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Rivoluzione cubana,

"Una notte di 12 anni" un film che squarcia il buio delle coscenze

19 gennaio 2019

Una notte di 12 anni, film 2018
(la locandina del film - foto web)

 

Ho sempre amato il cinema sin da quando ero piccolo. Quanti ricordi riaffiorano improvvisamente! Rivedo ancora quell'anziana signora con il fazzoletto sulla testa e la mani callose che vendeva ceci abbrustoliti e semi di zucca all'esterno di quella sala che presto si sarebbe riempita di fumo che pizzicava gli occhi e impuzzoliva i vestiti. E quella fila per comprare i ghiaccioli a 45 lire che sciogliendosi appiccicavano le dita ancora indecise sul da farsi in quelle ultime fine che delimitavano il confine tra la fanciullezza e la pubertà. In estate poi si aspettava il sabato sera per andare all'Arena seduti su quelle scomode sedie in legno tra zanzare e pipistrelli che svolazzavano sulla testa, l'intervallo per fare pipi e comprare le liquerizie dolci. Che nostalgia! Poi la tecnologia ha trasferito il grande schermo in casa e quella magia è svanita tra vhs, dvd e tv a pagamento. La pigrizia e il divano hanno fatto il resto. Così è trascorso un sacco di tempo dall'ultima volta in cui andai al cinema. Quel giorno vidi “La Passione di Cristo” di Mel Gibson, un film a tratti spaventoso e difficile da reggere emotivamente. Era il 2004, accidenti quindici anni fa...

Sarà stato un caso ma il mio ritorno in sala coincide con la visione di un altro film pazzesco, pietrificante, carico di dolore ma anche di speranza: “Una notte di dodici anni”.

Scorrono i minuti e il susseguirsi delle scene mi riportano in dietro mel tempo. Mi sembra di assistere al terzo tempo del film di Gibson. Rivivo nuovamente in assenza di ossigeno il dramma e la crudeltà di quella Passione che sembra non aver fine: duemila anni dopo, quindici, dodici anni … numeri in cui un tempo rarefratto ci consegna una realtà in cui nulla sembra cambiato se non la follia dell'uomo e la sua straordinaria capacità di fare a pezzi i propri simili.

In “Una notte di dodici anni” il regista uruguaiano Álvaro Brechner, che ha scritto anche la sceneggiatura, racconta l'esperienza drammatica di tre giovani leaders Tupamaros, una organizzazione clandestina che, ispirandosi al movimento rivoluzionario cubano “26 Luglio” guidato da Che Guevara e Castro, tentò di opporsi ad un terribile regime militare che si instaurò in Uruguay nei primi anni del 1970. Sconfitti, feriti e catturati i tre vennero sottoposti ad una detenzione spaventosa, fatta di torture fisiche e psicologiche, di vessazioni e umiliazioni, di isolamento, buio e fame in un continuo peregrinare tra carceri orribili, caverne e silos. Il regime decise di non eliminarli ma li mantenne sadicamente in vita incappucciati e ammanettati per mesi interi per condurli lentamente alla pazzia o per essere utilizzati come ostaggi per frenare ogni velleità di chi tentava di opporsi alla sanguinaria dittatura militare. E' un film crudele intriso di sequenze violente che si avvalgono di una fotografia strepitosa e spesso indigesta che spinge lo spettatore a desiderare che i protagonisti vengano assassinati il prima possibile per porre fine al loro insopportabile supplizio. Una moderna Via Crucis che cattura emotivamente lo spettatore e in cui la morte sembra l'unica via d'uscita da quello strazio.

Una notte di 12 anni, film 2018
(dal film, la prigionia di Pepe Mujica - foto web)

La grandezza di questo film sta però nel fatto che non si limita a spettacolizzare la crudeltà umana e la sofferenza ma nel mettere in risalto attraverso una sapiente sceneggiatura la straordinaria capacità dell'uomo di resistere a situazioni estreme afferrandosi a tutto ciò che può tenerlo in vita: i rari frammenti di umanità, i ricordi, le pagine luride di vecchi giornali, le notizie rubate dalle radio dei carcerieri. Un film in cui la speranza non viene mai sconfitta e capace di regalare persino scene comiche. Stando comodamente a sedere si desidera la luce, uno squarcio di sole, il verde di un paesaggio, un bicchere di acqua fresca.

Un supplizio durato dodici anni. Dodici anni, 4383 giorni, come si può resistere così tanto? Non è logico.

50 anni senza il "Che"

Ernesto Che Guevara
(Ernesto Che Guevara - foto web)
10 ottobre 2017

Il 9 ottobre del 1967 a la Higuera, un angolo remoto della Bolivia, si concludeva la vicenda umana di Ernesto Guevara, detto "El Che". Medico, scrittore, guerrigliero, poeta e scrittore, maestro, ministro, fotografo. Amato e idolatrato, autentica icona dell'Uomo Nuovo per diverse generazioni. Mistificato, mercanteggiato, divenuto a sua insaputa un target, un oggetto da colezione, una bandiera da sventolare negli stadi di calcio, nei cortei studenteschi, negli scioperi dei sindacati. Gli sono state dedicate decine di canzoni, centinaia di libri, films, dibattiti, murales. Considerato un santo laico da molti mentre per altri è stato solo un avventuriero, un megalomane, un assassino senza scrupoli. Il Che ha bruciato i suoi 39 anni con una smania irrefrenabile di cambiare il mondo come se sapesse da sempre che il tempo a sua disposizione sarebbe stato molto breve. Ha dato forma e sostanza ad una passione politica incarnando la forza dell'utopia socialista. Ha vissuto la gloria delle conquiste rivoluzionarie e l'amarezza di tragiche sconfitte, come la desolante esperienza del Congo e l'umiliazione umana e militare in Bolivia. E' stato padre premuroso seppur fugacemente; ha amato e sedotto e più volte ha dovuto bere il veleno del tradimento. Non era nato per appoggiare i gomiti su lucide scrivanie, ma per cambiare, sovvertire le regole, demolire le strutture.

Cosa resta del Che oggi?

La sua vita continua a diviedre, a lacerare, a creare conflitti mentre la sua immagine eternamente giovane resiste alla inclemenza del tempo e alla deriva pantanosa in cui spesso sprofonda chi detiene il potere. Ernesto non è mai morto, si è solo allontanato dal mondo reale per trasformarsi in pensiero ed ancora oggi la sua storia crea disagio, scandalo, inquietudine, turbamento. Indipendentemente  dalla chiave di lettura che si vuole dare alla sua vita la sua breve esistenza ci interroga ancora, tra nostalgie rivoluzionarie e rigurgiti reazionari.

El Che continuerà ad essere amato ed odiato come si fa con tutto ciò che ci sembra inarrivabile.

9 giorni di lutto per Fidel. Cuba attonita sospende la vita.

27 novembre 2016

) giorni di lutto per la morte di Fidel. Cuba piange il suo Comandante
(foto web)

Il Consiglio di Stato di Cuba ha decretato nove giorni di lutto nazionale in seguito alla morte di Fidel Castro, deceduto nella notte del 25 novembre u.s. Le giornate di lutto proseguiranno fino al 4 dicembre, quando sarà celebrato il funerale nel cimitero di Santa Ifigenia a Santiago di Cuba. In questi giorni di lutto “tutte le attività e gli eventi pubblici saranno sospesi. La bandiera nazionale sarà a mezz’asta sugli edifici pubblici e militari”. Questo è quanto riporta il sito Granma.cu.

Sono stati sospesi tutti gli spettacoli e i concerti, tra cui quello attesissimo del tenore Placido Domingo, la vendita di alcol ed è stato ridotto l'orario di apertura dei paladar.

Dopo la veglia che si terrà lunedì e martedì prossimi, i resti dell’ex presidente cubano verranno trasferiti dall’Avana a Santiago di Cuba attraverso un percorso funebre di quattro giorni che si snoderà lungo i 900 chilometri che separano le due città poste a nordovest e sud est dell'isola. Lo stesso percorso compiuto nel gennaio del 1959 dall'Ejercito Rebelde all'indomani della caduta di Batista e che lo stesso Castro guidò da Santiago verso l'Avana e che è ricordato con il nome di Carovana della Libertà. In questi giorni il popolo cubano sarà invitato in varie città a firmare un giuramento di lealtà alla Rivoluzione.

Martedì 29 novembre ci sarà l'ultimo saluto dell'Avana al suo Comandante con una cerimonia che si terrà nella Plaza de la Revolución. Il corteo proseguirà poi verso Santiago dove è prevista un'altra grande cerimonia collettiva. Il 4 dicembre, alle 7 del mattino, le ceneri di Fidel Castro saranno inumate nel cimitero di Santa Ifigenia.

A proposito di rivoluzioni e controrivoluzioni ...

Cuba. Las damas de blanco oppositrici del Regime di Castro
(Las Damas de Blanco - foto web)

Cari amici lettori, questa volta provo a gettare un pò di legna sul fuoco prendendo spunto da un argomento di attualità. Si è da poco festeggiato, confondendo entusiasmo e malumori, il 57° Anniversario del Trionfo della Rivoluzione castrista. Giornate dense di manifestazioni patriottiche in terra cubana e sfiorate da qualche ricordo sbiadito nel resto del mondo nelle menti di vecchi nostalgici di quegli anni ricchi di effervescenza politica ed  intrisi di utopia e romanticismo. Sono state anche giornate di livore e di astio (che sarebbe meglio definire odio) espresse spesso con toni violenti da parte di coloro che non si identificano nell'esperienza rivoluzionaria e che anzi vedono in essa l'origine di tutti i mali che affliggono l'isola, dall'arretratezza economica allo svilimento di una società che considerano impoverita nei suoi valori primari. Parliamoci chiaro: questo è un problema tra cubani, tra chi si schiera ostinatamente con Fidel e chi contro. Al resto del mondo questa diatriba non interessa granché. I social network sono pieni di dichiarazioni al vetriolo ma bisogna riconoscere che questi sono utilizzati quasi esclusivamente da chi vive fuori dall'isola, sopratutto nella vicina Florida, per cui manca un minimo di contradittorio. Proviamo a vedere se su questo blog possa nascere qualcosa di stuzzicante e costruttivo e che sappia allo stesso tempo conservare una certa oggettività.

Avana, Cuba. Sostenitori di Fidel sfilano per il 1° Maggio
(Sostenitori di Castro - foto web)

Non nascondo la mia simpatia per l'esperienza rivoluzionaria cubana che, e per far questo basta conoscere un poco della storia di Cuba, fu sostenuta da un appoggio popolare senza precedenti che riconobbe nei leaders della rivoluzione, Fidel Castro e Che Guevara su tutti, gli eroi che avrebbero liberato una popolazione intera da una dittatura sanguinaria e corrotta come fu quella di Fulgencio Batista. In questi quasi sessantanni di esperienza rivoluzionaria molti principi che la guidarono e ispirarono sono spesso caduti in contraddizione. Alcune promesse sono state disattese e l'apparato socialista si è arenato negli  stessi errori compiuti dalla precedente dittatura. La diaspora del popolo cubano è un dramma ed una ferita aperta che sanguina sotto gli occhi di tutti e l'esodo continuo di cittadini cubani in fuga dai propri incubi è il volto tragico di un'isola che attira e respinge con la stessa veemenza. Gli oppositori del regime e le Damas de Blanco denunciano quotidianamente l'esistenza di carceri colme di prigionieri politici e la storia di Cuba di questi decenni è passata anche attraverso discriminazioni, violenze e morti sospette. Sono convinto però che per leggere obiettivamente la vicenda cubana sia necessario collocare l'isola caraibica nel suo preciso contesto storico e geografico. Cuba fluttua nel mare come un ponte galleggiante tra il Nuovo ed il Vecchio Mondo e proprio a causa di questa sua posizione strategica è stata nel corso dei secoli meta ambita di conquistadores, pirati e moderni colonizzatori. Cuba nella sua turbolenta storia è stata contaminata da popoli e razze diverse cosicchè l'apetto che la caratterizza è la sua tipica natura meticcia, originata dalla fusione della cultura europea, asiatica e quella africana. Una natura complessa, agitata, irrequieta e sensuale diifficile da addomesticare e sgorgata dal sangue degli schiavi africani e da quello di avventurieri senza scrupoli, galeotti, disperati e da un manipolo di religiosi. La storia moderna di tutto il Centro e Sud America è abbastanza recente e dopo più di 300 anni di occupazione spagnola e portoghese in cui tutto è rimasto sospeso, ha trovato una sua originalità solo a partire dalla fine dell'ottocento con i vari moti indipendisti, la rivoluzione messicana e la strenua lotta di liberazone cubana nei confronti della monarchia spagnola. Una terra-continente inquieta, violenta e passionale che è stata teatro in quest'ultimi decenni di storia delle dittature sanguinarie dell'Argentina e del Cile, dei massacri del Nicaragua e del El Salvador. Una terra ferita dalla guerra civile infinita in Colombia tra le Farc e le forze governative, da quella di potere scatenata dai narcotrafficanti nello splendido Messico, dal bagno di sangue di cui si sono resi protagonisti i guerriglieri di Sendero Luminoso e Tupac Amaru in Perù, dai continui colpi di stato nella ricca ed impoverita Venezuela, che ha visto migliaia di desaparecidos vittime delle dittature militari in Uruguay e Paraguay e persino in Brasile e nella vicina Repubblica Dominicana ed Haiti. In questo contesto disgregato e violento i fratelli Castro con le buone e (spesso) con le cattive hanno garantito a Cuba una stabilità politica e sociale, dandole persino uno spessore internazionale ponendo l'isola come modello guida per i paesi più poveri del Terzo e Quarto mondo. A Cuba c'è povertà ma non miseria. L'alfabetizzazione è diffusa ed è stata la più grande conquista dei barbudos così come la sanità accessibile a tutti che ha portato Cuba ad avere un tasso di mortalità infantile uguale o inferiore a moltie nazioni del mondo occidentale. Cuba non ha conosciuto il dramma dei paesi africani, le sanguinose guerre tribali, le carestie e le epidemie. Non conosce le violenze del medio oriente, i fanatismi religiosi ed il terrorismo l'ha appena sfiorata. Non ha attraversato l'inferno delle dittature cannibali dei balcani, non ha vissuto i massacri dei popoli slavi, le guerre fratricide dei paesi del vecchio blocco socialista. All contrario ha fatto conoscere al mondo la sua straripante bellezza, la musica, la letteratura, la danza e una finezza ricercata e mai banale nell'arte cinematografica. Si è espressa a livelli altissimi in campo sportivo forgiando generazioni di grandissimi campioni. Negare questo è negare che l'Isola sia bagnata dal mare! Cuba ha enormi problemi, ha un'apparato burocratico spaventosamente paralizzante. Ci sono forme di abuso e corruzione e una classe manageriale acerba ed impreparata, ma è un mondo che a modo suo va avanti, con ritmi diversi dai nostri e non per questo necessariamente peggiori. L'errore storico che attribuisco ai Castro è l'essersi gettati tra le braccia della Unione Sovietica (scelta peraltro obbligata e forse rifiutata da Guevara, visto l'assedio nord americano), a cui del popolo cubano non è mai interessato nulla, ne del suo sviluppo economico ne della sua crescita sociale ed umana. L'isola era in affitto, permutata con la presenza militare sovietica ed occupata da missili puntati dritti nel culo degli USA. In cambio riceveva di tutto: dagli alimenti, ai beni di consumo, dalla tecnologie ai tecnici, dalle medicine ai mezzi di trasporto. Paralizzata nella cultura dello zucchero e del tabacco Cuba si è come fossilizzata e quando nel 1988 il gigante sovietico si è dissolto l'isola si è trovata in ginocchio, incapace di provvedere alla sua stessa sopravvivenza. Furono gli anni del periodo special dove mancava di tutto e il dono di un sapone, di una penna  o di un pò di carta igienica equivaleva al più ricco dei regali. L'isola si è però risollevata. Non ha mai perso un nutrito gruppo di "amici" che l'hanno sostenuta ed indirizzata verso un cambiamento che pur lentamente è in atto. I vecchi padroni di un tempo, gli spagnoli scacciati a fucililate, non hanno mai abbandonato la vecchia colonia e la Chiesa Cattolica, con la quale non si sono mai rotti i rapporti nonostante situazioni di  pericolosa criticità, è divenuta nella figura dei Pontefici Karol, Benedetto e Francesco non solo sostegno spirituale ma anche garante di un nuovo corso che apporterà sicuramente benefici a tutta la struttura sociale. Cuba vive ed è viva. Un pò assonnata questo si. Per assurdo che possa sembrare credo che  i Castro abbiano regalato all'isola quasi 60 di paradiso artificiale durante i quali i cubani per vivere hanno dovuto fare veramente il minimo indispensabile. Certo tra privazioni e malcontenti, ma anche con ampi spazi di svago, forse di noia controllata, ma così lontano dalla vita ossessiva e stressante del mondo occidentale. I cubani sono per loro stessa ammissione campioni al mondo nella specialità del non far niente e la controprova è la difficoltà con cui si adattano alla vita dei paesi che hanno raggiunto in cerca di nuove opportunità. In molti sono partiti, molti altri sono nati all'estero e quello che portano nel cuore è solo il ricordo nei racconti dei genitori o dei nonni. Eppure Cuba è una ossessione ed ogni occasione è buona per ricostruire un angolo di quel paradiso perduto. Una tavola apparecchiata con riso bianco e banane fritte, un cuba libre o un ritmo di conga da ballare. Molti di quelli che hanno attraversato l'abisso tornerebbero volentieri in dietro. La nostalgia della quiete, della semplicità di una vita che sembra assopita ma che vive di violente passioni, gli amori liberi e spregiudicati, le ore trascorse a non far nulla... Chi ha visto solo il sole non è abituato a convivere con l'oscurità. Questa spaventa e disorienta. Cuba cambia e cambierà. Certo faccio fatica a immaginare 12 milioni di cubani recarsi al lavoro per 40 anni e più, obbligati a fare cose che non comprendono e non accettano. Se Dio vorrà, vorrei trovarmi fra trentanni o quaranta con un mio coetaneo cubano a raccontarci le nostre vite e su cosa abbiamo misurato il tempo e la felicità. So già chi sarà il vincitore. Le mie sono opinioni, semplici opinioni. Le condivido non sperando di ottenere facili consensi. La libertà in fondo è (anche) questa.

2 Febbraio, 2016

A vent'anni dal ritrovamento dei resti del Che in Bolivia. Il mito resiste nonostante tutto.

«…non perchè ti brucino,/ perché
ti dissimulino sotto la terra,/ perchè ti nascondano/
in cimiteri, boschi, deserti,/ riusciranno
ad impedire che ti si incontri,/ Che
Comandante, amico. /Sei in ogni parte,/
vivo come non ti volevano».   (Nicolas Guillen, poeta cubano)

9 ottobre 1967 Che Guevara viene ucciso in Bolivia
(Il corpo del Che viene esposto ai fotografi, 9 ottobre 1967 - foto web)


                                         

 Villa Clara.- « Era  stata realizzata una vera prodezza della scienza cubana, quando il 12 luglio del 1997 giunsero a Cuba i resti del "Guerillero Heroico" e di altri quattro compagni morti con lui», ha detto il dottor Jorge González Pérez, che ebbe la responsabilità di guidare i lavori di ricerca, scoperta e identificazione dei guerriglieri che combatterono insieme al Che in Bolivia.
L’opera è stata frutto di un’esemplare integrazione tra l’investigazione storica, la sociologia e altre scienze sociali, oltre all’importante contributo di altre discipline tecniche come la geologia, la geodesia, la geochimica e la cartografia, ed anche dell’informatica, botanica, edafologia, geofisica  e medicina legale, includendo le più moderne tecniche molecolari e dell’’antropologia fisica, senza le quali sarebbe stata impossibile la riuscita della missione.
Granma ha incontrato a Villa Clara i dottori  González Pérez e María del Carmen Ariet García, protagonisti eccezionali di quell’impegno, che hanno partecipato al colloquio organizzato dal Complesso monumentale Ernesto Che Guevara: Il ritorno del Che e dei suoi compagni 20 anni dopo,  per ricordare i passaggi di quell’epopea.  
Granma: Quando iniziò il processo di ricerca?

Ricerca dei resti del Che e dei suoi compagni in Bolivia. Vista generale degli scavi a Valle Grande. Foto:Archivo web

• «I primi passi di Cuba per incontrare e rimpatriare i resti del Guerrigliero Eroico cominciarono da quando giunse la notizia della sua morte», ha risposto il dottor Jorge González. Nel paese c’è il precetto inculcato da Fidel di non abbandonare mai i suoi figli. Lì c’è il caso di Roberto Roque, un ribelle della spedizione del Granma  che cadde in acqua e sino a quando non lo incontrarono non continuarono la traversata. Più recente “L’operazione Tributo”, con la quale sono stati riportati dall’Africa e da altre regioni del mondo più di 2000 combattenti cubani.
Granma: Indubbiamente il 1995 fu un anno decisivo che segnò un punto nell’evoluzione del processo. Perchè?
• «Quell’anno fu rivelata un’importante dichiarazione del generale ritirato boliviano Mario Vargas Salina – ha spiegato  María del Carmen Ariet– che aveva comandato l’imboscata di Vado del Yeso e che assicurò in un’intervista al reporter nordamericano Jon Lee Anderson, che il Che era sepolto a Vallegrande».
«In quel momento fu creata una commissione di lavoro presieduta dal Generale d’Esercito Raúl Castro, allora secondo segretario del Comitato Centrale del Partito e da un gruppo esecutivo guidato dal Comandante della Rivoluzione Ramiro Valdés, incaricato di coordinare il compito di ricerca, esumazione e identificazione. Allora la notizia pubblicata nel The New York Times da Lee Anderson fu la chiave dell’inizio della ricerca».
«Non si può togliere il merito a quel giornalista», segnala la dottoressa  Ariet García. «Il fatto che si pubblicasse in un giornale tanto importante, firmato da un professionista come lui, era decisivo. Pensa che in seguito alla notizia tre giorni e mezzo dopo, nel mezzo di una grande tumulto internazionale, il presidente boliviano Gonzalo Sánchez de Lozada firmò un decreto mediante il quale autorizzava la verifica di quell’informazione e che, se fosse stata vera, i resti sarebbero stati consegnati ai familiari. La ricerca si rese necessaria perchè il generale Vargas Salina non seppe precisare il luogo esatto del seppellimento e si realizzò alla presenza degli specialisti cubani.
«In quel modo si smentivano le tante versioni ufficiali circa il  luogo dove si potessero trovare i resti del Che. Alcune assicuravano che il cadavere era stato cremato e le ceneri lanciate da un aereo sulla selva; altre che i resti  del Comandante si trovavano nella caserma della CIA a Langley, in Virginia o in una base militare degli Stati Uniti a Panama, tra le varie menzogne».

Le aree da investigare furono la pista, i terreni vicini , la discarica e il cimitero. Foto: Archivo web

«Vale la pena chiarire che sin da subito si sapeva che il Che poteva essere stato sepolto in quel luogo e che alcuni giorni prima di conoscere l’informazione del The New York Times, anche un giornale boliviano, La Razón, aveva pubblicato la stessa versione».
Granma: Ma allora perchè la ricerca non era cominciata prima?
«Non bisogna dimenticare che si si trovava in un contesto molto differente, aggiunge la dottoressa, in presenza di governi ostili a Cuba e in una situazione internazionale molto complessa. Senza l’autorizzazione del Governo della Bolivia non si poteva fare niente. Un esempio di questo fu che il governo di Jaime Paz Zamora impedì nel 1989  che gli scienziati cubani entrassero in territorio boliviano per cercare i resti del Che».
Granma: Come vi siete uniti a quella spedizione scientifica?
« Quella mattina di novembre del 1995 io andavo a lavorare quando sentii nel programma Haciendo Radio, di Rebelde, la notizia diffusa dal The New York Times secondo la quale il Che era sepolto a Vallegrande – racconta Jorge González.
Poco dopo mi chiamarono per telefono dal Ministero di Salute Pubblica per dirmi che dovevo restare in un posto determinato perchè un dirigente della Rivoluzione voleva parlare con me. Nel tragitto feci mille congetture, perchè sospettavo che si trattasse di qualcosa relazionato al Che.
Effettivamente era Ramiro Valdés che mi affidò la nota missione e mi diede tre giorni per preparare tutto. Nel dicembre del 1995 io ero già in Bolivia».
«Io ero in Argentina, ricorda María del Carmen Ariet, e fui chiamata immediatamente perchè mi unissi al gruppo e guidassi l’investigazione storica, che rientrava tra i vari compiti che si dovevano eseguire».
Granma : Quali furono i momenti più difficili del processo che precedette il ritrovamento e l’identificazione dei resti?
«In principio fu tutto molto complicato. Le aree da investigare erano molto ampie e coprivano oltre alla pista, i terreni circostanti, la discarica, un vivaio, il cimitero ed anche la sede del vecchio reggimento Pando, l’ospedale, il Rotary Club e la gola di Arroyo.
Pensa che sino al 31 dicembre avevamo aperto più di duecento fosse, perchè ancora non c’era uno studio storico serio. Si scavava dappertutto dove la gente indicava che potesse trovarsi il Che», risponde González Pérez.
La dottoressa Ariet riferisce che: «Tra aprile e ottobre di quell’anno sviluppammo una fase di investigazioni storiche centrate nel paragonare e studiare i numerosi testimoni che esistevano sulla lotta guerirgliera. Da quando era morto il Che, a Cuba si registrarono 13 interpretazioni sulle destinazioni possibili del leader guerrigliero e in poco più di anno in Bolivia raccogliemmo più di 80 versioni diverse.
Per avere un’idea del lavoro realizzato basti dire che il gruppo di cubani aveva realizzato circa 1000 interviste, 300 delle quali furono le più importanti».
«Un altro momento importante, continúa González Pérez, è stato l’arrivo in Bolivia nel dicembre del 1996 di un gruppo multidisciplinare cubano, con il fine d’approfondire le investigazioni scientifiche, che realizzò studi geologici sino al marzo del 1997. Poi cominciò l’ultima fase della ricerca iniziata nel maggio di quell’anno, alla quale parteciparono l’archeologo Roberto Rodríguez, l’antropologo forense Héctor Soto e i geofísici Noel Pérez, José Luis Cuevas con Carlos Sacasas, tra i vari compagni che svolsero un ruolo decisivo, perché va ricordato che gli investigatori argentini si erano ritirati verso il loro paese nel mese di marzo del 1996».
Granma: È vero che l’ultima tappa fu quella di maggior tensione per il gruppo degli esperti cubani?
«Era una sorta di corsa a cronometro, ha affermato la dottoressa Maria del Carmen, perchè Hugo Banzer, il dittatore boliviano responsabile di tanti morti e scomparsi, era stato eletto presidente della Bolivia e quello significava un rischio per la ricerca, perchè data la persona che era, in qualsiasi momento poteva prendere una decisione che avrebbe pregiudicato il processo in cui eravamo impegnati.
Inoltre c’era una volontà  molto forte di disinformarci. A testimonianza di ciò fu la visita dell’agente della CIA d’origine cubana, Félix Rodríguez, che di fronte all'approssimarsi del ritrovamento dei resti apparve con un piccolo aereo a Vallegrande, per ubicare il seppellimento in un luogo opposto a dove noi eseguivamo le ricerche».
Granma: E allora cosa avete fatto?
«Abbiamo accelerato il lavori, dice il dottor Jorge González. La notte precedente il ritrovamento della fossa comune dove si trovava il Che, cioè la notte del 27 giugno, il capo della Sicurezza di Stato, venne a ricordarci che avevamo due giorni per terminare e noi interpretammo quello come un segnale positivo che ci diede più forza per concludere l’opera».
Granma: Che cosa accadde il 28 giugno del 1997?
«Quel giorno era sabato e così come già da alcuni giorni stavamo seguendo la versione fornitaci dall'uomo che con il suo trattore aveva scavato la fossa dove era stato seppellito il Che. Decidemmo di continuare i lavori ma stavolta usando una scavatrice che apparteneva ad un’impresa che costruiva le fognature di Vallegrande e questo ci permise d’arrivare ad una profondità di un metro e mezzo dei due che dovevamo scavare e da quel punto avremmo proseguito lavorando con le mani», ricorda  Ariet García.
«... alle nove di mattina, scavando la fossa, il dente della macchina agganciò il cinturone del Che che era stato seppellito con la sua uniforme e cosi trovammo anche il suo scheletro».
Granma: Vi siete sentiti come pietrificati?
«Immagina come mi potevo sentire!, racconta il dottor González Pérez.
Riuscii solo a gridare all’operatore della scavatrice “Ferma, ferma!” e immediatamente dissi a Héctor Soto di scendere al fondo della fossa dove mi trovavo. “Guarda Soto lì, lì”,  e indicai il luogo dove avevo visto un osso. Io gli dicevo è un radio, una ulna, mentre l’antropologo dissentiva e diceva, “È un’ulna, un’ulna”,perché stava guardando un altro punto della fossa comune. Poi verificammo che quelle prime ossa appartenevano al boliviano Aniceto Reinaga».
Granma: In che momento avete sospettato d’aver incontrato il Che?
«Alla fine, perchè nel momento iniziale non si sapeva niente, continua il dottore. In totale incontrammo sette resti di scheletri e questo coincideva con la ricostruzione storica.
Quelli del Che furono i secondi resti di scheletro che incontrammo. Sospettammo dal principio che fosse lui, perche i suoi resti erano i soli coperti da una giacca verde olivo e poi scoprimmo che non aveva le mani (Gli furono amputate dopo la morte e spedite a Cuba come prova della morte di Guevara, n.d.r.)
Ricorda che noi sapevamo che l’unico corpo sepolto senza mani era quello che Che. Héctor Soto intervenne con molta attenzione perchè alcune informazioni facevano temere che nella fossa ci potessero essere degli esplosivi. Prese un bisturi e tagliò la tela della giacca per verificare se sotto c’erano delle ossa, e così trovò un cranio.
Poi continuando gli scavi introdusse la mano sotto la giacca e tastò la prominenza degli archi sopraccigliari che coincidevano con quella caratteristica della fronte del Che e l’assenza di un molare superiore sinistro, che corrispondeva ugualmente alla sua scheda dentale. Inoltre si osservò una piccola borsa con tabacco trinciato e dei residui di gesso della maschera mortuaria realizzata al Che, incollati alla giacca.  
Queste prove  sostenevano che si trattava del capo della guerriglia, Continuammo a lavorare in quel punto per disseppelire i resti dei sette con la collaborazione degli antropologi argentini ai quali  avevamo chiesto di tornare.
Furono giorni molto intensi, di grande tensione, nei quali non ci separammo un istante da quel luogo, nè dall’ospedale giapponese dove furono portati i resti dopo la loro esumazione, il 5 luglio, per la loro identificazione.
Nessuno dormiva, vegliavamo i resti in modo che non potesse accadere niente. Per riposare ci davamo dei turni di due o tre ore e tornavamo dove ancora si trovavano le ossa del Che e dei suoi compagni.

16 ottobre 1967 l'edizione straordinaria del Granma
(Il granma conferma la morte del Che, 16 ottobre 1967 - foto web)


Granma: Che cosa provò nel preciso istante del ritrovamento?
« Un grande conforto, ricorda Jorge González. Restai come annientato. Immagina, era il culmine di tanto sforzo sapere che dal punto di vista scientifico avevamo ottenuto un grande risultato associato al sentimento d’aver potuto contribuire a restituire un pezzetto dalla storia della tua Patria e del mondo… una emozione molto grande, indescrivibile!  Inoltre sapere che eravamo uomini e donne formati dalla Rivoluzione che stavamo realizzando quella prodezza ci diede molto conforto»
Granma: Cosa potete dire dei resti che non sono ancora stati trovati?
«Abbiamo trovato i resti di 31 dei 36 guerriglieri scomparsi, spiega María del Carmen Ariet. Mancano quelli di Jesús Suárez Gayol, il primo a morire. Abbiamo realizzato vari tentativi di ricerca senza riuscire sino ad ora a localizzarli. Restano da trovare quelli di Jorge Vázquez Viaña, Loro, il cui cadavere fu lanciato nella selva da un aereo; di Raúl Quispaya Choque, Raúl nella guerriglia, molto difficile da trovare perchè dove lo seppellirono hanno costruito una comunità; Benjamín Coronado Córdova e Lorgio Vaca Marchetti, morti affogati, cosa che complica l’investigazione. Comunque il processo non è concluso: questa è la nostra posizione.
Ci sono altri tre combattenti boliviani: Inti Peredo, Antonio Jiménez Tardío e David Adriazola, che per volontà dei familiari restano in questo Paese delle Ande.», ha aggiunto il dottor González Pérez.   
Il 12 luglio del 1997, Jorge González Pérez rientrò a Cuba con i resti del Che e dei suoi compagni. 

9 ottobre del 1967, l'ultima immagine di Guevara ancora vivo
(L'ultima immagine del Che prima che venisse ucciso - foto web)

 
Granma : Come ha visto l’incontro di Fidel con il suo fratello di lotta?
« Quel giorno non fu possibile parlare con Fidel per la solennità del momento, ma si sentiva il dolore per il nuovo incontro e il ricordo della perdita. Era come se lui stesse vivendo di nuovo i passaggi vissuti assieme al Che».

Adattamento testo Di Crosta Franco

 

ADIOS FIDEL!

26 Novembre 2016

25 novembre 2016, muore all'Avana Fidel Castro Ruz
(foto web)

Fidel Alejandro Castro Ruz, 13.08.1926 Biran (Holguin) - 25.11.2016 Avana

Buon Compleanno Avana!

16 novembre 2016

Tramonto sull'Avana
(Tramonto sull'Avana - foto Di Crosta Franco)

In questa data, esattamente 497 anni fa, veniva fondata dai conquistadores spagnoli la città dell'Avana, quella che sarebbe diventata nei secoli una delle metropoli più belle, sensuali, contraddittorie e incomprensibili del mondo! Una città simbolo di una intera nazione che sembra dover affondare da un momento all'altro in un mare di inquietudini, di affanni, di abbandono e disperazione ma che poi è capace di risorgere sempre più bella. Auguri vecchia Avana! Nel cuore dei viaggiatori resti un approdo insostituibile...

Ho trovato sul web un bellissimo racconto della Ciudad Maravilla che riporto integralmente:

 

La storia de L'Avana

di Gianfranco Ginestri

 Il primo ventennio avanero (1500-19) - Dopo vari tentativi itineranti, L'Avana Coloniale, corrispondente all'attuale Avana Vecchia, è stata ufficialmente fondata dalle autorità spagnole il giorno di domenica 16 novembre 1519 (col nome di San Cristobal de La Habana), ed è stata l'ultima delle sette principali città coloniali fondate a Cuba dai conquistadores all'inizio del Cinquecento. Durante i suoi quattro lunghi viaggi dalla Spagna a Cuba, effettuati a cavallo dell'anno 1500, il genovese Cristoforo Colombo non giunse mai nella grande baia avanera. Infatti fu il marinaio galiziano Sebastian de Ocampo nel 1508, durante la prima circumnavigazione dell'isola, che ispezionò questa rada lunga cinque chilometri chiamandola Baia de Puerto de Carenas (praticamente: "baia del porto dove si aggiustano le navi")  la quale,  dopo uno strettissimo canale di ingresso, si allarga internamente con tre vaste insenature  chiamate  Atares,  Marimelena  e  Guanabacoa... 

Ufficialmente la capitale di Cuba è nata sulla costa destra di questa baia nel 1519, ma i suoi fondatori, prima di giungere in questa zona, vissero la seguente tribolata storia itinerante...

Nel 1514, su ordine del Comandante Diego Velazquez de Cuellar, il comandante iberico Panfilo de Narvaez, giunto nella costa sud-caraibica ove attualmente c'è la città di Batabanò (da dove ora salpano i traghetti per l'Isola della Gioventù) fondò un minuscolo e spartano accampamento militare, dove, oltre ad un piccolo gruppo di conquistadores vi erano pure indigeni cubani e schiavi africani.

A tale luogo fu imposto il nome di Villa de San Cristobal de La Habana. Questa denominazione venne data sia per ricordare sia l'ammiraglio Cristoforo Colombo (che in spagnolo si scrive Cristobal Colon) sia per omaggiare il Cacicco Habaguanex (capo indigeno che comandava dalla costa sud-caraibica alla costa nord-oceanica) il quale, assieme alla figlia primogenita di nome Habana, accolse e protesse questi militari dopo un tragico naufragio. (Ma evidentemente la storia e la leggenda si miscelano tra di loro, come hanno scritto sia gli studiosi spagnoli che quelli cubani).

Cuba celebra il 57° Anniversario del trionfo della Rivoluzione tra concerti e malumori

Primo Gennaio 1959. Trionfo della Rivoluzione Cubana
(foto web)

Oggi, 1° gennaio 2016, Cuba celebra con grandi manifestazioni il 57°Anniversario del trionfo della Rivoluzione. Non tutta Cuba, certo. La storia da sempre disegna sui suoi quaderni i profili dei vincitori e dei vinti. E' accaduto anche per la nostra Italia. Il primo gennaio del 1959 con la fuga improvvisa di Batista e l'entrata vittoriosa prima della colonna guidata da Ernesto Che Guevara a Santa Clara e sette giorni dopo con quella trionfale di Fidel Castro all'Avana, segna uno spartiacque profondo tra vecchie e nuove generazioni, tra rivoluzionari ed oppositori del regime. Le vicende di questi giorni con il racconto di migliaia di cubani in fuga dalla propria terra vittime di risacche politiche e commercianti di vite umane ne sono l'emblema. L'epopea rivoluzionaria non ha condizionato per sempre solo la struttura sociale della più grande delle Antille, creando di fatto una diaspora che non conosce pause, ma ha influenzato intere generazioni, scelte politiche trasversali, movimenti ideologici e di pensiero, lotte armate tragiche e sanguinarie. L'utopia della rivoluzione cubana ha contaminato i sogni di rivalsa dei paesi più poveri strangolati dal super potere delle multinazionali e sempre più isolati ed emarginati nello scacchiere politico internazionale. La Revolucion fu sostenuta da una partecipazione popolare senza precedenti che permise ad una manciata di uomini prima di organizzarsi sulla Sierra Maestra e poi di trasformarsi in un esercito invicibile e demolitore di un sistema politico concentrato sulle ricchezze di pochi, sulla corruzione e i facili affari legati al traffico della droga, la prostituzione ed il gioco d'azzardo. Erano gli anni di Fulgencio Batista posto al vertice della piramide di potere voluta dalle famiglie di mafiosi italo americane dei vari Lucky Luciano, Barletta, degli Anastasia e dei Trafficante e dallo spietato e pragmatico Meyer Lansky, un personaggio oscuro di origini polacche, il vero sovrano dell'impero che trasformò l'isola in una specie di colonia statunitense detentrice delle principali risorse economiche. In molti ancora oggi rimpiangono quegli anni in cui l'Avana risplendeva di una sua bellezza unica ed originale. Affacciata sul golfo del Messico luccicava di ricchezze, magnifici edifici, svaghi e bellissime donne. La mondaneità ne faceva una delle capitali più influenti dell'America latina e del mondo. Ma Cuba non era e non è l'Avana. Al di fuori della opulenta capitale la miseria dilagava e le popolazioni venivano sfruttate nel lavoro e imprigionate nell'ignoranza e nell'arretratezza.

57° Anniversario della Rivoluzione Cubana
(foto web)

Questo profondo disagio divenne l'humus per i rivoluzionari che conquista dopo conquista spazzarono via un esercito ben armato ma probabilmente poco motivato e preparato. In seguito, le prime decisioni prese dal governo rivoluzionario come la nazionalizzazione dei principali centri economici degli USA e la eliminazione dei latifondi, coincisero con una crescente ascesa degli interessi sovietici sull'isola finendo con l'indurre la presidenza Kennedy a sostenere una controinvasione dell'isola che si concluse in modo fallimentare nel 1961 con i fatti della Baia dei Porci. Si passò poi alla crisi dei missili che certificarono la presenza dei russi sull'isola caraibica ed alla tristemente nota storia dell'imposizione del duro embargo economico e politico da parte degli Stati Uniti d'America alla piccola isola caraibica. Vicenda questa arrivata fino ai giorni d'oggi per poi vedere dischiudersi una improvvisa finestra sulla speranza con la riapertura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi sancita poco più di un anno fa, il 17 dicembre 2014.

Rivoluzione Cubana, un modello per i paesi del terzo mondo
(foro web)

Da allora si sono compiuti notevoli passi in avanti come già ho raccontato in altre pagine di questo blog. Molto deve essere ancora fatto e la visita di Papa Francesco nel settembre scorso ha offerto un'altro importante impulso al cambiamento in atto. Le pagine dei media cubani esaltano le conquiste rivoluzionarie tra cui cito a) l'eliminazione della povertà estrema e della fame; b) il diffondere di un insegnamento di base e la sconfitta dell'analfabetismo; c) la promozione dell'uguaglianza sociale e la valutazione del ruolo della donna; d) la riduzione della mortalità infantile che si è stabilizzata a livello dei paesi del "primo mondo". Di pari passo crescono gli avversari del regime che denunciano la presenza di carceri piene di oppositori e di quelli che come già raccontato tentano di fuggire all'estero. C'è poi la realtà delle Damas de Blanco che con la loro lider Berta Soler accusano la detenzione di dissidenti politici e della blogger Yoani Sanchez che è conosciuta in tutto il mondo per il suo anti castrismo e per l'impegno a difesa dei diritti umani. Cuba è al centro del mondo, volente o nolente, e non solo per le sue bellezze paesaggistiche, le ricchezze culturali, la musica e la sua sensualità tropicana. Crocevia di sogni perduti e inseguiti ci richiama costantemente ai valori della vita, all'idea di libertà, al concetto di benessere e felicità. Con "Mambo Tango" ho voluto raccontare la mia visione, intima, distaccata da pregiudizi e giudizi. La Cuba che si vive e ascolta solo con i battiti del cuore, sempre originali e mai banali.

Usa e Cuba, mai più nemici?
                                                                        (foto web)

Cuba ricorda Fidel a un anno dalla sua "morte fisica"

26 novembre 2017

Bayamo, Cuba. Primo anniversario della morte di Fidel Castro 25.11.2017
(Cuba rende omaggio a Fidel - foto web)

Il 25 novembre del 2016 moriva a 90 anni Fidel Castro Ruz, il lider indiscusso e discusso della rivoluzione cubana.

A un anno esatto di distanza dalla sua scomparsa  l'isola caraibica ancora si interroga sul suo passato, sul suo presente e su quello che sarà il suo futuro. Cuba si prepara ad un cambiamento epocale poichè fra circa 100 giorni anche Raul abbandonerà la scena politica ed il nome dei Castro si defilerà, forse, definitivamente dopo 60 anni di presenza ininterrotta. Ci sono stati negli ultimi tempi alcuni cambiamenti significativi anche se le importanti novità introdotte dalla riapertura delle relazioni diplomatiche con gli USA volute in concerto con l'amministrazione Obama sono state parzialmente spazzate via dall'elezione alla presidenza del suo successore Donald Trump. Tuttavia, molto resta ancora da fare.

25.11.2017 Bayamo ricorda Fidel a un anno dalla sua morte
(Bayamo ricorda Fidel - foto web)

Cuba ha ricordato questo primo anniversario senza celebrazioni di massa. All'Avana è stata organizata una veglia sulla scalinata dell'Università mentre in altre parti dell'isola il lider maximo è stato ricordato con molta sobrietà attraverso concentri musicali, mostre fotografiche e tributi floreali.

Fidel ha attraversato mezzo secolo di storia moderna e la sua figura è indissolubilmente legata a quella di Cuba dove questa giornata di memoria è vissuta come il  "primo anniversario della sua morte fisica" a voler significare che le sue idee e la sua testimonianza sono ancora vive e indelebili.

Il popolo cubano, compreso tra i cittadini residenti sull'isola e i milioni che per scelte diverse hanno deciso di lasciarla,  è profondamente diviso sul significato del ruolo storico sostenuto da Fidel. Molti lo ricordano con nostalgia e giurano fedeltà ai suoi insegnamenti e ai prinicipi rivoluzionari, altri lo detestano attribugliendoli la responsabilità della diaspora del popolo cubano, l'arretratezza sociale e la mancanza di libertà.

il 25 novembre 2017 Cuba ha reso omaggio a Fidel Castro a un anno dalla sua morte
(Bayamo, Cuba. In fila per Fidel - foto web)

Cuba è una terra strana. Affascina e impaurisce nello stesso modo. Allontana e richiama in egual misura. E' come la forza dei cicloni che la tormentano. Imprevedibile, agitata, sonnacchiosa.

Un punto nell'Oceano che continua a far parlare di se nel bene e nel male. Un miraggio che catalizza desideri, sogni, pregiudizi e opinioni e che spesso ci fa dimenticare che prima di tutto Cuba è dei cubani.

Fidel Castro
(Fidel Castro Ruz - foto web)

Da Milano. Ultima fermata l'Avana

12 novembre 2017

Bus italiano donato a Cuba
(Bus italiano a spasso per l'Avana - foto Franco Di Crosta)

Cuba da decenni si trova costretta ad affrontare una asfissiante crisi energetica causata in primis dalla carenza di materie  prime ed in secondo luogo dal duro embargo economico imposto dagli Stati Uniti d'America nei primi anni 60 dopo il successo della Revolucion. Le difficoltà sembravano poter essere arginate nel primo decennio del 2000 quando il vicino gigante venezolano sotto la guida di Chavez decise di instaurare un forte legame di cooperazione sociale, politico ed economico con l'Isola di Castro. I due lider avevano dato vita all'ALBA (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe)preceduta da accordi bilaterali che prevedevano l'invio di circa 20 mila medici cubani in Venezuela in cambio di petrolio. La profonda crisi che ha colpito negli ultimi anni il Venezuela del dopo Chavez (1954-2013) ha fortemente indebolito l'apporto energetico che dalla Repubblica Bolivariana veniva canalizzato verso Cuba. La minaccia di rivivere le profonde difficoltà dei primi anni novanta si è fatta sempre più incombente ed  è stata soltanto alleggerita dalle aperture verso nuovi mercati e da un crescente interesse dimostrato dalle grandi potenze mondiali verso l'isola caraibica sul cui territorio stanno investendo molto in infrastrutture portando linfa ad una economia nazionale sempre molto debole. E' il caso della Cina e della Russia che sembrano avere riacceso la fiama di un vecchio amore. La cinese Yutong ha già destinato a Cuba numerosi moderni ed efficienti mezzi di trasporto mentre anche Canada e Giappone stanno facendo la loro parte. Nonostante tutto le strade cubane sono ancora affollate di vecchi autobus, le guaguas, costrette a sopportare carichi impossibili di persone. Altri paesi "amic"i sono intervenuti offrendo mezzi non ritenuti più idonei a percorrere le strade del vecchio continente ma adatti ad alleviare la carenza di mezzi di trasporto cubani. Ecco perchè è possibile vedere scarrozzare per le strade della capitale autobus spagnoli e italiani con ancora pigramente esposta la destinazione d'origine. A parte la curiosità destata dalla notizia è indubbio che ci si trovi difronte ad un controsenso storico visto che Cuba tra i suoi primati vanta quello della apertura della prima tratta ferroviaria dell'America Latina che unì nel 1837 l'Avana con Guines (in Italia la prima fu la Napoli-Portici inaugurata il 3 ottobre del 1839) e che all'inizio del 1900 l'Avana già assisteva al passaggio delle prime autovetture e dei tram. C'è molto da fare.

Francesco chiama. Raul risponde.

19 novembre 2016

Papa Francesco e il suo rapporto con Cuba
(foto web)
Domenica 6 novembre, durante l'Angelus proclamato in occasione del Giubileo dei Detenuti, Papa Francesco ha rivolto un appello al mondo intero perchè si giungesse ad un gesto di clemenza nei confronti dei detenuti ritenuti più meritevoli. Così il 14 novembre, un pò a sorpresa, il quotidiano "Granma", l'organo ufficiale del Partito Comunista Cubano, ha reso noto dalle sue pagine che:
"El Consejo de Estado de la República de Cuba, en respuesta al llamado del Papa Francisco a los jefes de Estado en el Año Santo de la Misericordia, acordó indultar a 787 sancionados".

 ("Il Consiglio di Stato della Repubblica di Cuba", in risposta all'appello di Papa Francesco ai capi di Stato nell'Anno Santo della Misericordia, ha concesso l'indulto a 787 detenuti").

Cuba è stato dunque il primo Paese a decretare una serie cospicua di indulti le cui scelte hanno tenuto conto della gravità del reato commesso, del comportamento tenuto durante la detenzione e del tempo rimanente all'estinzione della pena assegnata. Inoltre il giornale ha riferito che a beneficiare dell'indulto sono state anche alcune categorie più deboli, come le donne, i giovani e gli ammalati. Esclusi invece i reati di omicidio, traffico di droga, corruzione di minori,violenza carnale e quelli considerati gravi e pericolosi per la società. In precedenza, in occasione della visita del Ponteficie a Cuba, Raul liberò circa 3.000 detenuti. Francisco chiama Raul risponde!

Il perdono e la riconciliazone sono tappe fondamentali nel cammino intrapreso dalla nuova Cuba.

Gli diamo una mano?

22 ottobre 2016

Baracoa rinasce da piccoli gesti
(foto web)

Lui non si arrende!

A quasi tre settimane dal passaggio crudele dell'uragano Matthew la vita a Baracoa tenta di ritornare alla normalità. Ma c'è ancora molto da fare. Non limitiamoci ad affermare "amo Cuba!"

Un piccolo gesto, ora, può essere veramente molto importante.

Lui non si arrende! Aiutiamolo!

Possiamo raccogliere le offerte ed inviarle con bonifico bancario a questo Iban:

"Aiutiamo Yumurì"    IT 75 Q 0760 1051 3828 9528 1895 31 (più le commissioni previste, questa è la soluzione più cara);

oppure caricando direttamente la Postepay presso qualsiasi Ufficio Postale. In questo caso sarà sufficiente portare con se il proprio codice fiscale e si spenderà solo 1 euro!

Il numero della Carta è il seguente:  5333 1710 3021 6598

Una birra, un caffè, un paio di sigarette... il nostri superfluo è essenziale per lui!

Il ciclone (?) Trump si abbatte su Cuba spazzando via (?) le intese tra Obama e Raul

18 giugno 2017

Donal Trump modifica gli accordi con Cuba voluti da Obama
(Donald Trump - foto web)

Venerdi 16 giugno 2017. Manuel Artime Theater di Miami. Ore 13.50 o giù di li...

L'arena è rovente. L'attesa per le parole che il presidente statunitense Donald Trump pronuncierà dinnanzi ad un popolo composto da esuli cubani inferociti, ex mercenari del fallito sbarco alla Baia dei Porci e da oppositori del regime della famiglia Castro si fa sempre più snervante e carica di aspettative.

Lui, Donald, è pronto e non tradirà le aspettative:

«Cancellerò tutti gli accordi firmati da Barack Obama con Cuba. L’ambasciata statunitense nell’Isola, però resterà aperta per consentire di plasmare nuove relazioni».

La folla è in delirio. L'imperatore ha girato il pollice verso il basso. Iniziano i combattimenti. Ricominciano i giochi sospesi solo per qualche stagione. Si indosserranno nuovamente le armature e scorrerà altro sangue... sangue cubano.                                                                                       Le lancette dell'orologio sono state riportate in un attimo in dietro di 55 anni, ai brividi della guerra fredda, cancellando, apparentemente, tutto il lavoro svolto dalla presidenza Obama e da Raul Castro dopo lo storico annuncio del riavvicinamento bilaterale del 17 dicembre 2014.

La scelta dell' "arena" non è stata casuale. A Miami Donald giocava in casa. Doveva solo trovare le parole giuste per scaldare gli animi e riaccendere vecchi focolai mai sopiti. E i tanti sostenitori che con i loro voti hanno consentito a Trump di aggiudicarsi la Florida e poi la Casa Bianca non sono stati delusi:

"Con effetto immediato cancello l'accordo completamente unilaterale dell'ultima amministrazione Usa con Cuba. Le aperture ed una maggiore collaborazione dal punto di vista commerciale e del turismo volute da Obama non hanno portato vantaggi ai cubani e neanche migliorato la situazione dei diritti umani".

Con la firma sulla nuova drettiva si proibisce di fatto a turisti e imprenditori americani di effettuare transazioni con il "Grupo de Administracion Empresarial S.A.", il Gaesa, che rappresenta in sostanza il braccio commerciale del regime guidato dal generale Luis Alberto Rodriguez Lopez-Callejas, genero di Raul Castro. La Gaesa controlla il 60% dell'economia cubana e l'80% del settore turistico  attraverso l'amministrazione di gran parte degli alberghi e dei ristoranti dell'Avana e delle famose spiagge di Varadero.

L'accordo siglato dalla precedente amministrazione, secondo Trump, non ha fatto altro che "arricchire il regime Castrista". Per questo la sua presidenza "applicherà con maggior convinzione l'embargo e il divieto sul turismo".  "Venite al tavolo dei negoziati con un nuovo accordo. Sarà migliore per tutti, anche per i cubani americani". Ha tuonato Trump, concludendo con:

"Noi otterremo una Cuba libera"

Il discorso del Presidente a stelle e striscie era stato preceduto da un saluto rivoltogli dal senatore della Florida Marco Rubio, nato negli states da una famiglia di origini cubane che di seguito riporto:

"Con Trump aiuteremo il popolo cubano, non il regime. Oggi un nuovo presidente è atterrato a Miami per dare la sua mano al popolo cubano, dopo un presidente che ha dato la sua mano al regime. Il presidente ha preso una decisione molto chiara: faremo tutto il possibile per dare il potere al popolo cubano". Le decisioni di questa amministrazione servono "a punire i militari cubani". Questo cambiamento "dà potere al popolo cubano. Che servano sei mesi o sei anni, Cuba sarà libera". (fonte RaiNews).

La mia modesta opinione è che dal punto di vista politico gli accordi sono sempre migliorabili, attualizzabili e rivedibili. L'esisenza della Gaesa non è una invenzione. La libera iniziativa a Cuba è solo ai primi passi. Da decenni le attività imprenditoriali sono sotto il controllo dello Stato che esercità il suo ruolo attraverso le Forze Armate Rivoluzionarie. Nessuno può negarlo e questo aspetto fa parte della organizzazione interna di un Paese Sovrano che piaccia o no. Così come numerose testimonianze riferiscono di carceri affollate di oppositori al regime. Tutto come detto è rivedibile e migliorabile. Ciò che stona sono i toni tipici degli anni più tristi e bui della Guerra Fredda usati da Trump. Non credo che Obama abbia voluto cancellare un passato fatto di liti e incomprensioni, ne tantomeno Raul abbia voluto gettare la spugna dopo che per decenni la piccola isola caraibica ha affrontato il colosso americano a colpi di slogan antimperialisti. Semplicemente ed intelligentemente hanno tracciato una riga nella storia, un limite del "prima" e del "dopo" da cui ripartire con coraggio verso una nuova fase di rapporti basati sulla collaborazione scientifica, culturale e su un rafforzamento delle relazioni tra i due popoli.

I toni usati da Trump non lasciano invece spazio a soluzioni romantiche. Il dirimpettaio è un nemico da affossare con le buone o le cattive. Nella sostanza, a ben vedere, non cambia molto. Viene ridimensionata la possibilità dei cittadini americani di visitare liberamente l'isola. Sarà possibile farlo solo come membri di gruppi culturali, politici o sportivi e solo dopo l'ottenimento di permessi rilasciati dalle autorità migratorie statunitensi. Un vero peccato perchè c'è una grande volontà tra le persone delle due sponde di incontrarsi e conoscersi, nel rispetto delle reciproche diverità ma con grande simpatia e curiosità. Vedremo il tempo a chi darà ragione...

Riporto un articolo del Corriere della Sera che spiega in dettaglio cosa è stato sancito a Miamii:      "Le conseguenze più immediate toccano il turismo: i cittadini Usa potranno continuare a visitare Cuba solo in gruppi organizzati. Aboliti i viaggi individuali: gli americani sono liberi di andare in qualsiasi Paese del mondo, comprese Corea del Nord o Siria. Ovunque tranne che a Cuba. Saranno vietati tutti gli accordi o le transazioni con le strutture controllate dal «Grupo de Administraciòn Empresarial», la holding dell’esercito cubano, cui fa capo quasi l’intera economia del Paese. Viene confermato l’embargo commerciale, formalizzato il 7 febbraio 1962 da John Kennedy e che Obama sperava di abolire entro il 2016. Dal punto di vista politico Trump riporta il calendario a 55 anni fa. Accusa «il comunismo» di aver distrutto ogni nazione «in cui è stato applicato». Detta le condizioni per la ripresa del dialogo con il regime di Raul Castro: «Libertà di espressione, partiti politici liberi ed elezioni. Proprio così: elezioni monitorate dagli organismi internazionali». Sono concetti e valori che Trump evoca per la prima volta sul piano internazionale. Ma ciò che pretende dal regime di Castro non è neanche sfiorato, quando si parla di alleati come Arabia Saudita o Egitto. È un approccio «selettivo»: due pesi e due misure sulla base delle priorità politiche interne ed esterne. A Miami c’è anche Wilbur Ross, il segretario al Commercio. Toccherà a lui tradurre in regolamenti la cartelletta firmata, con tanto di scrivania, da Trump. Ross dovrà resistere alle pressioni delle grandi

compagnie aeree, delle catene alberghiere. Nel 2016 circa 600 mila turisti statunitensi hanno visitato Cuba. Le società americane hanno incassato circa 6,6 miliardi di dollari, con un indotto di 12.295 posti di lavoro creati negli Usa." (Corriere della Sera)

 


 

José Martì. Il Padre della Patria amato da tutti.

28 Gennaio 2016.

José Martì. L'apostolo della Indipendenza cubana
(José Martì, il Padre della Patria Cubana - foto web)

Il 28 gennaio del 1853 nasce all'Avana José Martì. I suoi genitori sono degli spagnoli di Cadice e la Cuba che lo accoglie è una Cuba spagnola. E' stato un pò tutto: scrittore, poeta, giornalista, filosofo, pittore e console ma é stato sopratutto un grande idealista e rivoluzionario. Sostenne la lotta per l'indipendenza di Cuba dalla Spagna ed allo stesso tempo si oppose con forza all'annessione della sua terra agli Stati Uniti d'America. Il 25 marzo del 1895 pubblica "Il Manifesto di Montecristi", un vero e proprio proclama politico a sostegno dell'indipendenza di Cuba da ogni forma di imperialismo. Pochi giorni dopo parte dalla Florida, dove viveva in esilio, alla volta di Cuba insieme ad un gruppo di esuli cubani tra cui l'altro eroe il generale Maximo Gomez. Il 19 maggio del 1895, il poeta muore al suo primo assalto armato contro gli spagnoli nella battaglia di Dos Rios.

José ha solo 42 anni. Lascerà opere importanti tra cui i "Versos Sencillos" (Semplici Versi) di cui alcune rime verranno musicate per diventare poi famose in tutto il mondo con il titolo di "Guantanamera".

Considerato uno dei più grandi scrittori ispanici di ogni tempo, Martì dedico tutta la sua vita, trascorsa prevalentemente in esilio, all'indipendenza di Cuba. Il suo pensiero, ancora oggi moderno, si oppose sempre ad ogni totalitarismo ed all'assenza di spiritualità che questi incarnano. Proclamò con forza il rispetto dei diritti umani contro ogni forma di dittatura offrendo l'intera sua opera e il sacrificio della sua stessa vita agli ideali di giustizia ed uguaglianza e per la libertà della sua amata Cuba. José é un eroe trasversale, amato ancora oggi sia dai rivoluzionari castristi che dai loro oppositori che, curiosamente, si riconoscono nel pensiero di questo poeta rivoluzionario. La sua nascita è celebrata sia a Cuba che nella vicina Florida. Quello di Martì é sicuramente il volto più riprodotto e visibile in tutta l'isola caraibica che ad egli ha intitolato, oltre a scuole, piazze, parchi e strade, l'aereoporto internazionale dell'Avana.

Le sue spoglie riposano, accarezzate dal sole, nel Cimitero di Santa Efigenia a Santiago di Cuba.

Cimitero di Santa Efigenia a Santiago di Cuba, la tomba di José Martì
(Cimitero di Santa Efigenia, foto di Carlos Tasse)

 

“Con los pobres de la tierra                                  "Con i poveri della terra
quiero yo mi suerte echar:                                     voglio condividere il mio destino:

La tomba di José Martì nel cimitero di Santa Efigenia a Santiago di Cuba
(La tomba di José Martì - foto Carlos Tasse)


el arroyo de la sierra                                               il ruscello della sierra
me complace más que el mar”                               mi piace più che il mare"

 

"L'amore nasce dal piacere di guardarsi l'un l'altro,
si nutre della necessità di vedersi,
si conclude con l'impossibilità di separarsi.

L'unica forza e l'unica verità di questa vita è l'amore.

Il Patriottismo non è altro che amore, l'amicizia non è altro che amore."

Cimiterio di Santa Efigenia a Santiago di Cuba. La tomba del poeta rivoluzionario José Martì
(La tomba del poeta - foto Carlos Tasse)

 

Monumento a José Martì all'Avana, Cuba
(Monumento all'Avana a José Martì - foto Di Crosta Franco)

LA ROSA BIANCA

"Coltivo una rosa bianca,

in luglio come in gennaio,

per l'amico sincero

che mi porge la sua mano franca.

E per il crudele che mi strappa

il cuore con cui vivo,

né il cardo nè ortica coltivo:

coltivo la rosa bianca".

 

L'Alitalia atterra su Cuba. Da novembre un volo rivoluzionario

5 novembre 2016

Alitalia Boeing 777 volo Roma Avana
(Boeing 777 - foto web)

Dal 29 novembre un nuovo volo Alitalia collegherà Roma con l'Avana.

Si tratta del primo volo diretto della nostra Compagnia di Bandiera con destino Cuba.

Il nuovo collegamento sarà operativo da Roma Fiumicino due volte la settimana con i seguenti orari : 

il martedì si decolla alle ore 9.05 per arrivare a L’Avana alle 15.00 ora locale;

il sabato invece si partirà alle 10.35 da Fiumicino per atterrare a Cuba alle 16.30, sempre ora locale.

Il volo di ritorno da L’Avana decollerà il martedi alle 17.00 dal "Josè Martì", per arrivare a Roma alle 9.00 del mercoledì;

mentre il sabato il volo partirà da L’Avana alle 18.30 e arriverà a Fiumicino alle 10.30 della domenica.

I collegamenti saranno operati con Boeing 777 che dispongono di 293 posti suddivisi in tre classi la Business, Premium Economy ed Economy.

Buen viaje!

L'autunno del Patriarca. Fidel compie 90 anni

13 Agosto 2016

Fidel Castro, Time 1959
(1959 - foto web)

Fidel Alejandro Castro Ruz (Biran, provincia di Holguin, 13 Agosto 1926) compie oggi 90 anni.

Fidel Castro
(foto web)

Amato e odiato probabilmente in ugual misura, ha attraversato con la sua personalità forte e controversa più di mezzo secolo della storia contemporanea legando la sua vicenda umana in modo indissolubile con il percorso politico e sociale di Cuba. Considerato da molti l'eroe e il simbolo di una nuova umanità, colui che ha sfidato le grandi energie di una dittatura ben orchestrata come quella di Batista opponendosi poi per decenni alla potenza economica e militare degli Stati Uniti d'America e tiranno spietato per altri.

Fidel Castro, il passare del tempo
(Fidel studente, rivoluzionario, statista - foto web)

Qualunque sia l'opinione personale che ciascuno di noi ha maturato sul Lider de la revolucion cubana, indubbiamente ci si trova di fronte ad una figura politica di uno spessore non comune. Sono già dieci anni che il Lider Maximo ha abdicato i suoi poteri nelle mani del fratello Raul eppure solo apparentemente si è collocato ai margini della vita del suo Paese.

Fidel Castro e Papa Giovanni Paolo II
( l'Avana 1998. San Carol e FIdel, forse la foto più bella - foto web)

La sua presenza è ancora viva, seppure in una nuova dimensione. Sono convinto che per molti anni ancora si parlerà di quest'uomo, nel bene e nel male. Qualcuno festeggierà la sua scomparsa, altri lo rimpiangeranno.

Fidel Castro e Che Guevara
(Fidel con il Che - foto web)
Fidel lascia il potere al fratello Raul, agosto  2006
(Agosto 2006, Fidel lascia i poteri a Raul - foto web)

All'ultimo Congresso del Partito Comunista di Cuba, svoltosi all'Avana nell'Aprile scorso, Fidel si è presentato con tutto il carico dei suoi anni e pur non nominando mai la parola morte ha parlato con dignità della sua parabola umana ormai prossima alla fine.

"Forse questa sarà l'ultima volta in cui parlo in questa stanza. Presto compirò 90 anni. Non mi era mai sfiorata una tale idea e non è stato il frutto di uno sforzo, è stato il caso. Presto sarò come tutti gli altri, il turno arriva per tutti. "

Aprile 2016, il commiato di Fidel
(Aprile 2016, il commiato - foto web)

L'Avana rivive gli anni ruggenti attraverso i suoi locali bohémien

12 agosto 2017

Non solo "La Bodeguita del Medio" e il "Floridita" considerati rispettivamente la culla del Mojito e del Daiquiri. L'Avana offre oggi ai turisti di tutto il mondo altri splendidi locali che dopo importanti interventi di restauro consentono di fare una capriola nel passato, tra gli anni 30 e 50 del XX° secolo quando la capitale caraibica era considerata una delle metropoli più cool del mondo. Mercanti, marinai, stars hollywoodiane, scrittori e poeti, donne di malaffare e semplici turisti affollavano questi locali resi famosi anche da films e romanzi di successo. Vi racconterò la storia dello "Sloopy Joe's Bar" e del "Dos Hermanos" mete sicuramente da non lasciarsi sfuggire se vi trovate a girovagare per la Habana. Buon divertimento allora!

 

SLOOPY JOE'S BAR

Sloopy Joe's Bar, l'Avana - Cuba
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)

Quando Josè Garcia Abeal arrivò a Cuba nel 1904 proveniente dalla Spagna portava nel cuore il sogno di molti giovani dell'epoca quello cioè di affermarsi e di realizzarsi economicamente in una terra, l'isola caraibica appunto, che in quegli anni offriva molteplici opportunità. Josè trovò il suo primo impiego in una bar situato tra l'Avenida de Italia, conosciuta anche come Galiano, e Zanja una importante arteria che delimitava ieri come oggi l'animato Barrio Chino, il quartiere cinese, all'epoca uno dei più grandi in tutta l'America latina. Qui vi lavorò per circa tre anni ma quel primo impiego non gli fruttò i guadagni desiderati, così il giovane spagnolo lasciò la più grande delle Antille per imbarcarsi alla volta degli Stati Uniti, direzione New Orleans in Louisiana. L'esperienza nella città culla del Jazz durò sei anni, un tempo sufficiente per permettere a Josè di maturare sia come uomo che come barman. I guadagni aumentarono considerevolmente ma non al punto da frenare Josè a giocarsi un'altra carta, quella di Miami. Siamo nel primo decennio del 1900 e la città della Florida pur non essendo ancora la meta turistica ammirata e desiderata che conosciamo oggi offriva già diverse opportunità a giovani in cerca di una affermazione sociale.Tuttavia, anche l'esperienza di Miami non soddisferà del tutto le ambizioni dello spagnolo. L'oramai Joe dopo altri sei anni che risulteranno fondamentali per la sua formazione professionale, decide di far ritorno a Cuba. Siamo nel 1919 e giunto all'Avana, città sempre più vivace ed indaffarata, Joe non tarderà molto a trovare un altro impiego come barista, stavolta presso il Greasy Spoon dove lavorerà per solo pochi mesi prima di decidere di rimettersi in gioco e di tentare l'avventura in solitaria. Individua un locale malconcio e polveroso che veniva utilizzato per la vendita di generi alimentari con annesso un altrettanto fatiscente magazzino. Il locale è situato in Calle Animas all'angolo con via Zulueta a pochi passi dal Paseo del Prado, dall' Hotel Sevilla e dal Parque Central proprio nel cuore del Centro Avana, zona frequentata all'epoca da balordi, marinai e prostitute.

Sloopy Joe's Bar, Avana, Cuba
(foto Di Crosta Franco)

Joe si da fare per sistemare un po' il locale quanto basta per avviare una attività dove comincerà a proporre ai suoi ospiti la specialità della casa: un ricco panino a base di ropa vieja, (vestiti vecchi, vedi la ricetta), che servirà in diverse varianti e che ben presto accrescerà la sua fama e quella del bar. Questo tipo di panino e una innata trasandatezza di Joe sembrano essere stati l'origine del nome insolito con cui il locale verrà battezzato. Sloopy in inglese vuol dire appunto trasandato, disordinato.

Sloopy Joe's Bar, Avana
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)
Sloopy Joe's Bar. Avana, Cuba
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)
Sloopy Joe's Bar all'Avana, Cuba
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)

Ben presto i balordi e le puttane lasceranno posto ad una clientela sempre più esigente. Siamo negli anni 30. Negli Stati Uniti d'America vige il proibizionismo e gli americani trovano nella vicina isola caraibica l'eldorado dove poter soddisfare le loro pulsioni più trasgressive: gioco d'azzardo, alcool e belle donne. E proprio in questo contesto lo Sloopy Joe's Bar vive il suo periodo di massimo splendore. John Wayne, Ernest Hemingway, Spencer Tracy, Clark Gable, Rock Hudson, Errol Flyn, Ava Gardner, Nat King Cole e Frank Sinatra sono solo alcune delle star internazionali che frequenteranno il bar divenuto ormai un luogo cult della capitale cubana.

Sloopy Joe's Bar all'Avana
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)
Sloopy Joe's Bar all'Avana, Cuba
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)
Sloopy Joe's Bar, Avana, Cuba,
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)

Poi il lento ed inesorabile declino. L'avvento dei rivoluzionari barbudos nel 1959 spazzò via per sempre quel clima godereccio e spregiudicato che si viveva all'Avana. Il bar venne prima nazionalizzato dal governo di Castro per poi chiudere definitivamente i battenti nel 1965. Lo Sloopy Joe's Bar rimase così addormentato per circa 40 anni intrappolato nella polvere e nel ricordo degli anni d'oro fino a quando nel 2007 su iniziativa dell'energico ed ispirato Historiador de la Ciudad, el señor Eusebio Leal, non si è deciso di dar vita ad una importante opera di restauro e recupero del locale che verrà restituito magnificamente alla città e ai turisti di tutto il mondo dopo solo pochi anni, precisamente il 12 aprile del 2013.

Lo Sloopy Joe's Bar all'Avana, Cuba
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)

Gli interni si presentano in tutta la loro bellezza originale. Manca sicuramente l'atmosfera bohemien degli anni ruggenti ma l'intervento risanativo è stato studiato per restituire agli ambienti lo stile caratteristico dell'epoca. Il pezzo forte del locale è il bancone in mogano (caoba) recuperato in gran parte dal modello originale che con i suoi 18 metri di lunghezza era considerato il più lungo di tutta l'America Latina! Le foto che ornano le pareti ci raccontano per immagini ciò che rappresentava la Sloopy Joe's Bar quando era un locale simbolo della capitale cubana. Si può mangiare e bere ottimi cocktails a prezzi assolutamente accessibili serviti da camerieri inappuntabili ed eleganti.

Sloopy Joe's Bar, Avana. Cuba
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)
Lo Sloopy Joe's Bar all'Avana
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)

Sospesi al soffitto posti alle estremità del banco bar due grandi tv trasmenttono il film in bianco e nero “Il nostro Uomo all'Avana” girato nel 1959 ed interpretato da Alec Guiness basato sul racconto “Our man in Havana” scritto nel 1958 dallo scrittore inglese Graham Green (1904-1991). Il film, interamente girato all'Avana, offre uno straordinario spaccato della società cubana metropolitana negli anni che anticiperanno l'epopea della rivoluzione castrista.

Lo Sloopy Joe's Bar all'Avana, Cuba
(Lo Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)

Se siete all'Avana non mancate di fare una visita a questo locale che il “Los Angeles Time” definì come “uno dei più famosi del mondo”. Vi regalerete un viaggio onirico nel tempo, in un'epoca sfavillante e contraddittoria in cui l'Avana era al centro del mondo.

Lo Sloopy Joe's Bar storico Bar dell'Avana
(Sloopy Joe's Bar - foto Di Crosta Franco)

 

BAR DOS HERMANOS

Il Bar “Dos Hermanos” (originariamente Two Brothers, Due Fratelli) ha in comune con lo Sloopy Joe's Bar alcuni elementi: innanzitutto l'ubicazione, l'Avana. Poi il fatto di essere stato fondato da immigrati spagnoli in cerca di fortuna e di aver ospitato al suo interno non solo marinai di passaggio, mercanti ed affaccendate signorine ma anche personaggi illustri, stars di Hollywood e artisti internazionali.Il Bar, considerato il più vecchio della capitale, è situato nel cuore dell'Avana Vecchia anche se leggermente defilato rispetto alle principali attrazioni e forse per questo ingiustamente trascurato.

Bar Dos Hermanos, Avana, Cuba
(Bar Dos Hermanos - foto Di Crosta Franco)

Il bar si trova esattamente al numero 304 della Calle San Pedro o Avenida del Puerto a pochi passi dalle splendide Plaza Vieja e Plaza San Francisco ed è incastrato tra l'eccellente Museo del Ron (Ruhm) e la Cattedrale Ortodossa Russa intitolata alla Nuestra Señora de Kazan che risplende con il suo bianco bagliore e l'oro della sue cupole. Di fronte al bar c'è il Sierra Maestra Terminal e un piccolo imbarcadero da dove partono le lance, battelli simili a grandi chiatte, che attraversando in pochi minuti la baia dell'Avana portano a Regla famosa per il suo Santuario e per i culti della Santeria e a Casablanca dove si può visitare il grande Cristo e godere di una vista privilegiata sulla capitale e il suo Malecon.

Il locale venne fondato nel 1894 da i due fratelli Gonzalez, spagnoli originari di Lion Granada. Il grande poeta spagnolo Fernando Garcia Lorca (1898-1936) anch'egli di Granada e che visse all'Avana tra marzo e luglio del 1930, fu indubbiamente tra i primi illustri ospiti del locale seguito poi da tanti altri come ricorda una placca commemorativa posta sulla facciata austera del bar. Oltre al maestro spagnolo vengono citati Alejo Carpenter, Enrique Serpa, Marlon Brando, Errol Flynn, Ernest Hemingway (sempre lui) e pur non essendo ricordato, anche il potente capo della mafia Meyer Lansky si sedette più volte ai tavoli del bar attorniato dalle sue guardaespaldas.

Bar Dos Hermanos all'Avana, Cuba
(Bar Dos Hermanos - foto web)

Molti films cubani hanno utilizzato come location il Bar Dos Hermanos e nel famoso romanzo dell'autore cubano Leonardo Padura “Fiebre de Caballos” diverse pagine sono ambientate all'interno del locale. Dopo la Rivoluzione di Castro il bar venne chiuso e poi riaperto, dopo un importante restauro eseguito dalla società statale Habaguanex, solo nel 1994. Gli interni sono comunque ancora ricchi di atmosfera con i suoi tavolini di marmo sostenuti da possenti piedi di ferro, le alti pareti, le grandi finestre e i ventilatori sospesi al soffitto. Qui si può gustare un fresco coktail appoggiando i gomiti su un bancone che profuma ancora di tabacco e di passato.

Il Bar Dos Hermanos all'Avana
(Bar Dos Hermanos - foto Di Crosta Franco)

Vengono offerti piatti della tradizione cubana come il gustoso sandwich, piuttosto che il pollo arrostito con patate conosciuto come “Pollo dos Hermanos”,  oppure l'ajaco o per i palati più raffinati l'aragosta o profumati gamberi stufati.

Bar Dos Hermanos all'Avana dal 1894
(Bar Dos Hermanos - foto Di Crosta Franco)

Si possono gustare tutti i famosi cocktails cubani e l'autentico “Dos Hermanos Cocktail” la cui ricetta troverete nell'apposita sezione dedicata ai ruhm.

Un posto assolutamente da non perdere! Scordatevi l'orologio e guardate lontano verso la baia e il Redentore...

Bar Dos Hermanos dal 1894 all'Avana
(Bar Dos Hermanos - foto Di Crosta Franco)

L'ultimo saluto a Fidel. Un racconto per immagini

6 dicembre 2016

Il 26 novembre si è conclusa dopo 90 anni la vicenda umana di uno dei personaggi più controversi della storia mondiale contemporanea. Il 28 e il 29 novembre i resti del Lider Maximo hanno ricevuto l'omaggio funebre presso il Memorial Josè Martì, nella gigantesca Plaza de la Revolucion all'Avana, teatro in passato di manifestazioni in cui Fidel Castro aveva esaltato i successi della Rivoluzione. Da qui, il giorno 30 è iniziato il corteo funebre che ha trasportato i resti di Fidel dall'Avana a Santiago per poco meno di mille chilometri ripercorrendo al contrario la Carovana della Libertà compiuta nel gennaio del 1959 all'indomani della fuga di Batista. Ovunque migliaia di persone si sono riversate nelle strade a rendere l'ultimo omaggio al proprio Comandante. In questa selezione di foto tratte dal web, il racconto di un viaggio che segnerà per sempre la storia di Cuba. In milioni hanno giurato fedeltà a Fidel. Nella vicina Florida migliaia di esuli hanno festeggiato a lungo la morte di un nemico. Quale futuro per Cuba? Come ricucire lo strappo?

Il Corteo funebre che accompagnerà Fidel Castro dall'Avana a Santiago di Cuba
(La Carovana della Libertà - foto web)
L'ultimo omaggio a Fidel Castro
( Ambasciata di Cuba a Washington - foto web)
9 giorni di lutto a Cuba per la morte di Fidel Castro
(foto web)
Morte di Fidel Castro, il libro delle condoglianze
(Il libro delle condoglianze, Camaguey - foto web)
Santiago ricorda Fidel Castro
(Santiago - foto web)
Santiago e l'ultimo saluto a Fidel
(foto web)
Cuba saluta il suo Lider Maximo
(foto web)
Cuba ricorda Fidel
(foto web)
Matanzas, Cuba. Il ricordo di Fidel
(Matanzas - foto web)

L'Uragano Matthew sconvolge i Caraibi. Pesanti le perdite di vite umane e i danni materiali.

14 settembre 2016
Uragano Matthew foto dal satellite)
(Matthew visto dal satellite - foto web)

L'Uragano Matthew, classificato di categoria 4, ha toccato il territorio cubano con raffiche di vento fino a 250 km orari, nel tardo pomeriggio del 4 ottobre del 2016, entrando all'altezza di Punta Caleta, sulla costa meridionale nella provincia di Guantanamo.
Si è trattato del ciclone tropicale più potente che ha colpito la zona caraibica dal 2007 ad oggi.
L'Uragano Matthew classificato di categoria 4
(Matthew, uragano di 4 categoria - foto web)
La città di Baracoa, la splendida Baracoa, la prima ciudad fondata dagli spagnoli nel 1511 praticamente non esiste più. Il 70% degli edifici è stato spazzato via. Stessa sorte è toccata a Maisì e Yumuri castigate dalla violenza di Matthew, che nel suo passaggio aveva già colpito duramente Haiti il più povero dei Paesi delle Due Americhe lasciando dietro di se distruzione e più di 800 morti e la confinante Repubblica Dominicana dove per fortuna sembrano esserci state solo poche vittime.
Il passaggio di Matthew a Baracoa, Cuba 4 ottobre 2016
(Baracoa dopo il passaggio di Matthew - foto web)
Devastazione dopo il passaggio dell'uragano Matthew nell'oriente di Cuba, 4 ottobre 2016
(Si cammina tra le macerie - foto web)
L'Uragano Mattew devasta Baracoa nell'oriente di Cuba, 4 ottobre 2016
(Baracoa, la città più antica di Cuba - foto web)

A Cuba, una straordinaria macchina organizzativa che si è mossa con largo anticipo fornendo attraverso i canali televisivi nazionali una continua e scrupolosa copertura informativa, ha consentito l'evacuazione di circa 1,5 milioni di persone realizzando contemporaneamente centinaia di centri di rifugio e mettendo in sicurezza non solo le persone ma anche gli animali, i viveri e i medicinali.

Las Damas Lechuga en Cuba. Chi sono le attiviste in bikini della PETA

 09 marzo 2017

Las Damas Lechuga all'Avana
Las Damas Lechuga, Avana - foto web)

La Habana 1 Marzo 2017

Le “Damas Lechuga”, le Donne Lattuga, appartenenti alla organizzazione no profit PETA sono sbarcate nella sorpresa generale per la prima volta a Cuba dove si sono trattenute per qualche giorno nella capitale.

Due ragazze, vestite solo con il caratteristico bikini verde con foglie di lattuga, sono state le testimonials eccentriche e disinibite del messaggio rilanciato in tutto il mondo dall’organizzazione PETA (People for the Ethical Treatment of Animals) a difesa degli animali e a favore di uno stile di vita vegetariano.

Ashley Byrne, una delle attiviste del gruppo fondato negli Stai Uniti nel 1980 e che conta attualmente circa un milione di seguaci sparsi in ogni angolo della terra, ha dichiarato di sentirsi felice di aver realizzato un vecchio desiderio di PETA di giungere a Cuba per diffondere il concetto che “gli animali sono nostri amici, non cose da mangiare”.

La loro passeggiata lungo le centrali calle Obispo e Mercadares non è passata di certo inosservata attirando l'attenzione di turisti e curiosi ai quali è stato gentilmente offerto un “Kit di iniziazione vegana” arricchito da un manuale di ricette tra cui spiccava quella di un tipico piatto cubano a base di riso, platano e fagioli già alla base della cucina creola.

Las Damas Lechuga sbarcano a Cuba
(foto web)

L’attivista Kiara Bennac ha sottolineato come a Cuba esista già una gran varietà di frutta, di grani e di vegetali capaci di apportare significative quantità di proteine e vitamine al nostro organismo e il cui consumo favorirebbe una limitazione dell’uso della carne e “una maggiore compassione per gli animali”.

Le attiviste della Peta durante la loro incursione hanno anche donato circa mille dollari di medicine veterinarie e hanno tenuto alcune conferenze nelle scuole.

L’iniziativa, seppur spettacolarizzata, è stata senza dubbio lodevole soprattutto in considerazione di una sempre maggiore presa di coscienza animalista del popolo cubano. Se è vero che per le strade della capitale (e non solo) è ancora drammaticamente percettibile il triste fenomeno del randagismo è altrettanto vero che molti volontari si sono organizzati per offrire un aiuto e un riparo a questi animali meno fortunati. Inoltre nelle famiglie è sempre più diffusa la presenza e il calore di un animale da compagnia. La realtà cubana presenta però diversi fattori di natura socio- culturale e abitudini alimentari che si pongono come ostacolo al diffondersi efficace di un messaggio vegetariano e/o vegano. Nella tradizione della cucina creola infatti si fa ampio utilizzo di carne, maiale e pollo in primis,  mentre altro bestiame come le vacche e i cavalli viene destinato prevalentemente ai lavori nei campi e al trasporto. Il macello clandestino e non autorizzato è punito severamente, persino con il carcere. Inoltre la verdura spesso arriva sui banconi dei mercati con prezzi molti alti e con una qualità non sempre eccelsa.

Le attivista di PETA, las Damas Lechuga, a spasso per l'Avana con la loro proposta vegana
(foto web)

Personalmente ritengo molto positivo il fatto che venga lasciato spazio ad iniziative come questa, un ulteriore segnale di come l’isola caraibica si stia aprendo al mondo dimostrandosi attenta anche su tematiche prettamente “occidentali” che fino a poco tempo fa erano considerate marginali e di dominio di pochi curiosi.

Las Damas Lechuga, le attiviste PETA per una nuova revolucion a Cuba
(Rivoluzionari di ieri e di oggi - foto web)