento Scout che attualmente è presente in più di 200 nazioni con più di 50 milioni di iscritti raggruppati in diverse organizzazioni confessionali e non.

Associazione Scout di Cuba
(foto web)

Come già detto lo scautismo nasce a Cuba nel 1914 sotto l'egidia del Boy Scout of America e il 22 giugno del 1927 viene fondata con decreto presidenziale l' Asociación de Scouts de Cuba.Nellostesso anno l'ASC diventeràmembrodella Organizzazione Mondiale del Movimento Scout. Nel 1941 si organizzò il primo campo nazionale all'Avana, mentre il secondo si tenne nel 1948 a Cayo Conuco, Caibarien, ed il terzo nel 1954 a Wajay in occasione del 40° dello scautismo a Cuba.

Francobollo commemorativo Scout di Cuba
(foto web)
Francobollo commemorativo di Baden Powell fondatore degli Scout
(Cuba, francobollo commemorativo di Lord Baden Powell fondatore degli Scouts - foto web)

Nel 1956, sotto la guida di Serafin Garcia Menocal presidente del Consejo Nacional Scouts de Cuba (Consiglio Nazionale), gli scout acquistarono un terreno a Mayabeque, lungo il fiume omonimo nei pressi di Catalina de Guines a 50 km dalla capitale, spazio che verrà utilizzato come Campo Escuela Nacionalper la formazione e l'addestramento degli educatori scout. Il campo fu poi abbandonato nel 1961 in seguito allo scioglimento dell'associazione e attualmente è ricoperto dalle acque della diga di Mamposton.

Scouts de Cuba nel 1956
(Scouts Cubani nel 1956 - foto web)

Nei primi mesi del 1959 i rivoluzionari chiesero la collaborazione degli scout per la gestione di diversi servizi di interesse pubblico tra cui la direzione del traffico (la polizia di Batista si era dissolta), la raccolta e distribuzione di cibo, l'assistenza negli ospedali e l'organizzazione di centri di pronto soccorso. Poi lo scioglimento dell'Associazione e la nascita dei Pioneros. Leggo sui social che attualmente c'è un piccolo gruppo di scout nella sola città di Santiago. Che siano i primi passi per una nuova rinascita?

Scout a Cuba nel 1959 prima dello scioglimento dell'associazione
(Sagua la Grande, Villa Clara 1959. Ultimo raduno dei capi Scout prima dello scioglimento dell'Associazione - foto web)
Cuba 1959, Sagua la Grande, l'ultimo raduno dei capi Scout
(Sagua la Grande, 1959. Una pattuglia di Scouts all'ultimo raduno - foto web)

La Legge Scout, versione originale di Baden Powell

«1. Lo scout pone il suo onore nel meritare fiducia.
2. Lo Scout è fedele: al Re, alla Patria, ai suoi Capi, ai suoi genitori, ai suoi datori di lavoro e ai suoi sottoposti.
3. Il dovere di uno Scout è di essere utile e aiutare gli altri.
4. Lo Scout è amico di tutti e fratello di ogni altro Scout, a prescindere dalla classe sociale di appartenenza.
5. Lo Scout è cortese.
6. Lo Scout è amico della natura.
7. Lo Scout ubbidisce agli ordini dei suoi genitori, del Capo Pattuglia o del suo Capo senza replicare.
8. Lo Scout sorride e fischietta in tutte le difficoltà.
9. Lo Scout è economo.
10. Lo Scout è pulito nel pensiero, nella parola e nell'azione.»

La legge Scout dell'AGESCI (Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani)

  • pongono il loro onore nel meritare fiducia

  • sono leali

  • si rendono utili e aiutano gli altri

  • sono amici di tutti e fratelli di ogni altra Guida e Scout

  • sono cortesi

  • amano e rispettano la natura

  • sanno obbedire

  • sorridono e cantano anche nelle difficoltà

  • sono laboriosi ed economi

  • sono puri di pensieri, parole ed azioni         

  •         

    Stemmi scout di Cuba anni '40
    (Stemmi Scout cubani anni'40 - foto web)

                                                                                                                     

Un gradito omaggio a "Mambo Tango"

29 ottobre 2017

Romè, pannello in ceramica dell'artista Silvia Pedaci
("Romè" - foto Franco Di Costa)

Il  27, 28, 29 e 30 ottobre si è svolta presso i padiglioni della Fiera di Cesena la ventunesima edizione della mostra mercato "Arte moderna e contemporanea", una importante rassegna alla quale hanno partecipato artisti nazionali ed internazionali. Tra questi l'amica Silvia Pedaci che ha esposto una serie di opere in ceramica tra cui ha trovato posto "Romè", realizzata dall'artista ispirandosi al romanzo "Mambo Tango. Nuovi ritmi del cuore sulle strade di Cuba".

L'artista Silvia Pedaci con la sua opera
(L'artista Silvia Pedaci - foto Franco Di Crosta)

Una graditissima sorpresa, un grande regalo!

21^ ediz. di Arte Moderna e Contemporanea, stans dell'artista Silvia Pedaci
(Stand F32, Silvia Pedaci - foto Franco di Crosta)
21^ ediz. di Arte Moderna e Contemporanea, opera dell'artista Silv
(Boogie Woogie, Silvia Pedaci - foto Franco Di Crosta)
21^ ediz. di Arte Moderna e Contemporanea, artista Silv
(Fiori, Silvia Pedaci - foto Franco Di Crosta)
21^ ediz. di Arte Moderna e Contemporanea, stand dell'artista Silv
(Stand F32, Silvia Pedaci - foto Franco Di Crosta)
21^ ediz. di Arte Moderna e Contemporanea, opere in ceramica  dell'artista Silv
(Stand F32, Silvia Pedaci - foto Franco Di Crosta)
Trovate tutto su Silvia Pedaci clikkando questo link
http://silviaceramike.altervista.org/